Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 10 Lunedì calendario

DEHAENE IL "BULLDOZER" UN DEMOCRISTIANO PER SALVARE DEXIA DALLA TEMPESTA

Quando era borgomastro di Vilvorde, cittadina fiamminga alle porte di Bruxelles con una forte minoranza francofona, emise un’ordinanza che vietava ai commercianti di esporre insegne in francese. Ma, siccome è un vero democristiano come in Italia non ne esistono più, specificò che all’interno dei negozi erano consentiti cartelli bilingui. JeanLuc Dehaene, presidente del consiglio di amministrazione di Dexia, il tallone d’Achille del sistema bancario europeo, ha il dono non comune di saper essere duro e flessibile allo stesso tempo. Una qualità che gli è valsa una carriera politica straordinaria, e che ora dovrà sfruttare a fondo per negoziare con i governi di Francia, Belgio e Lussemburgo il salvataggio o lo smembramento della sua banca.
Per la verità, nella catastrofe Dexia, Dehaene non ha molto da rimproverarsi. E’ stato cooptato alla guida del consiglio di amministrazione nell’ottobre del 2008, quando la banca era nella tempesta dei mutui subprime che aveva portato all’allontanamento di tutto il vecchio gruppo dirigente. Una crisi che già allora costrinse i governi francese, belga e lussemburghese a intervenire per evitare il fallimento, ma dalla quale il gruppo bancario specializzato nei crediti agli enti locali non si è mai davvero ripreso. Quanto alla gestione operativa, è sempre stata saldamente nelle mani dei francesi cui va la poltrona di presidente del comitato di direzione. Una carica coperta fino al 2008 da Axel Miller e, dopo l’esplosione della prima crisi, da Pierre Mariani.
Ma il motivo della cooptazione di Dehaene ai vertici della banca è da cercarsi proprio nelle sue qualità di mediatore paziente ed ostinato e allo stesso tempo di navigatissimo conoscitore dell’establishment francobelga di cui Dexia è espressione. Non a caso, nel corso della sua lunga carriera politica, l’attuale patron di Dexia si è guadagnato molti soprannomi: «lo sminatore», per la sua capacità di disinnescare possibili focolai di crisi; «l’idraulico», per la sua conoscenza della complessa rete di vasi comunicanti che fa da sfondo alla politica belga; ma anche «il bulldozer», non solo per la sua stazza fisica, ma anche per la durezza e l’ostinazione che sa dimostrare nei momenti di crisi.
Nato in Francia nell’agosto del ’40, dove la madre aveva seguito il padre richiamato alle armi come medico militare nell’esercito belga, JeanLuc Dehaene è il primo di sette figli di una famiglia cattolica e fiamminga fino al midollo. Il padre, un neuropsichiatra di fama, muore quando lui ha solo 21 anni lasciandolo a condividere con la madre la responsabilità di gestire una famiglia tanto numerosa. Responsabilità che però gli vale l’esonero dal servizio militare.
Fin da ragazzo, JeanLuc si rivela pieno di contraddizioni. Non ama molto studiare, ammette, ciononostante a 13 anni entra in collegio dai gesuiti ad Alost. Dopo il liceo, si iscrive a legge «perché in famiglia c’erano già abbastanza medici e curati, e poi giurisprudenza mi permetteva di prendere qualsiasi strada». Frequenta l’università a Namur «sempre dai gesuiti perché, venendo da un internato, non sarei sopravvissuto alla "libertà" di Lovanio». A 23 anni si laurea in legge ma poi, pur lavorando, prenderà anche una laurea in economia: non male per uno che non ha voglia di studiare. A 25 anni sposa Celie, sua vicina di casa e compagna di infanzia, dopo cinque anni di fidanzamento.
Dopo la laurea comincia una straordinaria carriera. Una delle caratteristiche di JeanLuc Dehaene, confermata dalla cooptazione alla guida di Dexia, è che le offerte di incarichi e di responsabilità gli piovono addosso senza che apparentemente lui si dia da fare per ottenerli. A 23 anni lo zio prete gli offre di prendere la guida dell’Unione fiamminga degli scout cattolici, un movimento che riunisce trentamila giovani. A 25 anni viene chiamato a lavorare al centro studi dell’associazione cattolica degli impiegati. A 27 anni entra direttamente nella direzione del movimento giovanile del CVP, la democrazia cristiana fiamminga, senza mai averne avuto la tessera. Poi, per dieci anni, lavora in vari gabinetti ministeriali fino a che, nell’81, a 41 anni, diventa ministro per gli affari sociali e la riforma istituzionale. Nell’88 è vice primo ministro.
Nel ’92, quando il suo mentore Wilfried Martens lascia, è a capo del governo. Non è una posizione semplice, né acquisita con facilità. Prima di lui avevano tentato di formare una coalizione altri due navigati politici, Guy Verhofstadt e Melchior Wathelet, ma avevano dovuto gettare la spugna.
Resterà primo ministro di uno dei paesi meno facilmente governabili d’Europa per sette anni e due legislature. Passa più o meno indenne attraverso una serie di scandali, dall’affaire Augusta, al caso Dutroux. Gestisce con saggezza la delicata successione dopo la morte del re Baldovino. Riesce a traghettare il Paese, diviso etnicamente al suo interno quanto nessun altro in Europa, verso un federalismo più o meno realizzato. Ma durante il suo governo il Belgio, che nel 1980 aveva un debito pubblico contenuto, pari al 74 per cento del Pil, arriva ad un indebitamento record: 133 per cento. Ciononostante riesce a portare il Paese nella moneta unica.
Nel 1994, dopo che ha affrontato, tra l’altro, una delle crisi più drammatiche dello scorso secolo ritirando le sue truppi dal Rwanda squassato dalla guerra civile, tutti i capi di governo europei, trainati da Helmut Kohl e Francois Mitterrand sono d’accordo per nominarlo alla testa della Commissione europea in sostituzione di Jacques Delors: ancora una cooptazione, che sfuma solo per il veto del premier britannico John Major, che considera il primo ministro belga troppo europeista nel corso di un travagliato vertice a Corfù.
Dopo aver lasciato la guida del governo, JeanLuc Dehaene comincia una carriera come membro di diversi consigli di amministrazione di grandi società belghe. Ma non abbandona completamente la politica. Si fa eleggere borgomastro di Vilvorde. E torna ad occuparsi d’Europa. Prima nel comitato di saggi incaricato da Prodi di studiare le ipotesi di costituzione europea. Poi, nel 2002, come vicepresidente con Amato della Convenzione che redige il progetto di costituzione.
Quindi, dopo la bocciatura dei referendum, sempre con Amato fa parte del gruppo che studia le modifiche al progetto costituzionale che sfoceranno nel Trattato di Lisbona.
Come molti democristiani di vecchio stampo, Dehaene è un uomo colto che però non fa pesare la propria cultura, devoto, senza mai essere moralista. Ha tratti popolareschi, parla con un linguaggio semplice, quasi elementare. Ama la buona tavola (e si vede), e il buon vino: è rimasta celebre la foto che lo ritrae nudo in una botte con la scritta «coq au vin». E’ un patito di calcio e un tifoso accanito del Football Club Bruges: «Non avrei mai sposato mia moglie se non avesse accettato il mio primo invito a uscire per andare a vedere una partita di pallone», spiega. Non ha caso Dexia è oggi uno degli sponsor del club fiammingo.
Ancora oggi, nei sondaggi Dehaene resta uno dei politici più popolari in Belgio, anche se le sue prese di posizione non sono certo populiste o fatte per attirare consensi facili. Da anni si batte per l’innalzamento dell’età della pensione. E porta come esempio il proprio attivismo: «Nel dibattito sull’età della pensione voglio essere un esempio vivente di come si possa essere attivi anche in età avanzata», spiegava ancora qualche mese fa. Ora, forse, il tracollo di Dexia lo indurrà a cambiare idea.