Tommaso Montesano, Libero 11/10/2011, 11 ottobre 2011
«FARÒ PAGARE I GIUDICI»
Sulle ispezioni alle procure di Napoli e Bari, titolari delle inchieste sulle escort, oppone il più classico dei “no comment”. «Non confermo nulla», dice Nitto Francesco Palma, ministro della Giustizia. Un silenzio motivato dal fatto, spiega, che «fino a mercoledì, giorno nel quale il Consiglio superiore della magistratura accoglierà le mie dimissioni dall’ordine giudiziario, apparterrò a quella categoria di magistrati che non parlano di quello che fanno. Quindi non ho nulla da commentare». E pazienza, aggiunge, se l’opposizione lo accusa di aver disposto le ispezioni su richiesta del Popolo della libertà: «Mi accusino di quello che vogliono. Ove mai le ispezioni fossero vere, peccato che quella di Bari non sia stata chiesta dal Pdl, ma dal Pd con un’interrogazione a firma Andrea Orlando, responsabile giustizia, e Donatella Ferranti,capogruppo in commissione giustizia». Fatto sta che le ispezioni surriscaldano ulteriormente un clima già reso incandescente dall’esame dei disegni di legge su intercettazioni e prescrizione breve, per i quali in Parlamento si è aperta una settimana decisiva. Tutto questo mentre Palma annuncia a Libero l’intenzione di riformare, per legge ordinaria, l’attuale meccanismo che disciplina la responsabilità civile delle toghe, giudicato inefficace.
È vero che sulla prescrizione breve teme per la tenuta della coalizione?
«Falso. Anzi, sono convinto che il disegno di legge sarà approvato dal Senato così com’è per poi passare al vaglio del presidente della Repubblica. Per quanto mi riguarda, fermo restando le prerogative del Capo dello Stato, ritengo che essendo già passata all’attenzione del Colle la normativa “ex Cirielli”, che prevedeva una precedente diversa entità dei termini di prescrizione, non vi siano problemi di incostituzionalità. Tantomeno manifesti».
Fatto sta che in tempi di crisi economica l’opposizione vi accusa di sbagliare l’elenco delle priorità.
«Domani (oggi, ndr) alla Camera si discute del Documento di economia e finanza; il governo sta lavorando al decreto sviluppo e il Tesoro ai tagli. Ritenere che il Parlamento debba restare bloccato in attesa che siano varati i provvedimenti economici è un invito all’inerzia».
Infatti questa settimana a Montecitorio tocca alle intercettazioni.
«Il testo sta diventando un terreno di scontro propagandistico. E tutto questo non giova alla bontà di una legge che regolamenta un fenomeno che ha generato anomalie che sono sotto gli occhi di tutti i cittadini».
Fiducia in vista, comunque?
«Non sono favorevole. Credo che si debba svolgere, per quanto possibile, un dibattito sereno. E che qualche modifica debba essere apportata. Poi come va, va».
Quale, ad esempio?
«Non capisco perché le intercettazioni per reati non distrettuali debbano essere autorizzate dal tribunale del distretto e non da quello del circondario. Così come non sono convinto che l’udienza filtro debba essere fatta dal tribunale. Trattandosi di un atto che appartiene alla fase delle indagini preliminari, sarebbe bene che a presiederla fosse il gip».
A proposito di udienza filtro: l’opposizione vi accusa di imporre il bavaglio sulla pubblicazione delle intercettazioni rilevanti fino al momento della sua convocazione. Un black out che può arrivare fino a 45 giorni. Ci sono modifiche in vista?
«Possiamo ovviare a questo anticipando l’udienza filtro a ridosso dell’emissione delle misure cautelari. Nessuno vuole mettere il bavaglio a nessuno. Vogliamo solo che le intercettazioni destinate ad uscire siano quelle che nell’udienza filtro saranno considerate rilevanti ai fini processuali».
Perché il carcere ai giornalisti?
«Se il giornalista pubblica intercettazioni giudicate irrilevanti nell’udienza filtro, deve essere sanzionato. Ma io per principio non sono favorevole al carcere: un’elevata sanzione pecuniaria è più che sufficiente».
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, sostiene che la legge sulle intercettazioni favorisce solo Silvio Berlusconi.
«Pura propaganda. Nel testo è espressamente scritto che la legge non si applica ai processi in corso».
Che fine ha fatto la riforma costituzionale della giustizia?
«È pendente alla Camera dei deputati. L’intenzione è quella di approvarla entro la legislatura. I tempi tecnici ci sarebbero, il punto interrogativo riguarda l’iter parlamentare».
Anche lei teme i frondisti del Pdl?
«Il malcontento, se c’è, può essere veicolato all’interno del partito. Deve prevalere il senso di responsabilità affinché qualche mio collega non faccia quello che la sinistra si aspetta da lui. Sarebbe un salto nel buio: non vorrei che chi sta spingendo per un governo di larghe intese al fine di evitare il voto anticipato si ritrovi, proprio in ragione dei suoi comportamenti, con le urne aperte. Il governo Berlusconi non può essere sostituito da nessun altro esecutivo».
Il suo predecessore, Angelino Alfano, dopo la sentenza sull’omicidio di Meredith Kercher si è lamentato dei giudici che non pagano mai. La responsabilità civile dei magistrati, però, è nella riforma costituzionale.
«Mi permetto di osservare che la normativa attuale è stata approvata con legge ordinaria. Quindi è possibile intervenire senza attendere una riforma di rango costituzionale».
In che direzione?
«La legge non ammette un’azione diretta nei confronti dei magistrati, ma verso lo Stato, che poi si può rivalere sulle toghe. Ma di fatto il diritto di rivalsa non è stato mai azionato».
Pensa a qualche modifica?
«C’è più di qualcosa da cambiare: il dato più grave è un altro».
E quale?
«La normativa attuale prevede che in caso di rivalsa dello Stato il magistrato non possa essere condannato a pagare una somma superiore ad un terzo dello stipendio annuale netto che guadagnava all’epoca del fatto».
Ritiene la cifra troppo bassa?
«Faccio un esempio: se lo Stato è condannato per 200 mila euro a causa di un danno commesso dieci anni fa, può esigere dal magistrato, che magari guadagnava 3 mila euro al mese, non più di 13 mila euro. Bisogna rendere obbligatoria la rivalsa. E per l’intero: lo Stato paga 100 mila euro? Il magistrato paga a sua volta la stessa somma».
Tommaso Montesano