Massimo Mucchetti, CorrierEconomia 10/10/2011, 10 ottobre 2011
CAPITALI. L’INGORDIGIA DEI MERCATI
Nel 2012 l’Italia avrà da rifinanziare 270 miliardi del suo debito pubblico. In seguito, il fabbisogno di liquidità dello Stato tenderà a diminuire, ma questo calendario, lungi dal rasserenare, finisce per accendere il faro sull’anno venturo. Le prossime settimane saranno decisive. E non basterà dire che l’Italia è solida e solvibile. Troppo facile, troppo comodo. I mercati hanno già ascoltato questo argomento.
E i mercati non ne han tenuto conto: le obbligazioni pubbliche vanno rimborsate a scadenza, mentre il patrimonio pubblico è in larghissima parte invendibile, il patrimonio privato intangibile e i margini di crescita futuri inferiori al necessario. Di qui il peggioramento dei tassi e, ora, il pesante declassamento di Moody’s e, venerdì scorso, di Fitch.
Se dunque le nuove emissioni di Bot e Btp consolidassero, o peggio accentuassero, il forte rialzo dei tassi registrato nelle ultime offerte, il Paese rischierebbe di avvitarsi in una spirale molto negativa. Pagare il 6% annuo sui titoli decennali — e non vogliamo nemmeno immaginare percentuali più alte a parità di inflazione — avrebbe almeno due effetti pericolosi: appesantirebbe il conto degli interessi sul debito pubblico, ora in circolazione per lo più ai tassi modesti del passato; farebbe salire di parecchio il costo del capitale per le banche e le imprese.
Il nuovo fronte
Del primo effetto molto è già stato detto. Qui andrebbe aggiunta un’osservazione: poiché la metà del debito dello Stato è sottoscritta dall’estero, un marcato e stabile incremento degli interessi avrebbe la conseguenza di aumentare i flussi finanziari in uscita dall’Italia, un lusso che non ci possiamo permettere sia perché non abbiamo di che finanziare gli altri sia perché, se i flussi verso l’estero superano il tasso di crescita dell’economia, e dunque del gettito fiscale, il debito pubblico continuerà ad aumentare.
Del secondo effetto, invece, parecchio resta da dire. Il costo del debito pubblico è la base di partenza reale del costo del denaro. La Bce può anche tenere prossimo allo zero il tasso europeo di riferimento, ma poi ogni Stato fa storia a sé e il suo rischio di insolvenza viene diversamente pesato. Il costo del debito pubblico incorpora dunque il cosiddetto rischio Paese. Non a caso il debito pubblico tedesco, che in cifra assoluta ha superato quello italiano, paga meno del nostro.
Ma il costo del capitale incorpora anche un premio al rischio d’impresa. In tempi normali, nei suoi studi, Mediobanca lo stimava nel 3,5%. È logico supporre che in tempi tristi come gli attuali questo rischio salga e richieda un premio maggiore. Ciò vuol dire che i nuovi investimenti, una volta pagati tutti i costi operativi, gli oneri finanziari e le imposte, dovrebbero rendere una cifra che, in molti casi, risulterebbe improbabile. D’altra parte, il fenomeno si ripete anche sul costo del debito.
Accanto al debito pubblico statale e locale di 1.900 miliardi, le banche e le imprese italiane hanno circa 800 miliardi delle loro obbligazioni detenute all’estero. Su alcune di queste emissioni, fatte da soggetti tanto ben internazionalizzati da essere reputati poco italiani, il rischio Paese inciderà meno, ma sulla maggior parte peserà.
L’asse
Ne abbiamo avuto la conferma dal declassamento delle imprese a partecipazione pubblica, Eni, Enel, Finmeccanica, A2A, Poste e così via. Non andrà molto meglio per i grandi gruppi privati da Telecom Italia a Fiat-Chrysler, le cui obbligazioni sono addirittura prive di rating. E per le piccole e medie imprese, che non emettono obbligazioni sui mercati per finanziare gli investimenti, ma devono ricorrere ai mutui, la prospettiva minaccia di essere ancora peggiore. Anche per le banche, infatti, sale il costo dell’indebitamento, dal quale vengono le risorse per fare i prestiti alla clientela. Un costo che, da quando è iniziata la crisi, sconta l’onere aggiuntivo di mantenere liquidi i bilanci per non correre il rischio di trovarsi a secco com’è appena accaduto alla grande banca franco-belga Dexia (che in Italia aveva comprato il Crediop).
In queste condizioni, le banche fanno molta fatica a fare raccolta a lungo termine. Dexia aveva riprovato a finanziare i mutui con la raccolta a breve ed è saltata per la seconda volta. (Pochi mesi fa, Dexia era risultata dodicesima sulle 91 banche sottoposte agli stress test della European Banking Authority, quelli che si diceva fossero rigorosi…).
È possibile, tuttavia, che il quadro si muova. Il governo di Berlino è pronto a ricapitalizzare le banche tedesche, oberate dai rischi sovrani. Quello di Parigi fa sapere che, se sarà, le banche francesi saranno salvate non dal Tesoro, ma da un’iniziativa sovranazionale europea. Di questo passo, si chiede Mediobanca securities, si arriverà agli eurobond? Se fosse, avremmo forse una convergenza tra i tassi tedeschi e quelli del resto dell’Europa. L’Italia e le sue banche potrebbero finanziarsi meglio, a beneficio anche dell’economia reale. La Germania pagherebbe un po’ di più, ma conserverebbe il cliente Europa. A questo certo lavora Sarkozy. Berlusconi non si capisce. Del resto il presidente francese verso il cancelliere Merkel mostra un’attenzione diversa da quella del premier italiano.
Massimo Mucchetti