TINA SIMONIELLO, la Repubblica 11/10/2011, 11 ottobre 2011
È IL MOMENTO DI SCEGLIERE L’ATTIVITÀ FISICA DEI BAMBINI
Sono i bambini gli italiani più sportivi: il 57% di chi è nella fascia d’età 6-10 e il 67% degli 11-14enni, cioè 2 su 3, pratica almeno uno sport.
Con un incremento negli ultimi anni anche di 5 punti percentuali.
E allora, come scegliere la disciplina giusta per loro? E quali errori evitare? «Il primo è farne un dovere - spiega Alberto Cei, psicologo dello sport all’università di Roma Tor Vergata - perché occorre avere voglia di farlo. Per i più piccoli fino a 7-8 anni, poi ci vorrebbe non un solo sport ma più di uno, o un’attività fisica di tipo polisportivo. La ginnastica può essere un esempio: si corre, si salta, ci si arrampica, si fanno le cose naturali a quell’età, che divertono, e nel contempo, attraverso il controllo del corpo e il superamento di piccole sfide e paure accrescono l’autostima».
«L’attività sportiva fino agli 1112 anni deve essere varia in modo da stimolare tutto l’organismo, che è in crescita: muscoli, scheletro e apparato cardiocircolatorio - spiega Sergio Lupo, specialista in medicina dello sport a Roma e responsabile del portale Sport & Medicina - Facciamo scegliere al bambino uno sport che gli piace ma affiancandogli un’altra attività. Per esempio al tennis o al calcio o alla pallavolo, il nuoto, il ciclismo, il pattinaggio: i primi sviluppano forza, rapidità, esplosività, i secondi la resistenza e migliorano gli apparati cardio-circolatorio e respiratorio. Non c’è uno sport completo, neanche il nuoto, nonostante lo si senta dire da anni. Va benissimo per i bambini.
Promuove la resistenza, ma fa lavorare meno per via del galleggiamento, favorisce le malattie otorinolaringoiatriche, e non è sempre un toccasana per la colonna».
Sport di squadra o individuale? Sull’argomento si sente tutto e il suo contrario: per i timidi ci vuole il gruppo, per gli esuberanti lo sport individuale. Ma anche: per i pavidi la disciplina individuale, per gli estroversi la squadra. « «In realtà - ci spiega Cei - entrambi sono educativi anche se rafforzano aspetti diversi della personalità. La squadra stimola più il senso di collaborazione e condivisione di un obbiettivo comune, che a 8 anni inizia ad essere percepito dai bambini. D’altro canto lo sport individuale rafforza l’autonomia mentale, l’assunzione di responsabilità: imparare ad accettare l’errore visto che non c’è possibilità di condividerlo è un fatto innegabilmente molto positivo». Aggiunge Lupo: «Dal punto di vista della medicina dello sport, rugby, calcio e pallavolo hanno il pregio di consentire azioni più variate: il gioco rallenta, accelera, si alternano momenti di maggiore o minore intensità».
Ma ci sono anche bambini che testardamente chiedono di praticare una specialità, come la corsa,i tuffi,o il ciclismo.
Lupo: «Meglio evitare le cosiddette specialità, dai movimenti ripetitivi, standardizzati. Ma anche qui: l’importante è alternarli ad altro».
E i cosiddetti sport asimmetrici, come il tennis e la scherma? «Vanno benissimo - continua Lupo - se si potenziano anche i muscoli della parte non utilizzata nella disciplina in fase di allenamento».
Quindi il bambino, nella scelta dello sport, va assecondato. Semmai gli va proposta una seconda attività che affianchi quella che lo appassiona. E se lui cambia idea, magari a quota pagata? «È normale che un bambino cambi idea - riprende lo psicologo dello sport Cei - Si può insistere un po’, aspettare, ma se non si diverte deve poter cambiare. Non dimentichiamo che lo sport per i bambini è gioco». Che prima poi diventa gara, agonismo.
«La voglia di vincere è naturale e convoglia l’aggressività- conclude Cei - L’agonismo inteso invece come "giocano solo i più bravi" meglio posticiparlo alla scuola media per non rischiare di generare frustrazioni e abbandoni nei meno bravie aspettative eccessive e ansia nei migliori. Questa è una fase di evoluzione, di cambiamenti fisici e psicologici, non è detto che un campione era già tale a 8 anni o che un vero talento non si manifesti un po’ più tardi».