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 2011  ottobre 11 Martedì calendario

UN CONCILIO ECUMENICO MA DURO DA DIGERIRE


Non si è affatto conclusa la stagione post-conciliare, se Papa Benedetto XVI richiama la necessità di distinguere fra due interpretazioni contrapposte, quella «della discontinuità e della rottura» e quella «della riforma, della continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato». Per comprendere lo spirito della prima, si può utilizzare la pars destruens fornita da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro in La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà (Vallecchi, pp. 248, euro 12,50).
Diversamente, occorre affidarsi alla pars construens di Pietro Cantoni, Riforma nella continuità. Vaticano II e anticonciliarismo (Sugarco, pp. 154,euro 16).
Fin dal prologo, Gnocchi e Palmaro dimostrano maggior aderenza alle letture critiche di monsignor Brunero Gherardini e di Roberto de Mattei, curiosamente simili alle fughe in avanti dei teologi e degli storici progressisti. In fondo, che differenza passa fra chi sostiene che il magistero conciliare si è colpevolmente reso indipendente dalla tradizione della Chiesa e chi ne annota il presunto distacco come impresa meritoria? Entrambe le posizioni cadono vittime di una dialettizzazione, tipica del materialismo storico, di stampo quasi più marxiano che hegeliano. Contrapponendo quel che il magistero pontificio da Paolo VI a Benedetto XVI ha inteso come unico, si concorre all’opera di autodemolizione della Chiesa. Importa relativamente che lo smembramento avvenga “da destra” con il dichiarato intento di recuperare il deposito dimenticato della fede oppure “da sinistra” spacciando l’abbandono della tradizione come un ritorno alle origini delle prime comunità cristiane.
Dunque, l’antidoto è contenuto nel consiglio evangelico, riportato da san Matteo come rivolto a «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli», definito «simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», non le une contrapposte alle altre, insomma.
Insegnare al Papa come si fa il Papa, del resto, è un esercizio tipicamente moderno. Santa Caterina da Siena lo fece, ma non si sognò mai di indicargli quali formulazioni della fede cattolica fossero da seguire e quali da scartare. Sapeva che la contraddizione, nella dottrina della Chiesa, non c’è.
Va detto non soltanto perché ricorrono il prossimo anno i 50 anni dall’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II, ma anche perché quella ricorrenza ne contiene un’altra, il ventennale del Catechismo della Chiesa cattolica. Curiosamente, nella bibliografia dell’opera di Gnocchi e Palmaro non vi si fa riferimento alcuno. Assenza significativa, da cui traspare un rifiuto integrale del post-Concilio, non limitato alle manifestazioni evidenti di apostasia (o di trahison des clercs).
Se gli episodi di scandalo si sono diffusi e fatti sistematici, fino a ottenebrare l’orizzonte della coppia di autori, in fondo, non è colpa loro, che dimostrano di non aver capito la differenza fra obbedire intelligentemente e contestare aprioristicamente. Qualcuno ha davvero confuso il mutamento di prospettiva con un abbandono sic et simpliciter del passato. Da qui l’oblìo della forma tradizionale della celebrazione liturgica, poi del latino, fino alla svalutazione della messa in quanto tale, relegata a uno dei tanti impegni del prete, sempre meno sacerdote e sempre più assistente sociale, opinion leader dei poveri o gruccia a cui appendere una veste non più talare.
Se fossero esaurite qui le lamentele, con un po’di pazienza e molto impegno la frattura potrebbe essere in via di composizione.
In fondo, gli ultimi due pontificati hanno invertito l’azione di quel meccanismo disintegratore che provocò, dopo la Humanae Vitae di Paolo VI, del 1968 e le contestazioni contro la morale sessuale cattolica, un intero decennio senza encicliche. Fu Giovanni Paolo II a sconfiggere non soltanto il social-comunismo ma anche il timore di relazionarsi con il mondo moderno, riportando alla luce la dottrina sociale della Chiesa, che qualche ecclesiastico avrebbe volentieri sostituito con l’analisi economica marxista.
Al filone della morale sociale della Chiesa si rifà, ricorda Cantoni, anche la dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, che ha costituito e rimane una vera e propria pietra d’inciampo anche per realtà un tempo ecclesiali come la Fraternità di San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre. Si teme, da parte tradizionalista, che quel documento abbia posto sullo stesso piano la Chiesa cattolica e le altre religioni, aprendo la strada all’indifferentismo. Eppure, nel testo si precisa che rimane «intatta la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale delle società verso la vera religione e l’unica chiesa di Cristo», fa rilevare Cantoni, consapevole dell’esistenza «forse» di «un limite nel documento conciliare. Limite ma non errore. La contemporanea insistenza del magistero sulle radici cristiane dell’Europa tende a superarlo». Ma occorrerebbe, spiega l’autore in polemica con Gherardini, di cui peraltro è stato discepolo, «che il dono del magistero, con la connessa garanzia dell’infallibilità, non è un invito alla pigrizia. Non solo perché questa infallibilità va compresa e valutata di volta in volta e – intesa come infallibilità di una proposizione solennemente definita – anche molto rara, ma perché richiede sempre uno sforzo di comprensione e di interpretazione». Occorre un ossequio razionale, insomma. Non un fideismo cieco da pecoroni né un razionalismo figlio dei maestri del dubbio.

Andrea Morigi