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 2011  ottobre 07 Venerdì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 209 - GARIBALDINI E PADRONI

Quindi Cavour, per precedere Garibaldi, voleva sollevare una rivoluzione a Napoli.

Già. Si affidò a tre napoletani che s’erano dichiarati disponibili, Liborio Romano, il barone Nisco e il generale Nunziante. I piemontesi avrebbero mandato a Napoli un battello carico d’armi e Liborio Romano, un avvocato liberale che era stato da poco nominato prefetto di polizia e ministro dell’Interno, si sarebbe incaricato di distribuirle. Intanto la flotta sarda, al comando di Persano, si sarebbe spostata a Napoli con la scusa di proteggere la contessa di Siracusa, cugina di Vittorio Emanuele. Al momento opportuno popolo, esercito e marina si sarebbero ribellati e avrebbero rovesciato il governo borbone. Un governo provvisorio guidato da Liborio Romano avrebbe chiesto la protezione piemontese. Una volta arrivati, i piemontesi avrebbero intimato l’altolà a Garibaldi.

Sembra possibile. Sembra persino facile.

Non si realizzò. I liberali napoletani erano preda di un’indolenza misteriosa. Alle sollecitazioni, ai denari, alle promesse di future cariche risposero che non ci stava niente da fare, che ormai tanto valeva aspettare Garibaldi. Cavour non riusciva a capire. Un mese prima, degli ufficiali della marina napoletana erano andati da Persano e s’erano dichiarati pronti a tutto, purché gradi e carriera fossero salvaguardati. E adesso? Ma poi si disse che doveva esser colpa del lungo regime dittatoriale, di quel governo selvaggio.

E quindi Garibaldi arrivò indisturbato a Napoli.

Un’avanzata che si lasciò dietro molti strascichi, molte stragi. La Sicilia s’era compattamente schierata con Garibaldi per via dell’universale odio antinapoletano. Sul continente era un’altra cosa: sentimenti di fedeltà, di devozione e di affetto nei confronti dei Borboni erano assai diffusi nelle campagne e le camicie rosse avanzarono mentre decine di controrivolte si verificavano in Terra di Lavoro, nel Sannio o in Puglia, ma anche nello Stato pontificio, nel Molise, negli Abruzzi e fino alle Marche. Insorgenze di contadini che credevano giunto il momento della divisione delle terre e contro i quali i proprietari - grandi, piccoli e piccolissimi si affidavano proprio ai garibaldini.

I garibaldini stavano dalla parte dei proprietari.

Ma nessuna delle forze in campo aveva la minima vocazione sociale. Lo scrisse quello più a sinistra di tutti, cioè Mazzini: la rivoluzione italiana doveva essere « non sociale né strettamente parlando, politica... ma nazionale ». È possibile che quella rivoluzione sia stata tradita (Gramsci). Ma, in questo caso, la tradirono tutti.

I comunisti...

Il Risorgimento, benché determinato dalle condizioni economiche generali, e che abbiamo visto, non fu un momento della lotta di classe. In quello spettacolo, Marx - che di Mazzini si faceva beffe - non è neanche una comparsa. I tormenti posteriori della sinistra su questo punto sono frutto di un equivoco. Cavour capiva solo le ragioni della proprietà, a suo modo di vedere un diritto di natura. Garibaldi voleva la dittatura monarchica oppure che gli si facesse fare il dittatore. Mazzini aveva chiarissimi i doveri delle classi disagiate, e guardava i diritti come una pericolosa fonte di sovversione sociale.

Torniamo a Garibaldi in marcia.

Monteleone-Cosenza-Castrovillari. A Maratea imbarco per Sapri...

Che fine avevano fatto il «Piemonte» e il «Lombardo»?

Affondate all’arrivo a Marsala. Dopo Sapri: Padula-Sala Consilina-AulettaSalerno. A questo punto Cavour fece l’ultimo disperato tentativo di sottrarre l’impresa a Garibaldi.

Quanto dista Salerno da Napoli?

Una cinquantina di chilometri. Il conte mandò Cialdini e Farini a Chambéry, dove stava Napoleone III. L’imperatore li ricevette e si dispose ad ascoltare l’ennesimo piano di Cavour. Farini spiegò che non c’era più tempo di fermare Garibaldi, il generale era ormai arrivato a Napoli. Bisognava dunque bloccarlo altrove. «Dove?» chiese l’imperatore. «Nelle Marche e nell’Umbria» rispose Farini, secondo le istruzioni ricevute da Cavour. Spiegò che avrebbero provocato una rivoluzione in quelle due regioni, quindi con la scusa di mantenere l’ordine pubblico, dato che la rivoluzione nello Stato pontificio rischiava di contagiare Toscana o Emilia, Cialdini avrebbe invaso le Marche e Fanti l’Umbria. «Buttiamo Lamoricière a mare, prendiamo Ancona e proclamiamo Roma inviolabile». Napoleone approvò. Se non si fermava il generale, tra poco sarebbe toccato a lui di affrontare Garibaldi per proteggere Roma. E avrebbe dovuto combattere avendo al fianco Lamoricière, l’odiato nemico del bonapartismo.

Non capiva che era un modo per saldare il centro con il Sud...

Non aveva mica troppa scelta. E comunque, il conte fece una seconda mossa, di capitale importanza. Prese con sé Farini e andò da Vittorio Emanuele II a presentare le dimissioni. Era l’8 settembre 1860, ore nove di mattina. Il conte proponeva di lasciare il potere ad « altri consiglieri, che pur seguendo la stessa politica, potessero con maggior facilità evitare i probabili conflitti col Dittatore dell’Italia meridionale ».