Giorgio Dell’Arti, La Stampa 8/10/2011, 8 ottobre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 210 - L’INCONTRO DI TEANO
Come mai questa improvvisa decisione di dimettersi?
Garibaldi era entrato a Napoli il 7 settembre. Aveva preso il treno, era entrato in stazione a mezzogiorno. Una folla enorme lo aspettava per acclamarlo. Le truppe lo avrebbero raggiunto dopo qualche giorno. Aveva formato subito un governo moderato con Liborio Romano, Cosenz, Pisanelli, Scialoja, D’Afflitto, Ciccone. Poi aveva scritto al re due famose lettere. In una invitava Vittorio Emanuele a Roma « ove lo proclameremo re d’Italia, ed ove deporrò ai suoi piedi la mia Dittatura ». Annunciava: « Io marcerò verso la Capitale dell’Italia con tutta la celerità che mi permetteranno le circostanze ».
Al re e a Cavour sarà venuto un colpo.
Aspetti. Nella seconda lettera chiedeva la testa del conte. « Sire, la M.V. sa con che affetto io ami l’Italia e Vittorio Emanuele, quindi mi farei un delitto di chiederle cose che non fossero nell’interesse suo e del mio paese e di scendere a miserabili personalità . « Io tacqui sino a questo momento tutte le turpi contrarietà da me sofferte da Cavour, Farini ecc., oggi però che ci avviciniamo allo sviluppo del gran dramma italiano, io devo implorare dalla M.V. per il bene della Santa Causa ch’io servo, lo allontanamento di quelli individui . « A Palermo, dopo d’aver sopportato tutto quanto potevo, fui obbligato di scacciare il loro agente La Farina, che mi suscitava mille disordini e che li suscitava ancora (benché lontano) nella mia assenza. A Messina suscita il popolo alla demolizione della Cittadella, stimolando così le sue passioni per potersene servire di stromento. A Napoli cominciano le stesse mene e so che aspettano la mia partenza per tumultuare e per gridare all’annessione, come fecero in Sicilia, annessione che m’avrebbe obbligato di desistere dal programma che ci siamo prefissi sotto gli auspici della M.V. . « Io non vedo altro rimedio se non che quello di allontanare quegli uomini incorreggibili che ci fanno un danno immenso e con cui sarà certamente impossibile mi presenti al cospetto di V.M .. « Mentre io replico la mia supplica a V.M. Io sono con affetto Dev. Servo G. Garibaldi».
Una presa di posizione pubblica?
Sì, la lettera uscì sui giornali. Quindi Cavour andò a dimettersi. Il re, per quanto lo detestasse, fu costretto a rispondere di no. Non poteva essere Garibaldi a scegliere i primi ministri. Al Generale il re rispose che il progetto di licenziare Cavour era «impossibile e contrario al bene della causa comune, così pure dico della sua spedizione sopra Roma». Gli annunciò che avrebbe portato la guerra nelle Marche e nell’Umbria. « Conviene che l’azione militare in Italia abbia una sola e concorde direzione e non si faccia nessuna spedizione od attacco senza ordine mio ». Aggiunse: « Stiamo uniti e forti e l’avvenire sarà con noi ». Garibaldi aveva ignorato lo Statuto, il Parlamento, le forme dello stato liberale che stavano a garanzia di chi sapesse usarle. Tutte robe che gli stavano sullo stomaco. Oltre tutto, mentre risaliva la penisola, messaggeri di pace erano stati mandati da Cavour, ai quali Garibaldi aveva risposto di non voler avere nulla a che fare « con quei figuri di Torino ».
In casi come questi, chi si vede respingere le dimissioni in genere si rafforza.
Sì, Vittorio Emanuele dovette abbandonare ogni illusione di giocare Garibaldi contro Cavour. Proprio come aveva stabilito Cavour, dovette invece mettersi in marcia per andarsi a prendere la sua parte di regno. Il conte aveva spedito un ultimatum al cardinale Antonelli, in cui gli intimava di sciogliere i reparti militari stranieri. Nello stesso tempo a Fanti e Cialdini era stato ordinato di varcare le frontiere dello Stato della Chiesa. L’Umbria fu occupata in una settimana. Cialdini, dopo aver invaso le province di Pesaro e Ancona, si scontrò con Lamoricière a Castelfidardo. Lo sconfisse. Ancona fu assalita per terra e per mare e cadde il 29 settembre. Lo stesso giorno Vittorio Emanuele, lasciata la luogotenenza del regno al principe di Carignano, partì per Ancona dove avrebbe assunto il comando delle truppe. Arrivò il 3 ottobre e il 10 cominciò il passaggio del Tronto. Incontrati al Passo del Macerone un migliaio di borbonici guidati dal generale Scotti Douglas li battè ed entrò a Isernia. Poi occupò Venafro e si mise sulla strada Capua-Cassino. Garibaldi aveva subito la controffensiva borbonica il 1˚ ottobre sul Volturno. Una grande battaglia, in cui 30 mila uomini di Francesco II impegnarono 21 mila garibaldini. Ma, nonostante la superiorità numerica, i borbonici furono respinti. Francesco II, con la regina Sofia, si rifugiò a Gaeta. Garibaldi passò il Volturno il 25 ottobre e avanzò verso Teano. Aveva però capito che non c’era modo di andare a Roma. L’incontro col re avvenne al Quadrivio della Catena. Vittorio Emanuele fu piuttosto freddo e non passò in rassegna i garibaldini. Spiegò al Generale che i suoi uomini dovevano accodarsi alle truppe regie. Le camicie rosse s’accodarono.