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 2011  ottobre 08 Sabato calendario

ECONOMIA DI MERCATO E WELFARE. PROVE DI DIALOGO PER UNA SVOLTA - R

ichiesto di indicare un nuovo leader per il Paese, abbastanza credibile da poter varare una patrimoniale di stampo einaudiano per tagliare il debito pubblico, il banchiere d’affari Guido Roberto Vitale fa non uno ma due nomi: Mario Monti e Niki Vendola. «In rigoroso ordine anagrafico e alfabetico», precisa in un’intervista al Corriere di mercoledì scorso. Il suggerimento sembra la boutade di un borghese d’alto rango che non solo tira le orecchie ai suoi pari, rei di aver creduto alle promesse impossibili di Berlusconi, ma li vuole anche stupire gigioneggiando sull’alternativa. Il fatto che Vitale non abbia voluto aggiungere altro può autorizzare il sospetto. Ma, in realtà, l’accostamento di persone e culture diverse non è impossibile in momenti di svolta come questa crisi nella quale il tramonto del berlusconismo coincide con il fiasco dell’economia del debito in tutto l’Occidente, a cominciare dall’America ormai divisa tra la destra dei Tea Party e la sinistra di Occupare Wall Street. Come altrimenti interpretare l’appoggio di una larga parte della borghesia milanese al sindaco Pisapia, avvocato garantista di ascendenza rossa e presente arancio? Il principale partito dell’opposizione, il Pd, ammaestrato dalle ultime elezioni amministrative, può pure mettersi al servizio della società civile che ci prova. Ma la rinuncia all’egemonia gramsciana non elimina l’onere di una scelta politica. E questo vale anche per i banchieri quando, da cittadini, si fanno suggeritori.

Le idee del professor Monti, presidente della Bocconi, sono state sperimentate su vasta scala nella sua opera di commissario Ue: la politica della concorrenza nel quadro dell’economia sociale di mercato. Quelle di Vendola lo sono meno. La Puglia non è Bruxelles. Entrambi — ciascuno a modo suo — parlano al Paese. Ma non a tutto: Monti avversa le corporazioni in nome della competizione; Vendola predilige la mano pubblica in nome della solidarietà. Hanno fatto valere queste loro impostazioni nelle rispettive esperienze di governo. E come tutti i governanti hanno talvolta accettato il peso delle lobby o di poteri più forti.

La politica europea della concorrenza, per esempio, si è arrestata davanti alle televisioni. La riforma dei servizi pubblici nazionali, variamente contaminati dagli spot e protetti dai governi, non è mai stata impostata con il rigore usato per le telecomunicazioni. E questa mancanza ha finito con il preservare le posizioni dominanti della tv commerciale, una delle quali legata a un premier, nel mercato della pubblicità. Per la Ue è risultato più facile affrontare Microsoft che il duopolio Rai-Mediaset.

La sudditanza della sinistra all’ambientalismo senza verifiche di realtà si è risolta in spettacolari sussidi alla produzione inefficiente di energia elettrica da fonti rinnovabili, avviata senza rischio industriale, e perciò in gran parte a debito, da privati grandi e piccini, sostenuti dai due lati dello schieramento politico. Ma nonostante i compromessi o le sviste, le ispirazioni di fondo degli uomini nuovi, o percepiti come tali, sono chiamate esse stesse a rinnovarsi. E non è detto che Monti e Vendola — e le loro culture di riferimento — superino entrambi questa sfida.

All’economista la società impaurita dalla perdita del lavoro e della speranza chiede di poter misurare che cosa significhi l’aggettivo sociale accostato all’economia di mercato: chi ci guadagna e chi ci perde tra lavoro autonomo e dipendente applicando, per esempio, le disposizioni della Bce sulle liberalizzazioni e sulla spesa sociale; se la concorrenza si estenderà fino al mercato del lavoro, smontando i sindacati in quanto cartelli che ostacolano la contrattazione individuale tra dipendente e azienda o se, invece, il lavoro continuerà a essere considerato una funzione speciale; se convenga e a chi, e quanto, lasciar circolare senza controlli merci e capitali (meno le persone) provenienti da ovunque nel mondo in una sola regione, l’Europa, mentre le altre regioni in vari modi ne governano i flussi e riscoprono addirittura il protezionismo come sta facendo il Brasile.

Al politico poeta quella stessa società impaurita e invecchiata chiede se e a spese di chi questo welfare, costruito quando l’Occidente rapinava le risorse del Terzo mondo in un mercato relativamente chiuso, possa sussistere tal quale con i Paesi emergenti che finalmente alzano la testa nel mercato globale. E gli chiede anche se farebbe ancora la guerra alla Fiat qualora a Pomigliano si costruissero delle Alfa belle come le Audi o se, invece, parlerebbe agli operai per convincerli a partecipare alla scommessa comune, magari chiedendo posti in consiglio in rappresentanza del Tfr. In una parola, al politico poeta si domanda se nella società contemporanea, dove la tecnologia scompagina ogni giorno la divisione mondiale delle produzioni e dei servizi, il rapporto tra capitale e lavoro resti conflittuale come ieri o debba trovare forme di composizione nel segno della collaborazione.

Per il banchiere milanese Monti e Vendola sono i nomi. Ma per molti dei lettori sono anche gli alfieri — non gli unici — di due culture che, pensando al dopo Berlusconi, devono decidere se scontrarsi in nome della purezza dei principi originari o se dialogare accettando, nell’assunzione della responsabilità, il rischio di scoprire che anche l’altro qualche volta ha ragione.
Massimo Mucchetti