Sergio Romano, Corriere della Sera 11/10/2011, 11 ottobre 2011
IL NUOVO VOLTO DI PIAZZA TAHRIR
Può sembrare assurdo, a un primo sguardo, che piazza Tahrir, il luogo dove l’Egitto ha riconquistato la libertà, sia divenuta nelle scorse ore l’arena in cui si è combattuta una sorta di guerra civile fra la minoranza cristiana dei copti e l’ala militante dell’Islam radicale. Forse conviene rinunciare all’ottimistico entusiasmo degli scorsi mesi e cercare di comprendere che cosa stia effettivamente accadendo nei Paesi dell’Africa del nord in cui sono scoppiate le rivolte arabe.
Il popolo ha cacciato i nuovi Sultani, ma non i loro sodali e alleati. Ha abbattuto il vecchio regime, ma non è riuscito a creare partiti e movimenti capaci di utilizzare la vittoria per la costruzione di un nuovo sistema politico. Gli sms hanno riempito le piazze, ma non hanno trasmesso programmi e strategie elettorali. Ciò che sta accadendo ricorda per molti aspetti un’altra primavera dei popoli, quella del 1848 in Europa, quando i liberali, dopo le loro entusiasmanti vittorie, dovettero cedere alle forze della restaurazione — i sovrani, i militari, i ceti conservatori della società — molto di ciò che avevano conquistato nei mesi precedenti. In Tunisia il potere è nelle mani dei notabili, in Libia in quelle dei più saggi e accorti fra i collaboratori di Gheddafi, in Egitto in quelle dei militari, vale a dire di coloro che per più di sessant’anni il potere lo hanno già esercitato, anche se in forme e con responsabilità diverse, dietro le spalle di Nasser, Sadat e Mubarak.
Anche per le forze della restaurazione, tuttavia, la strada è irta di ostacoli. I militari sanno che la vecchia complicità con Mubarak ha intaccato la loro autorità. Sono imbarazzati, insicuri e quindi alla ricerca di nuovi alleati che sperano di avere trovato nei battaglioni della Fratellanza musulmana. Non è una cattiva strategia e potrebbe giovare alla creazione di un sistema politico che guarda alla Turchia di Erdogan più di quanto non guardi all’Arabia teocratica dei Saud. Ma nel vuoto creato dal collasso del sistema di Mubarak anche i Fratelli musulmani rischiano di essere scavalcati a destra dall’ala intransigente dell’Islam salafita. I militanti dell’integralismo religioso non si accontentano di ciò che è accaduto nello scorso gennaio e del ruolo maggiore che la Fratellanza avrà nell’Egitto di domani. Vogliono allargare la breccia, conquistare nuove posizioni, creare un regime in cui ogni norma sia nel Corano, o piuttosto nel modo in cui viene interpretato dai loro imam. Non possono scendere in piazza contro il Consiglio militare che governa la transizione; sarebbe troppo pericoloso. Ma possono accendere gli animi, innalzare il livello della tensione e inceppare il passaggio alla democrazia creando un nemico interno da combattere e distruggere. Questo nemico è la grande comunità copta, composta da una maggioranza greco-ortodossa e da una minoranza cattolica, forse dieci milioni di uomini e donne fra cui molti appartengono ai ceti sociali più dinamici e intraprendenti della società: un fattore che li rende maggiormente «detestabili», soprattutto in momenti di grandi strettezze economiche.
Spetta ai militari proteggerli. Se vuole contare sulla collaborazione dell’Occidente, il Consiglio supremo militare deve mettere la Fratellanza musulmana di fronte alle proprie responsabilità e impedire che i copti divengano le vittime del fanatismo islamista. Dimostrerà in questo modo che non intende piegarsi al ricatto dei salafiti e che è ancora in grado di governare la transizione.
Sergio Romano