JENNER MELETTI , la Repubblica 8/10/2011, 8 ottobre 2011
FA CALDO, SULLE ALPI ARRIVANO GLI ULIVI
Gli ulivi sono come i vecchi che stanno a fianco della chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo: stanno lì con il sole in faccia e la schiena addossata al muro, così si riparano dal vento. Anche gli ulivi, tutti piantati sui declivi che guardano a Sud, hanno il sole in faccia. E i muri che li proteggono dai venti gelati sono le colline e le Alpi.
«Cominceremo la raccolta la prossima settimana - dice Pier Luigi Baratono, 70 anni, presidente dell´Associazione piemontese olivicoltori - e come sempre mentre staccheremo le olive una ad una guarderemo la neve appena caduta sul Monviso e sul Gran Paradiso. Chi l´avrebbe mai detto, che un giorno saremmo arrivati noi, gli olivicoltori di montagna? Abbiamo cominciato mettendo qualche ulivo nel giardino di casa, poi abbiamo capito che questa pianta sta bene anche al freddo. Adesso, in Piemonte, noi produttori siamo 400 e abbiamo più di 100.000 ulivi: potati, concimati, irrigati e curati come figli».
Non solo gli uccelli e altri animali cambiano casa, a causa dell´aumento della temperatura. Gli ulivi arrivano a ridosso delle Alpi, il pomodoro e il grano duro che crescevano soprattutto in Puglia e in Sicilia ora crescono bene nella pianura Padana. Anche le viti dello Champagne attraversano la Manica alla ricerca della più fresca aria inglese. «In Europa, negli ultimi 50 anni - dice Stefano Masini, responsabile ambiente della Coldiretti - la temperatura è aumentata di 1,5 gradi. Lo hanno annunciato i ricercatori dell´Istituto di scienze dell´atmosfera e del clima del Cnr di Bologna e dell´università degli studi di Milano, in un articolo pubblicato su Geophysical Research Letters. Questo riscaldamento non provoca soltanto la migrazione delle colture: cambiano anche le condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, l´affinamento dei formaggi, l´invecchiamento dei vini».
Il frantoio di Vialfrè aprirà fra una settimana. «Io ho 300 ulivi - racconta il presidente Pier Luigi Baratono - e faccio olio per me e per gli amici. Certo, chi lo vende qui è pagato bene: 7 euro per una bottiglietta di 250 grammi, 28 euro al chilo. Ma fare soldi non è stato il nostro primo pensiero. Qui da noi, da secoli, ci sono i terrazzamenti, preparati da contadini che volevano rubare terra alla montagna per piantare viti. I sassi tolti al terreno servivano per fare i muretti a secco. Ma allora la montagna era piena di gente. Adesso il nostro Comune è come un condominio: 247 abitanti in tutto e tanti sono gli anziani. Chi ha la forza di andare sulle terrazze a curare le vigne? Abbiamo cominciato con gli ulivi perché richiedono meno lavoro, e soprattutto perché vogliamo che il nostro territorio sembri un giardino. Le terrazze abbandonate erano invase dai castagni selvatici e dai rovi».
Antonino De Maria, agronomo del dipartimento Colture arboree dell´università di Torino, conferma. «Gli uliveti sono stati impiantati perché sono belli e perché richiedono meno lavoro. Possiamo calcolare 60-90 giornate di lavoro per curare una vigna, mentre l´olivo richiede 20-30 giorni. E poi per tanti, almeno in prospettiva, c´è l´interesse economico. Un chilo d´uva del barbaresco, l´anno scorso, era venduto a 35-40 centesimi. Per un chilo d´olio c´è chi incassa 30 euro. Stiamo facendo esperimenti - uno in particolare a Verzuolo - per capire quale specie sia più adatta al nostro clima. Può sembrare strano, ma l´ulivo vive meglio in collina, fino a 600 metri, che in pianura. Il gelo di qualche giorno non lo uccide, e in collina dopo il freddo arriva subito il sole. In pianura invece, con la nebbia, si forma la galaverna che resiste anche per settimane e imprigiona la pianta nel gelo. Certo, occorrono piante resistenti, in grado di resistere a sbalzi notevoli. Nel gennaio 2007 abbiamo registrato 27 gradi di temperatura all´inizio della Val d´Aosta e nel gennaio 2009 siamo andati a 17 gradi sottozero a Chivasso e nel Monferrato».
Paolo Pejrone, architetto di giardini, ha un grande uliveto a Revello. «Ho cominciato nel 1994 e tanti mi credevano folle. Gli ulivi qui da noi? Eppure nella mia terra c´è un grande e vecchio ulivo che avrà due-trecento anni, e ha resistito al caldo e alle intemperie e ci sono altri ulivi che hanno più di mezzo secolo. Si poteva tentare». Non è certo un caso isolato, questo antico ulivo: un documento del VI secolo, dell´abbazia di Saint Maurice d´Agaune, nella valle del Rodano, elenca le proprietà dei monaci e fra queste ci sono vasti oliveti nel Vallese e in Val d´Aosta. «Adesso ho 1600 ulivi, e 1200 sono in piena produzione. Anche qui hanno preso il posto delle vigne, perché sui terrazzamenti producevamo barbera e nebbiolo non pregiati, e quindi pagati troppo poco. Il mio olio, chiamato Bramafam (nome forse di origine saracena) viene invece venduto a 20 euro al chilo. Con il lavoro - ce ne vuole tanto, non sono d´accordo con chi dice che si può andare nell´uliveto ogni due settimane - e con la pazienza, l´olio può diventare business. È un prodotto di nicchia e per questo è ricercato dagli appassionati. Anche noi fra poco cominceremo la raccolta, difficoltosa perché si lavora su pendii scoscesi. Gli sbattitori scuoteranno i rami, attenti a non ferirli e faranno cadere i frutti nelle reti. E ancora una volta ringrazieremo il nostro grande paravento naturale: le Alpi».