Alessandra Puato, CorrierEconomia 10/10/2011, 10 ottobre 2011
PRIVATE EQUITY. «L’ASSEGNO E’ PRONTO, DATECI LE BANCHE»
Ieri speculatori, oggi salvatori della patria? I fondi di private equity di mestiere raccolgono soldi dagli investitori istituzionali, per investirli in aziende che poi rivendono o quotano. L’importante è guadagnarci. Hanno un tesoretto da investire sull’Italia: 12 miliardi è la stima, prudente e di massima, dell’Aifi, l’associazione che li raduna, per il Corriere Economia, incrociata con i dati del mercato. Otto miliardi dai fondi italiani, un paio da quelli bancari e di finanziarie, due dagli esteri. Saranno loro, le ex locuste secondo un’ormai anacronistica definizione, a sostenere le banche a caccia di liquidità e lo Stato, acquistando le partecipazioni pubbliche messe in vendita da Giulio Tremonti (se il governo tiene)? Certo sono gli unici, oggi, con del denaro in tasca (potenziale: i loro sottoscrittori devono versarlo al momento degli acquisti, i cosiddetti «richiami»). La chiamano «dry powder», la polvere da sparo asciutta. Nell’Italia declassata dalle agenzie di rating potranno spararla su due obiettivi nuovi: le banche e le privatizzazioni.
L’impegno
«Le banche italiane hanno varato una decina di miliardi di aumenti di capitale e secondo alcuni dovrebbero farne il triplo — dice Giampio Bracchi, presidente dell’Aifi —. Chi metterà i soldi? Il private equity è un’industria di medio termine, ha competenze e risorse per entrare in questo settore». E sulle privatizzazioni: «Il settore pubblico si deve per forza aprire. Chi acquisterà? In questa stagione vogliamo esserci noi. Siamo pronti su municipalizzate e aziende locali, di trasporto locale ed energia, ciò che comuni e provincie cederanno». Il caso della Popolare di Milano, dov’è appena entrato il fondo Investindustrial di Andrea Bonomi al 2,6% per salire al 10% (si vedrà con l’assemblea del 22) e si è mossa la Sator di Matteo Arpe, è il segnale della nuova fase. «Le banche italiane? Non mi stupirebbe che, a questi prezzi, entrasse un grande fondo di private equity, magari straniero», dice Dario Cossutta di Investitori Associati (che ha venduto la Rinascente ai thailandesi guadagnando due volte e mezzo l’investimento).
La scorsa settimana l’Aifi ha presentato i dati del primo semestre: rispetto al gennaio-giugno 2010 la raccolta dei fondi è calata del 19% a 384 milioni, ma l’investimento è triplicato a 1,524 miliardi. E ci sono 7,843 miliardi di risorse disponibili, solo fra i suoi soci. «Aspettano occasioni interessanti, dice Anna Gervasoni, direttore generale.
La classifica
Abbiamo dato un’occhiata, fondo per fondo, a quanto c’è in cassa, destinato l’Italia (vedi tabella). La novità è la forte incidenza dei fondi pubblico-privati legati alla Cassa depositi e prestiti, cioè l’F2i di Vito Gamberale e Fii, il Fondo italiano d’investimento per le Pmi guidato da Gabriele Cappellini, ex Mps.
Ebbene, in testa alla classifica del «dry powder», con 1,2 miliardi, c’è il fondo Clessidra di Claudio Sposito (vedi intervista sotto), che si già è comperato il Cerved (la banca dati dei bilanci) e ha condotto con Bpm e Mps la fusione Anima-Prima. Segue l’Investindustrial di Bonomi, con un miliardo: ha acquistato la Snai in concessione, ha ceduto Permasteelisa, rendimento dichiarato nell’ultimo anno il 25%, un record.
Al terzo posto c’è Fii con 910 milioni; al quarto con 700 milioni la 21 Investimenti di Alessandro Benetton; quinta con 630 milioni la Idea Capital di De Agostini, che ha in portafoglio Grandi Navi Veloci, Manutencocoop e Telit; sesto F2i che ha da investire 600 milioni dopo lo shopping fra l’aeroporto di Napoli, Metroweb ed Enel Rete Gas.
Con mezzo miliardo segue la Palladio di Giorgio Drago, che si è presa con Bonomi la Snai; e con 400 milioni la Sator di Arpe, appena salita ancora in Banca Profilo. Chiudono con 160 milioni il fondo Wise, che acquistò dalla Cir di De Benedetti la Kos, schivandone la quotazione; e la Imi Fondi Chiusi del gruppo Intesa Sanpaolo, guidata da Fabio Borsoi, che ha investito anche con Fii.
Secondo stime di massima di PriceWaterhousCoopers per Corriere Economia, dal gennaio 2010 al giugno scorso il private equity, considerate le leve finanziarie, ha fatto girare in Italia almeno 7,5 miliardi: tre con i buy out (investimenti di maggioranza) nel 2010 e 4,5 nel primo semestre 2011, fra acquisizioni e disinvestimenti. «Gli operatori industriali con la crisi si ritirano e i fondi di private equity fanno girare l’economia», nota Mara Caverni, partner di Pwc. È così?
Di sicuro per il private equity investire in banche o privatizzazioni è ormai quasi una necessità. Primo, perché sono obiettivi concreti. Comperare aziende tradizionali è diventato complicato, perché nessun imprenditore vuole vendere a prezzi stracciati, inoltre le banche non sono più disposte a finanziare le acquisizioni a leva, come accadeva (troppo) in passato.
Secondo, perché i fondi devono dimostrare ai propri sottoscrittori che stanno lavorando: non foss’altro perché quelli sborsano il 2% di commissioni all’anno e cominciano a chiedersi se ne valga la pena. Vanno tenuti agganciati, ora che raccogliere altri soldi sarà un problema. Le fondazioni bancarie, senza i flussi di dividendi passati, versano nei fondi sempre meno e sono sostituite solo in parte da casse di previdenza e assicurazioni, nota Mario Barozzi di Idea Capital. E gli investitori esteri sono in fuga dall’Italia: «A parità di storia, rendimenti e investimenti, il fondo di un Paese come la Germania ha il decuplo di possibilità di fare raccolta», dice Michele Semenzato di Wise. «Il 90% dei nostri investitori è estero, ma nessuno viene in Italia in questo momento, c’è un forte rischio Paese», rivela Cossutta.
Certo, investire negli istituti di credito è complicato: serve l’autorizzazione della Banca d’Italia e il management giusto, si paga in contanti, si entra in minoranza. Ma dà visibilità e un vantaggio impagabile: in caso di quotazione, i titoli vengono venduti ai clienti dalla banca medesima. Un buon affare, insomma. Sempre che riparta la Borsa. E che gli investitori dei fondi continuino a rispondere ai «richiami».
Alessandra Puato