Nancy Spector, Corriere della Sera 10/10/2011, 10 ottobre 2011
MAURIZIO COME PORTNOY. LA STESSA ANGOSCIA DI ROTH
Quello che gli artisti leggono fornisce spesso valide indicazioni sui loro pensieri, se non sulle fonti da cui traggono ispirazione. Uno scaffale ben fornito nell’angolo di uno studio può essere eloquente quanto una qualsiasi spiegazione su una specifica opera d’arte in via di realizzazione. Ciò risulta particolarmente valido per Maurizio Cattelan, che di rado rende note le sue intenzioni preferendo nascondersi dietro il personaggio perfettamente costruito del pagliaccio della classe o del giovane delinquente inveterato. I brani che ha voluto inserire nella sezione «Artist’s Choice» della prima monografia esaustiva della sua produzione, pubblicata nel 2000, costituiscono dunque indizi particolarmente preziosi. Con un passo straordinariamente scurrile dal Lamento di Portnoy di Philip Roth, brillante satira dell’angoscia esistenziale del maschio ebreo americano, seguito da alcuni estratti da una raccolta di appunti di suicidio, Cattelan esprime in maniera indiretta le motivazioni fondamentali che danno impulso alla sua pratica: la disperazione e il senso di colpa. Dopo aver fallito — dichiara — in tutte le sue attività precedenti, dalla scuola al lavoro, si è avvicinato al mondo dell’arte come a una sorta di rifugio, un luogo in cui poter esprimere pubblicamente le sue ansie ed essere remunerato per questo. Come Alexander Portnoy nel romanzo di Roth, Cattelan è alla continua ricerca di una via di fuga da se stesso, dal suo passato e da tutte le regole che gli sono state imposte. Se il tormentato Portnoy si rivolge alla psicoanalisi per superare la stretta soffocante dei genitori iperprotettivi e comprendere, se non assolvere, i suoi disdicevoli desideri, per Cattelan il mondo dell’arte è come il lettino dell’analista. Dall’avvio della sua carriera artistica verso la fine degli anni Ottanta, l’artista ha rappresentato liberamente le sue debolezze, attribuendo loro una forma fisica e una particolare veste narrativa che per molti aspetti è giunta a caratterizzare l’insieme della sua opera.
Ma questo è solo un aspetto della questione. L’avvincente esibizione della psicopatologia di Cattelan è più un gesto poetico rivolto all’universo intero che una manifestazione di natura autobiografica. Vestendo i panni del buffone (nevrotico), Cattelan si propone come un uomo qualunque, a suggerire che questa figura archetipica è tutto sommato più fragile di quanto non mostrino le apparenze. Portando avanti la propria opera quasi fosse una sorta di espiazione, Cattelan problematizza l’immagine dell’artista maschio come generatore virile di forme creative, proseguendo così una lunga tradizione novecentesca avviata, tra gli altri, da Marcel Duchamp, Andy Warhol e Richard Prince, per citare figure che svolgono un ruolo tutt’altro che marginale nel suo sviluppo intellettuale.
Questa trinità della storia dell’arte incarna la nuova attenzione dell’avanguardia (e della neoavanguardia) verso la cultura popolare come fonte e strumento del modernismo nel suo flirt in atto con il dissolvimento della differenza tra arte e vita. Il trait d’union tra i ready-made di Duchamp, i barattoli di zuppa di Warhol e le barzellette copiate di Prince è un cruciale e decisivo passaggio dalla produzione alla scelta, il che segnala una certa svalutazione della mano dell’artista. L’oggetto realizzato con perizia che reca i segni dell’intervento individuale non è più considerato l’esclusiva manifestazione del genio artistico. In realtà, il concetto stesso di genio artistico — associato nella prima metà del Novecento a una visione estetica trascendente e all’espressione di verità interiori o comunque invisibili — viene messo rigorosamente sotto inchiesta con l’abbandono dadaistico della pittura retinica da parte di Duchamp, il distacco laconico e meccanico di Warhol e l’umorismo preso a prestito e autodenigratorio di Prince.
Cattelan, che si è ritratto come un inconcludente cronico, ha trovato nel profilo antieroico di questi artisti un modello di tattica. In un’intervista del 1999, quando era già ben affermato, è arrivato a dichiarare: «Io non sono un artista» e «Faccio arte, ma è un lavoro», spiegando poi: «Ho cominciato per caso. Qualcuno mi aveva detto che era una professione molto remunerativa, che avrei potuto viaggiare molto e conoscere un mucchio di ragazze. Non era vero niente: non ci sono soldi né viaggi né ragazze. Solo lavoro. Comunque non mi dispiace per niente. In realtà non riesco a pensare a nessun’altra alternativa. Quantomeno c’è una certa dose di rispetto. Questo è un mestiere in cui posso essere un po’ stupido e la gente dirà "Sei così stupido; grazie, grazie di essere tanto stupido"».
Nancy Spector