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 2011  ottobre 10 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 212 - FURIBONDI PETIZIONARI

Beh, e perché la capitale non si sarebbe potuta fare a Napoli?

Napoli, con 400 mila abitanti, era la terza metropoli d’Europa. Avrebbero dovuto farla capitale almeno nel ‘64, quando scelsero Firenze. Adesso, per Cavour, era un incubo. La città e il vecchio regno di Francesco II sembravano impossibili da governare. Cavour aveva mandato come luogotenente Farini, raccomandandogli di esercitare il potere da dittatore. L’idea generale era di spazzar via coloro che avessero ricevuto cariche da Garibaldi (il « letame bertaniano ») e di inserire nella nuova amministrazione gran parte degli impiegati borbonici. Il tutto con notevole energia (« ...ora che la fusione delle varie parti della Penisola è compiuta, mi lascerei ammazzare dieci volte prima di consentire a che si sciogliesse. Ma anziché lasciar ammazzare me, proverei ad ammazzare gli altri... Gridino, tumultuino, insorgano, sono pronto a combatterli nel Parlamento e nella piazza. Finché avremo un voto di maggioranza ed un battaglione non cederemo d’un palmo »). Quando però si trattò di mettere in pratica quelle idee, gli inviati di Cavour si scontrarono contro un esercito di lazzaroni, questuanti, la camorra che serviva a mantenere l’ordine pubblico, i vecchi signori che avevano da conservare le loro posizioni di privilegio.

E già perché comunque, a non esser più capitale, Napoli ci aveva rimesso.

Sì, erano spariti la corte e i ministeri e tutte le vecchie relazioni di potere di un tempo, gli intrecci delle clientele, i traffici, i favori, una rete così fitta di minuzie a cui tutti erano aggrappati che non si sa nemmeno se si potesse chiamare «corruzione». Cavour aveva rispedito a Napoli i napoletani di Torino, i cosiddetti emigrati, e questi erano disperati, imploravano che li si richiamasse al più presto. Amministravano la città, ma non erano più veramente napoletani, e la città, ad onta del loro accento, li considerava piemontesi. Uno di questi era Scialoja, professore, economista. Scrisse a Cavour: « Una idea mi consola, ed è che non tardi il momento in cui possa tornare nella placida e sensata nostra Torino ».

Dava un quadro della vita politica cittadina che Cavour non sapeva neanche come valutare.

« L’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino al ricevere circondati da que’ capipopolo canaglia, che qui diconsi camorristi, e tutti han gettato cariche a diritta ed a manca agli schiamazzatori, e tra questi a’ più immeritevoli. È quindi avvenuto che gli esclusi ricorrono agli stili ed a’ revolvers , e che con essi oggidì li minaccino. In tutte le amministrazioni si preparano rivolte, e i loro capi cedono, accordando posti a coloro che le macchinano... ».

Ma che incarico aveva Scialoja a Napoli?

Affiancare Farini e amministrare le Finanze. Non ebbe più pace.

« I quattro quinti de’ furibondi petizionarii è sulle mie spalle. Questa funesta genia non può essere contenuta se non da un reggimento di cavalleria. Assale la mia casa, alle 6 del mattino, mi arresta per le scale; e per fino alla sera non mi lascia respirare. Trovo tutto in isfacelo, e tutto da fare; e non ho mezz’ora per riflettere. Aggiunga che ho poche braccia valenti, sebbene abbia una caterva d’impiegati fuori pianta ».

Mi ricorda il romanzo di Ottieri, «Donnarumma all’assalto», dove, cent’anni dopo, un capo del personale della Olivetti deve subire l’assalto e le minacce di migliaia di questuanti.

Scialoja aveva una sua ricetta politica. « Qui non abbiamo potenti ostacoli e difficoltà da sgomentare, ma qualche cosa di peggio: l’impossibilità di formare un Governo altrimenti che su la forza, almeno per lungo tempo. Siamo come coloro che camminano sull’arena, e senza appoggio di sorta. Non vi ha fiumi, non vi ha monti, e pure non si può camminare. Oltracciò una rete infinita di risentimenti, di suscettività, di pretensioni, di ambizioni basse c’inviluppa inestricabilmente. Noi compromessi politici, ed uomini, oso dirlo, di principii, non possiamo governare qui, dove si è perduto ogni senso governativo...

« Lavoro molto, carabinieri a sufficienza: al potere persone non compromesse e che possano parlare alto con tutti; facoltà di usar la forza senza molte forme, e scambio numeroso d’impiegati: Ecco, a mio avviso, il solo modo di unir Napoli all’Italia. In capo a pochi anni l’avrete rifatta ».

Prima la Sicilia, poi Napoli. Cavour era abbastanza sgomento per quello che gli dicevano del Sud. Era sicuro poi di capir male, pensò anche di cedere la presidenza del Consiglio e di andare a governar di persona quelle contrade disperate.

A fare il dittatore come voleva Garibaldi e come adesso proponeva Scialoja?

Vennero a proporgliela, la dittatura, con l’idea di una mano forte che governasse il caos nel quale erano precipitati un po’ dappertutto. Ma non era roba per Cavour. «Credo che con un Parlamento si possano fare molte cose che con una dittatura sarebbero impossibili. Io non mi sono mai sentito così debole come quando le camere erano chiuse. Del resto non potrei tradire la mia origine, io son figlio della libertà»