Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 08 Sabato calendario

ANCHE DA NOI SONO USCITI BIG COME APPLE E NIKE" - ROMA - «Sì

anche noi abbiamo perso per strada nomi illustri come Apple, Nike e altri ancora. Ma, a parte che parlando di Apple proprio oggi non possiamo dimenticare di rendere omaggio al genio di Steve Jobs, non mi sembra che sia un problema: abbiamo 300mila iscritti attivi e considerando le filiazioni locali rappresentiamo gli interessi di 3 milioni di aziende». Thomas Donouhe, presidente della U.S. Chamber of Commerce, l´equivalente americano della Confindustria, a Roma su invito del Consiglio per le relazioni Italia-Usa, sorride quando gli facciamo notare le similitudini con il caso Fiat: «Da voi fa tanto scandalo che Marchionne voglia fare l´americano: ma una grande industria automobilistica è oggi internazionale per definizione e deve abbracciare le regole dell´economia globale, non può essere radicata a nessun Paese».
Perché sono uscite Apple e Nike?
«Per una questione marginale di qualche anno fa: ci contestarono alcune politiche non marcatamente ambientaliste. L´operazione fu pilotata da Al Gore, che oltre ad essere ecologista radicale è nel consiglio Apple: un pretesto politico per prendere le distanze dall´establishment industriale senza sapere che siamo bipartisan».
Oggi quali rapporti avete con l´amministrazione?
«Collaboriamo strettamente. La crisi dell´euro ci preoccupa tutti, perché gli affari comuni con l´Europa superano i 4mila miliardi, e finché non sarà superata non potrà ripartire l´economia globale. All´interno abbiamo appoggiato i piani di stimolo, ma ora pensiamo che il progetto da 450 miliardi per la creazione di lavoro, anche se passerà al Congresso, non ha nessuna possibilità di successo».
Perché per finanziarlo Obama ha proposto di abolire gli incentivi fiscali sui ricchi e di introdurre la Buffett Tax?
«Le proposte sono arrivate dopo quattro riletture, ognuna con diverse idee, e non è detto che non ne vengano altre. Il piano non incorpora un principio base: si crea lavoro solo con una convincente prospettiva di crescita. Finché le corporation non la vedono, pur avendo liquidità perché intanto si sono ristrutturate, investono fuori, magari nei Paesi emergenti. Come dargli torto?»
E le tasse?
«Mi sembra da incoscienti, oltre che controproducente, in un momento come questo aumentare le tasse. L´80% dei "ricchi" che si vogliono colpire, sono industriali che investono i loro proventi in imprese e quindi occupazione. Con i rialzi, non pagherebbero di più: accantonerebbero in qualche paradiso fiscale i loro guadagni. Piuttosto bisogna ampliare la base imponibile, ovviamente su base progressiva. Oggi fra deduzioni e riduzioni il 50% degli americani non paga nessuna tassa. Abbiamo mandato una lettera ad Obama, proprio come la vostra Confindustria, con i punti per lo sviluppo: semplificazione burocratica, certezza regolatoria, investimenti in infrastrutture, liberalizzazione del commercio estero che abbatta a zero le tariffe. Insomma, non c´è molta differenza con l´Italia».