FRANCESCO RIGATELLI, La Stampa 11/10/2011, 11 ottobre 2011
“Cavour, l’anti-italiano che pensò l’Italia” - Un viaggio di due anni e in realtà lungo tutta la vita quello di Giorgio Dell’Arti, giornalista e appassionato di biografie
“Cavour, l’anti-italiano che pensò l’Italia” - Un viaggio di due anni e in realtà lungo tutta la vita quello di Giorgio Dell’Arti, giornalista e appassionato di biografie. La prima puntata del suo Cavour è uscita su La Stampa il 30 gennaio 2010. Ma l’incontro col personaggio storico risale al 1979. Com’è avvenuto? «Ero giovane, volevo fare carriera e cercavo un libro da scrivere. Mi serviva un personaggio non recente, ma non troppo passato da non trovarne i documenti, potente ma fuori dalla polemica politica. Italiano. Senza saperne nulla, mi trovai immerso in una storia incredibile». E nel 1982 ha pubblicato il suo primo libro su Cavour da Mondadori. «Il mio primo libro in assoluto. Che non si trova più, perché le poche copie rimaste le ho fatte sparire. A 66 anni ho riscritto quel libro giovanile, un’esperienza che consiglio». Così è finito, se esiste, nella categoria dei giornalisti storici. Come ci si trova? «In effetti esiste come categoria. Però questo libro è talmente strano che forse non c’entra. I giornalisti storici saltabeccano in tutti i periodi. Un po’ come noi con gli argomenti quando facciamo i giornalisti. Invece io vado fiero di aver approfondito un personaggio solo ma bene». Non sopportava che Cavour fosse sottovalutato? «Esatto e sa qual è il primo motivo? Perché la nostra formazione di italiani è giuridico-letteraria. Cavour a 18 anni studiava economia. Aveva un talento matematico. Ed era un liberale. Insomma, ci era insopportabile». Pur di non assegnargli il ruolo di protagonista del Risorgimento se ne son inventate tante. La massoneria per esempio. Che ne pensa? «Tutte balle! Cavour non era massone, non ne aveva bisogno. Certo aveva dei rapporti, come pure con altri movimenti, per esempio quello segreto dei patrioti. Ma faceva politica, li guidava. Anche la storia dell’influenza della massoneria inglese nell’unificazione dell’Italia è falsa. Gli inglesi remarono contro la Seconda guerra d’indipendenza, tanto che Cavour si voleva sparare». Detto questo, il Risorgimento resta opera di minoranza. «Non c’è dubbio. Una minoranza borghese che per i propri interessi si rivolta contro un sistema immobile costruito sull’assolutismo. Immobile anzitutto economicamente, protezionista e basato sui pedaggi per il re». Oltre a Cavour il Risorgimento è opera dei Savoia, altri dimenticati. «L’unificazione è avvenuta grazie a tre personaggi che non si amavano Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II -, ma che hanno preso le decisioni giuste. Poi il downgrading del Risorgimento è avvenuto perché la classe che lo fece finì in minoranza: il suo posto è stato preso - levando il fascismo - da cattolici e comunisti, nemici dichiarati dei liberali». Nelle grandi biografie di Cavour di Rosario Romeo e soprattutto in quella di Luciano Cafagna si accenna al conflitto d’interessi all’origine della formazione dell’Italia. Un vizio storico? «Cavour quando è diventato ministro ha lasciato tutto tranne i mulini, con cui faceva speculazione sul grano, e delle azioni delle banche di Torino e Genova. Quando presentò un disegno di fusione di questi istituti, la sinistra lo accusò di guadagnarci. Vero. Ma l’operazione faceva bene al paese. Era un conflitto sopportabile. Niente di confrontabile col presente».