Giovanni Bianconi, Corriere della Sera 10/10/2011, 10 ottobre 2011
LA MADRE PENTITA E LE PRESSIONI SULLA FIGLIA PER FARLA RITRATTARE —
Il colpo più duro l’aveva ricevuto dalla figlia maggiore, 16 anni vissuti a Rosarno, in terra e famiglia di ’ndrangheta, ribellatasi all’idea di vivere con una madre «pentita» lontano dalla Calabria. «Mi dispiace ma ce l’ho con te, mamma, sono arrabbiata per quello che stai facendo — le ha scritto il 18 luglio scorso —. Questa è la tua scelta e la rispetto, ma sappi che lo stai facendo solo per te, non per noi che ci fai solo del male».
Parole e toni aspri, forse troppo per una ragazzina che tentava di trasmettere anche sentimenti di affetto: «Avrei voluto stare con te perché ti amo e perché sei la mia mamma, però io non ce la faccio». Fino ad arrivare a un invito esplicito: «Non sono d’accordo con te, perché stai sputando nel piatto dove hai mangiato senza alcun senso. Spero che capisci quello che ti sto dicendo. Non lo dico per cattiveria, ma per farti capire quello che è sbagliato».
Davanti a un simile ultimatum Giuseppina Pesce — 32 anni, nata e cresciuta nel clan che comanda a Rosarno, piana di Gioia Tauro, tre figli da educare con marito, genitori, fratelli, sorelle zii e cugini in galera — non poteva non vacillare ancora. Arrestata nella primavera del 2010 per associazione mafiosa, dopo sei mesi aveva deciso di collaborare con la giustizia, scaricando nuove accuse su di sé e sui parenti che l’avevano subito disconosciuta. Poi ad aprile 2011 il colpo di scena: Giusy Pesce si pente di essersi pentita, ritratta tutto, dice di essere stata condizionata e costretta nei precedenti interrogatori. Ma a giugno «evade» per un giorno dagli arresti domiciliari insieme all’uomo che nella sua vita ha preso il posto del marito. Rientra in carcere, e dopo poche settimane si rivolge nuovamente ai magistrati: «Sarebbe mia intenzione riprendere il percorso della collaborazione, sperando di poter recuperare la vostra fiducia».
I pubblici ministeri della Procura antimafia di Reggio Calabria tornano da lei, il percorso riprende. Ma la figlia maggiore di Giusy si mette di traverso, con la sua lettera: «Per te è più importante quello che ti promettono loro oppure la tua famiglia e la nostra felicità? Se è la nostra felicità e la tua famiglia, allora fai in modo di non fare questo passo, cerca in tutti i modi di tirarti indietro finché sei in tempo... Non so che dirti, credimi, ma sono delusa». Stavolta però Giuseppina Pesce riesce a non retrocedere. Anche perché una settimana più tardi sua figlia torna a scriverle: «Io senza di te non ce la farò mai... A me quello che pensa o dice la gente non mi importa, io penso con la mia testa e decido io. Nella lettera precedente ti avevo detto che non venivo, però non era una mia scelta».
Era la conferma di quel che Giuseppina immaginava, delle pressioni a cui la ragazza era stata sottoposta per convincere la madre a ritrattare per la seconda volta; a scegliere la protezione della famiglia (di sangue e di ’ndrangheta) anziché quella dello Stato. Ma Giusy ha resistito, raccontando tutto ai magistrati: «In quella lettera mi dice che sto sputando nel piatto dove mangio, e io da lì ho capito che non erano parole di mia figlia... non è un’espressione che usa... Ho capito che stava subendo delle pressioni». La madre riferisce anche dei successivi colloqui con la figlia: «Mi ha detto che mio marito le ha detto di scegliere tra me e lui...».
Anche il marito di Giuseppina, Rocco Palaia, le ha scritto dal carcere dov’è rinchiuso. Con toni più concilianti quando la moglie era indecisa: «Quando usciamo facciamo finta che non è successo mai niente, promesso...». Poi con parole di risentimento: «Se ti può interessare ti faccio sapere che a tuo padre e a zio Pino gli hanno dato il 41 (il 41 bis, regime di carcere duro, ndr) e sai benissimo chi glielo ha fatto dare», alludendo a lei, anche se non è vero. Infine con una sferzata dopo la nuova collaborazione coi giudici: «Mi domandavo da tanto tempo come mai tu ti sei, anzi ci hai rovinato la vita a tutti... Spero che Dio ti illumini». Rocco Palaia chiede alla moglie di lasciare in Calabria il figlio maschio, di nove anni, evitando di portarlo con lei: «Ha bisogno di essere seguito a scuola e deve andare al doposcuola, tu non sarai in grado». Secondo Giusy Pesce, il bambino le avrebbe rivolto questa frase a proposito del fidanzato della madre, su istigazione di uno zio: «Lui ha mancato di rispetto a mio padre, se io vengo e lui c’è io devo prendere un coltello e mentre dorme lo devo ammazzare».
La pentita ha spiegato i motivi della sua ritrattazione, annunciata con una lettera pubblicata da un giornale locale: «Mio suocero mi ha offerto di pagare le spese legali e di provvedere a tutte le mie necessità economiche ove avessi deciso di interrompere la collaborazione. I contatti con la famiglia di mio marito sono avvenuti all’inizio attraverso mia figlia, che continuava a farmi pressioni affinché io recedessi dalla collaborazione». E a proposito della lettera in cui lamentava di essere stata costretta dai magistrati ad accusare i suoi familiari, dopo il cambio del difensore: «È stata scritta dall’avvocato... Nessuno mi ha mai costretta o indotta a rendere dichiarazioni, è stata una mia libera scelta».
Il pubblico ministero Alessandra Cerreti, al processo in corso contro la cosca Pesce, ha prodotto tutte le lettere e le dichiarazioni sui condizionamenti subiti dalla pentita, e ha avviato un’indagine per istigazione a rendere false dichiarazioni a carico del suocero e dei cognati di Giuseppina Pesce. La quale in uno degli ultimi interrogatori ha rivelato che se pure avesse insistito sulla strada della ritrattazione, non se la sarebbe cavata: «Prima o poi sarei stata giustiziata, diciamo, per l’errore che ho fatto».
Giovanni Bianconi