Laura Cherubini, Libero 8/10/2011, 8 ottobre 2011
L’ARTISTA ITALIANO CHE CON GLI ARAZZI CONQUISTA IL MONDO
Da quando Alighiero Boetti non c’è più (1994), ho sempre portato addosso una sua opera: l’orologio in cui le cifre dell’anno sostituiscono quelle delle ore, uno dei suoi lavori sul tema fondamentale del tempo. Il mio è datato 1990, me lo aveva regalato quando lo avevo invitato alla Biennale di Venezia, di cui curavo quell’anno il Padiglione Italiano. Confrontiamolo con quello realizzato da un altro grande artista, Gino De Dominicis, in cui i segni del tempo (ore e lancette) non compaiono e l’intero quadrante è sostituito da una superficie specchiante. Le differenze sono evidenti. Quella di De Dominicis è una fulminante, lampante metafora speculare: il tempo sei tu che invecchi, siamo noi. Mentre Boetti di anno in anno sostituisce alle ore le cifre dell’anno in corso, creando un progressivo slittamento che mette in dubbio la certezza stessa della misurazione del tempo.
Alighiero e Boetti, come ha continuato per tutta la vita a firmarsi, doppio anche nel nome, è ora una superstar del firmamento dell’arte (finalmente!) e sta avendo una consacrazione che nessun artista contemporaneo italiano ha mai avuto, né Burri, né Fontana, nessuno: una grande mostra antologica è dal 4 ottobre al Museo Reina Sofia di Madrid, poi approderà in febbraio alla Tate Modern di Londra e il 1° luglio al MoMA di New York.
L’antenato sufi
Nella mitologia infantile di Alighiero gioca un ruolo importante la figura dell’antenato settecentesco Giovanni Battista Boetti, viaggiatore e missionario domenicano in Oriente, il quale, convertitosi al sufismo, aveva combattuto contro l’imperialismo zarista nel Caucaso con il nome di Mansur, “il vittorioso”. Ce n’è abbastanza perché il piccolo Alighiero sognasse una vita avventurosa. E nel 1971, mentre si affievolisce il legame con l’Arte Povera, fa il primo viaggio in Afghanistan, destinato a diventare la sua seconda patria.
Qui, a Bamyan, dinanzi alle statue del Buddha scavate nella roccia ora distrutte dai Talebani, Boetti e la prima moglie Annemarie, scorgono la misera casa da tè, all’interno della quale avviene la rivelazione. Attaccata a un chiodo pende su una parete una pagina di rivista ricoperta di plastica: un astronauta che passeggia nel vuoto accanto alla sua navicella spaziale. Bisbigliando, Alighiero sussurra ad Annemarie il segreto: «In tutti i tempi e in tutti i luoghi, l’essenziale dell’arte è un’immagine frontale: foto, ex voto, calendario, calligrafia, mandala, grandiosa o povera, eterna o fragile, comunque un’icona eletta». Ecco, non c’è spiegazione migliore per distinguere la sua posizione all’interno di un movimento, l’Arte Povera, di cui pure, inizialmente, ha fatto parte. Ecco emergere anche un’altra peculiarità: la sua intrinseca transculturalità. Tra i lavori con gli arazzi ricamati dalle donne afgane un ruolo di rilievo spetta sicuramente alle “Mappe”, planisferi colorati con le bandiere. L’idea delle mappe nasce colorando un atlante con tutte le bandiere, come molti altri suoi lavori, nati da giochi infantili.
Da Kabul, dove Alì Ghiero (come lì veniva chiamato) avrebbe voluto vivere per sempre, la cassettina con le chiavi delle stanze dello One Hotel, l’albergo che vi aveva aperto nel 1971 e di cui sempre parlava, lo aveva accompagnato in tutte le sue case romane. L’albergo, di 11 stanze, si trovava in pieno centro, ed era arredato alla maniera afghana, con grandi letti, cuscini, tappeti a terra e alle pareti gli arazzi ikat: concretizzazione del forte rapporto tra arte e vita. Il legame di Boetti con questa terra e il suo popolo era grandissimo. Ritengo giusta l’opinione di Annemarie Sauzeau che si fosse «rassegnato» a vivere a Roma, ma che, senza l’occupazione sovietica, sarebbe vissuto per sempre in Afghanistan. Ricordo Alighiero entusiasmarsi per la lotta eroica e impari dei mujahidin. Il suo eroe era Massud, profondamente religioso, ma non fondamentalista.
Ceneri da disperdere
Quando accompagnai Giulio Andreotti a visitare la sala di Boetti alla Biennale del ’90, appena premiata con la menzione d’onore della giuria, ci aspettava Salman Alì, amico e collaboratore di Alighiero, trasferitosi con lui a Roma dall’Afghanistan, interessato a parlare al premier della situazione afghana.
Pare che Alighiero avesse pensato al progetto di un mappamondo di bronzo in rilievo e che facendo un’analisi dei costi avesse notato quanto grande fosse la differenza con la povera economia afghana. Una buona ragione per passare alle mappe? Di certo ha chiesto che le sue ceneri siano disperse sulle acque dei sette laghi di Bandi-a-mir, in mezzo al deserto, nell’ovest dell’Afghanistan. Anche se, a causa della guerra, non è stato ancora possibile esaudire il suo desiderio.
Laura Cherubini