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 2011  ottobre 12 Mercoledì calendario

L’UOMO CHE VISSE DUE VOLTE

Quarant’anni fa caddi in coma per quindici giorni a causa di un’emorragia cerebrale. Durante il coma uscii dal mio corpo, feci esperienze incredibili e, quando mi risvegliai, ero un uomo del tutto diverso», racconta Renato Minozzi. «Avevo 34 anni. Lavoravo come direttore di banca e non mi ero mai interessato di questioni scientifiche, né tanto meno artistiche. Pur non avendo mai tenuto prima un pennello in mano, dopo il risveglio dipingevo benissimo, sapevo incidere il rame e il vetro e, in più, avevo la testa piena di nozioni scientifiche che prima ignoravo e che sono state alla base di tutte le invenzioni che ho realizzato».
Friulano di nascita, 74 anni, Renato Minozzi è noto per essere protagonista di fatti "paranormali" clamorosi. L’artista vanta estimatori nel mondo della cultura, come Vittorio Sgarbi e Massimo Cacciari. Alcune sue “invenzioni” sono state utilizzate anche dalla Nasa. I suoi quadri, che lui definisce "esoterici", riscuotono molto successo e a essi il Comune di Roma ha dedicato una mostra al Palazzo delle Esposizioni.
L o incontriamo a Portogruaro, in provincia di Venezia, dove Minozzi vive e dove ha il suo atelier-laboratorio. Minozzi ha da poco pubblicato il libro Kadihr - Sacro sigillo di Atlantide (Albatros editore), raccontando parte della sua avventura. «Da quarant’anni vivo come sospeso tra questo mondo e l’altro», ci dice.
Domanda. Racconti com’è iniziata questa sua misteriosa esperienza.
Risposta. «La sera del 19 dicembre 1971 ero appena andato a letto. Improvvisamente sentii una botta tremenda alla testa. Non persi i sensi, rimasi vigile, ma il mio corpo era completamente immobile. Mi portarono all’ospedale. Ricordo mia madre che piangeva e un medico che le diceva: “Signora, si prepari perché è probabile che suo figlio non veda l’alba”. Ma io non ero preoccupato. A un certo punto mi resi conto che stavo fluttuando in aria. Vedevo i medici chini sul mio corpo e mia madre in un angolo. Mi avvicinai al muro, ci passai attraverso e mi ritrovai in corridoio. Qui vidi un vortice colorato, vi entrai e mi trovai in un posto strano.
D. Che cosa vide?
R. «Una scalinata immensa. Ricordo che iniziai a salire i gradini. Una volta lassù, mi si aprì davanti agli occhi un panorama stupendo: colline e prati verdissimi, vallate fiorite, ruscelli spumeggianti. E migliaia di farfalle variopinte. Ero felice, sereno e pieno di stupore. Volevo immergermi in quel paesaggio. Ma sentii una voce che mi disse: “Non sei tu che devi cercare il tempo. Sarà il tempo a cercare te”. Tutto fu di nuovo buio. Scesi i gradini, tornai nel corridoio dell’ospedale e, quindi, nel mio corpo».
D. E si svegliò dal corna?
R. «No. Feci almeno altri quattro viaggi fuori dal corpo, durante i quali ebbi anche contatti con entità molto particolari e vidi strani marchingegni».
D. Che cosa accadde quando uscì dai coma?
R. «All’inizio nulla. Dovetti restare a letto, perché avevo un’emiparesi. Dovetti camminare con il bastone per tre mesi. Ma subito capii che ero diventato un’altra persona: sentivo l’impulso irrefrenabile di prendere la penna e scrivere. Scrivevo di tutto: progetti, numeri, formule matematiche, facevo disegni di macchine mai viste prima. Un giorno disegnai uno strano orologio che avevo visto durante uno dei viaggi».
D. Che tipo di orologio?
R. «Lo chiamai “orologio astrale”. Oltreché le ore e i minuti, era in grado di segnare anche il futuro astrologico, così che era possibile avere un oroscopo personalizzato in ogni istante della giornata. Lo progettai e lo costruii. Fu un successo. Venne esposto alla Fiera di Padova nel 1980. Poi realizzai un laboratorio per fare “viaggi astrali extracorporeI”, che attirò l’interesse della Nasa e le riviste Life e Time gli dedicarono ampi articoli. Venni a sapere che alcuni scienziati americani avevano costruito la stessa cosa, usando come conduttore lamine in oro al posto di quelle di rame che avevo utilizzato io. Purtroppo fui costretto a chiudere il mio laboratorio. Durante un viaggio astrale andai a “ficcare il naso” in una base militare Usa in Italia. La cosa non piacque e mi fu vivamente consigliato di dedicarmi solo alla pittura».
D. Che cos’altro realizzò?
R. «Inventai una nuova lingua. In pochi mesi scrissi la grammatica, la sintassi e un vocabolario di più di 5 mila parole. La chiamai “jeshaeli”. È la prima lingua inventata da una sola persona. La sottoposi all’analisi di Massimo Vedovelli, linguista e semiologo, oggi rettore dell’Università per stranieri di Siena. Vedovelli la definì “lingua perfetta”».
D. E poi c’è la pittura, che le ha dato la notorietà.
R. «Esatto. Non appena potei camminare di nuovo, mi accorsi di saper dipingere. Miscelavo i colori come se avessi sempre fatto quel mestiere. E in ogni dipinto cercavo di ricreare quell’universo di colori che avevo visto, mentre ero in coma, dall’alto della scalinata. Ho continuato a farlo. Lo faccio ancora oggi».