ANDREA CORTELLESSA, Tuttolibri-La Stampa 8/10/2011, 8 ottobre 2011
“Come Kafka sono in attesa del messaggio” - Lui lo dice dell’Ariosto, che le sue parole gli suonano dentro come proverbi
“Come Kafka sono in attesa del messaggio” - Lui lo dice dell’Ariosto, che le sue parole gli suonano dentro come proverbi. Ma, si parva licet, lo stesso per me vale nei suoi confronti: le sue citazioni, dopo un quarto di secolo di frequentazione - le lezioni per tanti anni alla «Sapienza» di Roma, e poi un po’ dappertutto - mi si sono trasformate in formule omeriche (ritagliate dagli autori più amati - Savinio, Debenedetti, Pizzuto - ma anche da Heisenberg, Whitehead, Mannoni... echi dei grandi, interdisciplinari Anni Sessanta). Fatto sta che stare a sentire Walter Pedullà è come tornare a casa. Eppure tante sorprese contiene il suo ultimo libro, Giro di vita , che al titolo al solito fulminante (dopo exploits come L’estrema funzione o il recente, irresistibile, Il vecchio che avanza ) fa seguire un sottotitolo «scandaloso», Materiali per l’autobiografia di un critico letterario . «Autobiografia»: parrebbe naturale, per un protagonista della nostra letteratura che ha compiuto ottant’ anni l’ottobre scorso, eppure stupisce in un uomo così nemico della retorica. Ma ha detto bene una volta Alfonso Berardinelli: «Pedullà insegue una letteratura eraclitea che si muove a zig zag e trascina con sé alimenti di vita sempre nuovi». Continuo è lo zig zag di Walter Pedullà fra vita e letteratura - come quello di un dribblatore virtuoso. Ma lui non è di quelli che perdono di vista la porta. All’inizio del libro si legge: «lo sapevate che la critica militante è il genere che assomiglia di più alla vita?». E alla fine si commenta: quella del critico è una «vita plurale». «Ogni volta speriamo che il prossimo libro ci porti qualcosa di nuovo, come nella vita restiamo sempre in attesa di un messaggio che la cambi, la vita - come in quel racconto di Kafka... In ogni tempo la critica vive di assoluti che il tempo provvede a smentire, ma è vitale che ogni volta ci si illuda. Nella mia vita ho assistito a morti di culture che sembravano, ogni volta, la morte della cultura. Ho fatto in tempo a vivere la fine del neorealismo, il crollo del comunismo, la sconfitta della neoavanguardia, ora il venire meno dell’illusione di libertà del postmoderno. Ma c’è stata vita, eccome!, in ciascuno di questi momenti. Diceva Antonio Pizzuto che l’opacità che avvertiamo non dipende dal mondo: tocca a noi spostarci finché il mondo torna a risuonare, a emettere messaggi. È questa l’inevitabilità della cultura di cui parla Lotman, e che oggi non va più di moda. Non si deve investire nella cultura perché è un dovere morale, ma perché è indispensabile a mantenere in movimento la società. Cultura è il nome di questo spostamento, di questo continuo movimento». Giacomo Debenedetti ti assegnò una tesi di laurea su Gramsci critico letterario. Con lui si erano conosciuti a Torino, presentati da Pietro Gobetti. A differenza di Gramsci, Giacomo Debenedetti era convinto però che «l’altro dalla letteratura bisogna scavarlo dentro la stessa letteratura». Di te dici che sei «un formalista che parla di politica». Pare che non si possa fare diversamente, oggi. «Ogni grande autore lascia un segno che si deposita nella storia; e i più profondi lo lasciano proprio i grandi formalisti, quelli che Pound chiamava gli "inventori" contrapponendoli ai "diluitori". Oggi abbiamo una quantità di diluitori di qualità, e inventori pochissimi; ma dobbiamo continuare a investire su di loro. Esemplare la lettura di Debenedetti del poemetto più estetizzante di Giovanni Pascoli, Gog e Magog , come allegoria del socialismo. Tanto geniale quanto deludenti i discorsi esplicitamente socialisti di Pascoli! L’omologia fra le strutture della società e quelle dell’arte non può essere deterministica. È l’errore che commise l’estetica marxista, riferendo tutto alle strutture dell’economia: non è che non ci siano rapporti fra l’uno e l’altro piano, ma non si deve pensare che l’arte si debba "adeguare" a strutture o sistemi di valori ad essa estranei. L’arte del Novecento ha pensato in termini di relatività e indeterminazione prima che la scienza confermasse le sue intuizioni». Come ogni autobiografia, «Giro di vita» è anche un discorso sul padre. A conferma del principio della «vita plurale», però, qui di padri ce ne sono tre: uno è quello anagrafico, l’altro come sappiamo è Debenedetti, ma in mezzo ce n’è un altro cui dedichi pagine sorprendenti: il maggiore dei tuoi fratelli, Gesumino, il primo nella tua famiglia che inizi una redenzione per mezzo della cultura. Tutto il tuo percorso pare un adempimento, rispetto al debito contratto con lui. «Lo stesso è successo anche con Debenedetti: all’Università ho trasmesso il suo "morbo" a tre o quattro generazioni di studenti. Più ancora delle sue lezioni, che andavo a sentire a Messina, mi cambiarono la vita i colloqui privati, nei pranzi e nei tanti attraversamenti dello Stretto che facemmo assieme (lui arrivava col treno a Villa S. Giovanni, noi allievi lo accompagnavamo in Sicilia) e poi quando per la tesi mi ospitò a Roma nella sua casa all’Aventino; era il ’52 o il ’53, conobbi allora Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Renato Guttuso, la Morante… ero timido, non parlavo mai… ma ricordo una discussione, una sera, sul mito: io, materialista, ne diffidavo; lui, lo sapevo, prediligeva quello di Orfeo ma io lo sfidai a trovarne uno, vero e insieme presente. E lui mi chiuse la bocca citando Lolita di Nabokov. Gesumino, invece, era il mito della mia famiglia e dei suoi allievi calabresi e laziali. C’erano diciannove anni di differenza fra noi, davvero un secondo padre; le sue lezioni me le impartiva mentre mi portava sulla canna della bicicletta, come in un abbraccio. Quante lezioni private faceva gratis agli studenti poveri! Lo stesso avrei fatto io dopo di lui. È rimasto nella memoria quell’esile e dotto professorino che guidava in montagna la Resistenza in Ciociaria. Voleva tornare a casa, da Roma dove era andato a studiare, e partecipare alla Liberazione delle nostre terre - ma a Siderno non arrivò mai: morì di tifo, a Lagonegro, nel settembre del ’44. Aveva trentadue anni». È naturale che nelle autobiografie ci si rivolga al passato, ma in ogni suo discorso c’è un’apertura sul futuro. Dell’Università dici che ti piace sempre, «anche quando è in crisi, cioè sempre». E in fondo anche la tua passione per le riviste (da dieci anni Il Caffè illustrato e L’Illuminista) è un segno di speranza: sono i giovani a scrivere sulle riviste, e a leggerle. «Dicevo che la mia generazione ha vissuto tante fini, e ogni volta davvero pareva che tutto fosse finito. Ricordo quando andai a trovare gli intellettuali cinesi a Xian, si era alla fine del maoismo e loro si sentivano diseredati, disperati; neppure immaginavano di essere alla vigilia, nel loro paese, di una trasformazione senza precedenti. Il secondo Novecento, con le sue illusioni le sue finzioni le sue chiacchiere, ha dato da mangiare e ha consentito di studiare a milioni di persone; se non l’uguaglianza, ci ha dato l’idea dell’uguaglianza - che è una cosa enorme. Può darsi che l’Europa viva oggi una delle sue stagioni peggiori, ma insieme alla Cina si affacciano sulla scena l’India, il Brasile e tante altre culture. Il nuovo fascicolo del Caffè illustrato, ora, pubblica i manifesti della Generazione TQ. Senza retorica: il Novecento è stato la nostra vita ora tocca a chi si fa avanti. Oggi pare che tutti abbiano paura del futuro, e non senza motivo; è vero, la paura porta con sé un massimo di egoismo, ma dà anche la spinta più violenta al cambiamento. Io dico: finché c’è paura c’è speranza».