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 2011  ottobre 08 Sabato calendario

Quei registi di sinistra che non odiano il mercato - E adesso che la Coop affida al cabarettista Paolo Hendel la sua campagna d’autunno, sbarcan­do sul web con un pugno di clip in­titolate «Mercatoni Pravettoni» e rispolverando così il cinico capi­talista Carcarlo Pravettoni, quel­lo delle merendine all’asfalto, ha senso contrapporre il Mercato al­la Cultura, cioè la Destra alla Sini­stra, come da vulgata? Perché di questi paletti si tratta, mentre il Kulturmarket lotta fino all’ulti­mo carrello per tenere bottega aperta: di recente il premio Oscar Giuseppe Tornatore, uno dei no­stri non discutibili maestri di cine­ma, ha dovuto difendersi dall’ac­cusa d’essersi venduto, solo per­ché ingaggiato dalla Esselunga per un corto d’autore

Quei registi di sinistra che non odiano il mercato - E adesso che la Coop affida al cabarettista Paolo Hendel la sua campagna d’autunno, sbarcan­do sul web con un pugno di clip in­titolate «Mercatoni Pravettoni» e rispolverando così il cinico capi­talista Carcarlo Pravettoni, quel­lo delle merendine all’asfalto, ha senso contrapporre il Mercato al­la Cultura, cioè la Destra alla Sini­stra, come da vulgata? Perché di questi paletti si tratta, mentre il Kulturmarket lotta fino all’ulti­mo carrello per tenere bottega aperta: di recente il premio Oscar Giuseppe Tornatore, uno dei no­stri non discutibili maestri di cine­ma, ha dovuto difendersi dall’ac­cusa d’essersi venduto, solo per­ché ingaggiato dalla Esselunga per un corto d’autore. «Quando faccio un film lavoro con centina­ia di persone alle quali non chie­do mai a che partito sono iscritte o se abbiano tessere politiche», ha dichiarato l’artista siciliano. Uno del Sud, che da radici di si­nistra proviene- chi ha visto Baa­rìa sa quanto amore lì circoli per il disciolto Pci di Berlinguer e chi co­nosce la sua pregevole filmogra­fia ritrova uguale mano anche ne­gli spot - ,è lapidato dai «compa­gni » per ragioni moralistiche e un po’ vacue. Sembra assurdo, ma è quanto avviene nell’Italia dei ci­necampanili e delle piccole ma­fie editoriali. E qualcosa di sor­prendente e un po’ equivoco ora si abbatte, sempre provenendo dalla Zona Rossa, su un’altra ec­cellenza del cinema italiano, Pao­lo Sorrentino. «Non so cosa significhi esatta­mente italianità di un prodotto, ma il mio è un film decisamente italiano», è costretto a spiegare l’autore de Il Divo presentando il suo This must be the place , che il 14 ottobre arriverà nelle sale con la potenza distributiva di 300 co­pie e la magnifica presenza di Se­an Penn, star assoluta nel ruolo del rocker messo all’angolo dalla vita, ma pronto a un riscatto per­sonale e universale. «Secondo me un film è italiano se concepito da italiani, pensato e scritto da ita­liani, diretto da un italiano e foto­grafato da un italiano», ha prose­guito l’artista napoletano con ca­librato orgoglio. Un altro del Sud, come Tornato­re, che da radici di sinistra provie­ne ( «mi considero di sinistra, se la parola ha ancora un senso»), an­che se non ha mai varcato l’uscio di una sezione, e ha dovuto illu­strare l’elementare alla Casa del Cinema. Cioè che se si ha qualco­sa da dire, lo si può fare da italiani, anzi da europei, allestendo set globali tra Irlanda e Usa, ingag­giando il doppiamente oscarizza­to Penn e la candidata agli Oscar Frances McDormand, qui nel ruo­l­o umanissimo della moglie pom­piera della rockstar con parrucca e rossetto. E facendo recitare in in­glese le battute d’una sceneggia­tura molto letteraria, ma priva di bellurie (by Sorrentino e Umber­to Contarello) e perciò ficcante, come quando il malinconico Penn/Cheyenne riflette: «Nessu­no lavora più, tutti fanno qualco­sa di artistico». Sta di fatto che Sorrentino, na­to in Italia, pro­fessionalmente si è formato sul ci­nema Usa più vi­sionario: non a caso ama Terren­ce Malick e la «te­stimonianza di li­bertà » implicita nel suo L’albero della vita . «Mali­ck ride in faccia alla normalizza­zione. È un se­gnale consolan­te », afferma Sor­rentino in un’in­tervista di Mal­com Pagani ap­parsa su Micro-Mega . Però i ceri­monieri del poli­ticamente corret­to restano in ag­guato, pure in presenza di con­clamato talento. «Se chi coman­da­la filiera del ci­nema teme di perdere il filo ros­so con il portafo­gli, bisogna rassi­curarlo. Piegan­dol’o­mologazio­ne con l’onda del­le idee, senza sventolare slogan preistorici», av­verte il cineasta che detesta «il pic­colo circuito autoriale », lesto a ot­tenere «l’applauso aprioristico della critica e si ferma lì. È un dramma», dice lui. Però, mentre con il suo film s’appresta a concor­rere agli Oscar, mentre ha vendu­to la sua opera «in tutto il mondo, tranne la Cina», mentre, come Ga­briele Muccino, si è messo sul mercato aperto, contendibile e meritocratico, certi critici s’im­pensieriscono sul titolo inglese, o su quel 10 per cento del budget complessivo (28 milioni di dolla­ri, tra Medusa Film, Indigo Film e Lucky Red) fornito da Intesa Sanpaolo, banca per la quale il re­gista ha già firmato un cortome­traggio, insieme a Olmi e a Salva­tores. Al pari di Marchionne, Sorrenti­no sfrutta le pari opportunità del mercato globale, senza curarsi dell’apparato: per lui «i critici so­no alpini di pianura».