GOFFREDO DE MARCHIS , la Repubblica 11/10/2011, 11 ottobre 2011
I SOSPETTI DEL LEADER: "PUNTANO A ISOLARMI MA NEL PARTITO RESTANO UNA MINORANZA" - ROMA
Bersani continua a sospettare un uso improprio della bandiera "governo di transizione" da parte di Veltroni. Un modo per schiacciarlo sull’alleanza di Vasto (la foto con lui, Di Pietro e Vendola) e per metterlo ai margini di un ipotetico e remoto esecutivoponte. «Ma il primo a parlarne sono stato io», ricorda ai suoi interlocutori. C’è anche la prova filmata: il discorsoa Montecitorio sul voto di fiducia alla manovra datato 28 luglio 2010, più di un anno fa.
«Il berlusconismo è finito, il Pd è pronto a una fase di transizione», disse quel giorno. E il video corre su Facebook nelle pagine dei fedelissimi bersaniani. Ma il segretario vuole evitare la polemica, anche se ha registrato le punzecchiature dell’assemblea di Movimento democratico. «Non ho alcuna intenzione di polarizzare lo scontro. C’è stata una riunione della minoranza del partito. Hanno partecipato anche Letta e Franceschini ma non mi risulta si siano iscritti a Modem.
E le tesi sostenute in quella sede, esecutivo di transizione a parte, continuano a essere largamente minoritarie nel Pd».
Assemblea più che legittima, ma stavolta Bersani non ne condivide lo spirito. Non a caso ha evitato di farsi vedere, a differenza della convention al Lingotto di Torino dello scorso gennaio dove accettò con calore l’invito e intervenne dal palco. Il movimentismo di Veltroni (venerdì scorso ha tessuto la sua tela incontrando a pranzo il presidente della Camera Gianfranco Fini), le parole di dissenso di Paolo Gentiloni («non è scontato che Bersani sia il nostro leader, neanche se si vota nel 2012) lo hanno ferito. Ha apprezzato invece l’intervento di ieri di Beppe Fioroni che ha chiarito un punto cruciale nella minoranza. «Chi pensa che siamo qui per dire Bersani a casa non ha capito nulla». Modem sulla leadership ha scelto un profilo basso, nessun attacco diretto, nessuna sconfessione.
Eppure il ruolo di Bersani rimane nel mirino di più fronti. Magari contrapposti, divisi, ma lo stesso insistenti. L’annuncio di Matteo Renzi va in questa direzione. «Il big bang del sindaco di Firenze - dice Matteo Orfini, membro della segreteria, alla guida del gruppo di trentaquarantenni anti-rottamatori - è carico di fuffa. La cornice sarà diversa, però la valanga di idee darà sempre la stessa musica, cioè il tentativo di imprimere una svolta neomoderata al Pd». E Veltroni? «Forse non è la linea di Walter ma in alcune settori di Modem la voglia di logorare Bersani esiste. Ma ieri non c’è stato l’affondo. Semmai un’operazione che punta ad allargare la minoranza sulla base di alcune politiche economiche». Il riferimento è a Enrico Letta e alla condivisione della lettera della Bce a Berlusconi. La sfida sulla leadership resta dunque sottotraccia. Ma c’è un nervosismo evidente nel Pd e intorno al segretario. Anche e soprattutto per fattori esterni al dibattito interno. Il 21 ottobre, fra dieci giorni, il Tribunale del Riesame decide sulla richiesta di arresto per Filippo Penati da parte della procura di Monza.
Sarà riuscito a convincere i pm, domenica, della sua buona fede? Quel "verdetto" rischia di far precipitare di nuovo nella bufera il partito e il suo segretario. Perché è vero che Penati è stato sospeso, ma rimane l’ex capo della segreteria di Bersani.
Sulla questione morale la tensione tra le varie anime del Pd continua a essere visibile e scoperta. Tanto per dire ieri su Facebook se le sono date di santa ragione due giovani leve democratiche, il direttore di Youdem, la tv ufficiale, Chiara Geloni, bersaniana e Pina Picierno, vicinissima a Franceschini ed ex leader dei giovani della Margherita. Una lite feroce intorno alla vicenda Penati e all’acquisto dell’autostrada MilanoSerravalle condita da parolacce, accuse di "berlusconismo"e riferimenti (scherzosi ma non troppo) all’assunzione di stupefacenti. Bersani cerca di mantenere la barra dritta. Visti i toni morbidi di Modem sulla sua persona, ha ordinato ai suoi collaboratori di non fare commenti. Da D’Alema ha incassato il riferimento all’intervento alla Camera del 2010: «Il segretario è stato il primo a parlare di transizione. Tutti seguono la sua linea». Ma il governo di emergenza gli appare una chimera difficilissima da raggiungere.
Proprio per questo l’unità oggi è tanto più indispensabile. E a Largo del Nazareno sperano che non arrivino spaccature dai prossime tre week end in cui i giovani del Pd si dividono. Prima la riunione dei 30-40enni guidati da Andrea Orlandoe Orfini all’Aquila (con Zingaretti e Enrico Rossi guest star), poi Civati e la Serracchiani a Bologna e infine la Leopolda 2 di Renzi a Firenze. Ma sul punto Veltroni dà una mano al vertice del Pd piazzando una frase velenosa: «Ben vengano i tre convegni dei giovani anche se alcuni di loro li conosco da trent’anni...».