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 2011  ottobre 10 Lunedì calendario

L’AFRICA IN RIVOLTA DICE BASTA I SOLDI CINESI NON PIACCIONO PIÙ

Venerdì 7 ottobre l’arcivescovo Desmond Tutu, padre nobile della liberazione sudafricana dall’apartheid, premio Nobel 1984 per la pace, ha compiuto 80 anni. Ma l’avvenimento è stato guastato da un incidente diplomatico: il governo di Pretoria ha negato il visto al Dalai Lama, che voleva venire a festeggiarlo insieme ai leader democratici di tutto il mondo. Motivo, neanche troppo velato: non si volevano turbare le cruciali relazioni economiche con Pechino. «Questi qui sono peggiori dei razzisti bianchi che c’erano prima», ha tuonato senza troppi complimenti l’arcivescovo riferendosi ai governanti dell’Anc (African National Congress).
Un po’ più nord e qualche giorno prima, lo Zambia ha festeggiato un record significativo: è stato il primo dei 53 Paesi africani, fin dai tempi dell’indipendenza cominciati nel 1960, in cui il cambio di governo è stato assicurato da libere e pacifiche elezioni. Niente colpi di stato, rivolte, morti o cacciate del capo. Però anche qui c’è qualcosa che non va: Michael Sata, il leader del Patriotic Front, ha vinto le elezioni dopo una campagna tutta basata sul risentimento contro gli "occupanti" cinesi, accusandoli di sfruttare il suo Paese e tutto il continente, di pagare salari da fame, di non avere alcun rispetto per i lavoratori né per le norme di sicurezza, di corrompere i leader con le loro pratiche finanziarie fin troppo disinvolte, di non rispettare l’ambiente, e via dicendo.
Due episodi fra i tanti che in queste settimane stanno aprendo vistose crepe in una realtà che si credeva ormai consolidata: la nuova colonizzazione africana, dalla lavorazione del legname in Liberia e Gabon all’estrazione petrolifera offshore in Angola e Nigeria, è appannaggio della Cina. Tutto era cominciato con le materie prime di cui i cinesi hanno frenetico bisogno per sostenere il loro sviluppo, e poi si è trasformato in una cooperazione industriale e agricola a 360° gradi, con attività praticamente in ogni campo della produzione. Tutto è andato come un treno per un decennio, ma ora viene rimesso in discussione: le tensioni emergono come una molla improvvisamente liberata e si dipana una catena di incidenti da un angolo all’altro dell’immenso continente, in cui i cinesi hanno immobilizzato nel frattempo ben 190 miliardi di dollari di investimenti con 750mila connazionali insediati stabilmente. Ovunque rimbalzano proteste, rivolte, contestazioni rivolte ai nuovi padroni. Il ministro dell’Ambiente dello Zimbabwe accusa le multinazionali minerarie cinesi di comportarsi come makorokoza, il termine locale con cui si indicano i cercatori d’oro illegali. Il governo del Sudan denuncia le compagnie cinesi che estraggono petrolio di aver devastato il territorio con una serie di laghi di greggio abbandonati. Un ospedale a Luanda (Angola) costruito dai cinesi, è stato aperto con grande fanfara ma subito sono apparse delle crepe nei muri che ne hanno imposto la chiusura. A DaresSalaam (Tanzania) erano diventate frequentissime le risse nei mercati di strada perché i cinesi arrivavano e vendevano ortaggi o pollame con sconti del 6070% squassando la concorrenza: alla fine il governo ha dovuto vietare loro di andare a vendere nei mercati.
Quanto allo Zambia, dove ha vinto il partito anticinese, il cahier des doleances è fittissimo. Anche di episodi brutali, come quello accaduto nelle miniere di carbone di Maamba nel sud del Paese, possedute e gestite dai cinesi, dove era in corso un chiassoso sciopero dei lavoratori che chiedevano più soldi e condizioni più umane. Due manager cinesi che non parlavano una parola d’inglese (lingua corrente in Zambia), hanno guardato per qualche minuto i dipendenti che urlavano e poi hanno aperto il fuoco contro di loro, ferendone 13. Ne è nato un colossale incidente diplomatico fra i due Paesi, ed è andata a finire che la compagnia ha raddoppiato i salari fino a 3000 renmimbi (455 dollari), ha assunto tre interpreti e un responsabile locale delle risorse umane, e ha pagato un indennizzo ai dipendenti feriti fra i 5 e i 10mila dollari. Ma la tensione è rimasta alta, anche perché neanche a farlo apposta nelle stesse settimane una ferrovia costruita dai cinesi dalla capitale Lusaka a Chirundu, 130 chilometri, è stata travolta dalle acque nella stagione delle piogge. Insomma, terreno ideale per i nazionalisti di Sata. E motivo in più per i dipendenti delle fabbriche tessili cinesi di Newcastle nel vicino Sudafrica per confermare lo sciopero contro una paga che se va bene arriva a 200 dollari al mese: molto di più di quello che i cinesi prendono in patria ma meno del salario minimo garantito nel Paese africano.
Non va meglio a quei cinesi che sono venuti a colonizzare le fertilissime e sconfinate terre africane. L’esempio più interessante, ma anche il più rischioso per le tensioni che genera, è quello dei villaggi Badoing che si sono espansi ormai in 18 Paesi, dal Kenia alla Costa d’Avorio, dal Sudan alla Guinea Equatoriale. Abitate soprattutto dai cinesi della regione dell’Hebei, che pare sia quella a più spiccata vocazione agricola, sono comunità chiusissime di 5001000 cinesi, ognuno dei quali resta un po’ di anni e non ha alcun interesse a integrarsi con gli agricoltori locali malgrado le reiterate richieste degli africani. Anzi: in risposta a queste richieste il coordinatore dei villaggi, Liu Jianjun, capo della camera di commercio sinoafricana, ha detto all’Independent che gli africani «sono pigri, preferiscono raccogliere la frutta dall’albero piuttosto che andarla a coltivare». Apriti cielo. La Cina, per esempio, ha rimpatriato in tutta fretta dalla Guinea 400 lavoratori dopo che era scoppiato un conflitto a fuoco causato dall’intolleranza reciproca.
In questa che è diventata secondo alcuni economisti una vera e propria nuova battaglia anticoloniale, combattuta ancora una volta introno allo sfruttamento delle ingenti risorse naturali dell’Africa, non tutte le responsabilità sono ovviamente da una sola parte. Ci sono investimenti finanziari limpidi, come l’acquisto per 5,5 miliardi di dollari da parte della Industrial & Commercial Bank of China del 20% della sudafricana Standard Bank, il maggior istituto di credito del continente, o le tante acquisizioni minori come quella da 14 milioni della compagnia di cellulari somala. E poi gli africani hanno trovato nei cinesi i fornitori di beni di primo consumo economici, dall’abbigliamento agli elettrodomestici, che è esattamente quello di cui avevano bisogno. L’interscambio fra la Cina e l’Africa è passato da zero nel 1995 a 40 miliardi di dollari dieci anni dopo, e nel 2010 ha raggiunto i 120 miliardi così ripartiti: 70 miliardi sono le importazioni di petrolio, minerali, derrate alimentari e quant’altro dal continente africano, e 60 le vendite cinesi appunto di beni di larghissimo consumo. C’è anche da dire che bene o male i cinesi hanno creato milioni di posti di lavoro in un continente in cui due terzi della popolazione non dispone di acqua corrente, e poi stando ad alcuni conteggi la Cina ha contribuito allo sviluppo dell’Africa più della Banca Mondiale con 13,8 miliardi di dollari di prestiti diretti alle popolazioni e alle imprese locali. Per la verità quest’ultimo dato è controverso: il thinktank americano Heritage Foundation ha voluto vederci chiaro e ha scoperto le particolari procedure attraverso cui i prestiti, una volta stanziati da Pechino, vengono erogati. Inizialmente vengono parcheggiati in alcune finanziarie di Hong Kong e poi ogni singolo dollaro viene sottoposto ad una contrattazione con il Paese destinatario: solo quando vengono assicurate ai cinesi precise commesse, senza nessuna gara, il prestito viene sbloccato. Una forma particolare di cooperazione allo sviluppo contro la quale, e probabilmente si può capire, ora è scattata la ribellione africana.