Rodolfo Sala La Repubblica 10/10/2011, 10 ottobre 2011
RODOLFO SALA SU REPUBBLICA
DAL NOSTRO INVIATO
VARESE - Più che un congresso, un putiferio. Bossi contestato dai suoi, fischi e urla in sala, delegati furibondi che si sentono espropriati, un segretario non eletto ma solo "nominato" e perlopiù in minoranza nel nuovo direttivo, perfino un accenno di rissa. Succede a Varese, la culla della Lega, e non basta la presenza dell´Umberto a mettere in riga i ribelli. Eppure sembrava fatta: c´era da eleggere il nuovo segretario provinciale, e per Maurilio Canton, che una settimana fa era stato incoronato dal Senatùr, doveva essere una passeggiata. Sì perché gli altri due concorrenti (di fede maroniana, anche se non proprio organicissimi al ministro dell´Interno) si erano ritirati due giorni prima, convinti dopo cinque ore di pressing dal segretario lombardo Giancarlo Giorgetti. Insomma, questo il ragionamento, Varese è una piazza troppo importante per la Lega, meglio affrontare il congresso senza divisioni. Soprattutto se in sala c´è il Capo. E così è rimasto in gara solo Canton, uomo vicino al capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni e dunque in quota all´ormai famoso Cerchio magico. Ma parecchi delegati (erano 300 in tutto, su un totale di mille iscritti in provincia) non hanno gradito affatto il diktat piovuto dall´alto. E si sono fatti sentire.
Si comincia poco prima delle 10 in un albergone di Varese. Porte chiuse ai giornalisti, entrano solo i delegati, ma si capisce subito che aria tira. I primi quattro interventi sono delle sassate contro la scelta di Bossi. Qualcuno porta addirittura dei fischietti in sala. E se ne servirà. Da fuori, si sentono anche delle urla: «Voto, voto», «Libertà, libertà». L´enormità è che quelle contestazioni avvengono alla presenza del segretario federale, sono dirette anche a lui. Che cerca di portare un po´ d´ordine e di convincerli: «Stiamo tranquilli, il segretario di prima non andava bene e adesso dobbiamo mettere un altro, che è più bravo». Già, ma il problema è tutto lì: come «metterlo», per usare le parole di Bossi? Andrea Gibelli, vice di Formigoni nella giunta lombarda e presidente del congresso, dice che Canton deve essere insediato per acclamazione, il voto riguarderà solo il nuovo direttivo. E scoppia il finimondo, con alcuni esponenti delle due fazioni che si fronteggiano pericolosamente. Sotto gli occhi del Senatùr. Nulla può il vecchio Giuseppe Leoni, tra i fondatori della Lega, con la sua mozione degli affetti: «Dobbiamo restare uniti, insieme a Bossi». La risposta è un coro: «Vogliamo votare». Così consiglia anche Maroni, ma non lo ascoltano.
Dunque si vota solo il direttivo: sei membri su nove sono "oppositori" di Canton, e tanto basta gettare un´ombra pesante sulla legittimità del nuovo segretario. Che comunque, secondo quanto dice il presidente Gibelli, viene «acclamato». E qualcuno pensa subito di imboccare la strada dei ricorsi. Bossi si allontana dalla sala, e le urla salgono: «Buffoni, buffoni». «È stata la giornata peggiore della Lega», confessa un po´ affranto all´uscita Mario De Micheli, sindaco di Caronno Varesino. «Un vero schifo», gli fa eco un altro. Il nuovo segretario cerca di cavarsela così: «Bisogna insistere su un rapporto diretto con i militanti, per pacificare gli animi». Una parola. Poi si concede Bossi, scortato dal figlio Renzo, che spiega così la sua contestatissima decisione: «Volevo sciogliere questo pasticcio, per portare aria nuova a Varese». Certo, la tensione c´è stata: ma «organizzata», l´Umberto dice di aver scorto nelle prime file «un paio dell´Msi, dei fascisti». Reguzzoni minimizza: «Nessun problema, la Lega è unita, ed è unita con Bossi».
(r.s.)
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RODOLFO SALA
DAL NOSTRO INVIATO
VARESE - Come ai litigiosissimi congressi della Dc, ma a Varese ieri va in scena pure il Grande Inganno. Che avrebbe per vittima lo stesso Bossi. Lo raccontano i nemici di Reguzzoni, il capogruppo alla Camera sponsor del nuovo segretario: il Capo era convinto che dopo il suo endorsement pro Canton, e dopo la resa degli altri due candidati, al congresso «non ci sarebbe stato casino». Invece si è andati ben oltre, e l´Umberto c´è rimasto male. Parecchio, aveva quasi le lacrime agli occhi, quando ha abbandonato per la prima volta la sala mentre i delegati urlavano come ossessi. E qualcuno giura di averlo sentito addossare la colpa di tutto proprio a Reguzzoni. Chissà.
Qualcun altro - per dare l´idea del caos che ormai regna - ora scommette che la prossima vittima sarà Giancarlo Giorgetti, il segretario lombardo. «Faranno piazza pulita - prevede un dirigente - perché tanto da oggi le regole non valgono più, e infatti non è affatto prevista l´elezione di un segretario neppure per acclamazione, ma semplicemente perché tale viene dichiarato dal presidente del congresso». A proposito di regole, c´è anche chi cita il caso di Renzo il Trota. Ieri l´avrebbero fatto votare anche se non era delegato, dopo che il padre dal palco aveva ruggito: «Ci sono discriminazioni contro i miei figli, non gli avete dato la tessera».
Ma non è più il Bossi di una volta, adesso tra i suoi c´è chi gli si rivolta contro. A microfoni accesi. Alessandro Vegani, già sindaco di Buguggiate: «Mi sento come d´inverno sugli alberi le foglie». Già, lui il segretario "nominato" ieri da un congresso-bolgia non l´avrebbe proprio scelto. Lo dice dal palco, e ha paura: di essere cacciato, di cadere a terra come una foglia morta. Ma dice più, e fa niente se il segretario federale è lì: «Dopo che hanno fatto fuori i suoi due concorrenti, se io fossi Canton mi sentirei una merda». Avanti un altro, lo Stefano Gualandis che fa il capogruppo in consiglio provinciale e mette il dito nella piaga: «Bossi ha sempre avuto rispetto per la nostra base, oggi purtroppo ha perso l´autorevolezza e governa con l´autorità». Poi ci sono Giorgio Sai e Angelo Veronesi, entrambi segretari di sezione, ad aggiungere lamenti: «Nella Lega c´è mancanza di democrazia». In sala correggono: «Sembra di essere in Russia, questo è un Soviet».
Eccolo qui il rompete le righe che spinge la Lega alla sua Caporetto. Iscritti, dirigenti, delegati che non ci stanno e ci mettono la faccia. Divisioni vecchie (cerchisti contro maroniani), ma non solo. Intanto perché Bobo ha ordinato di non far casino, dopo l´ukase del Capo che ha imposto Canton. E poi perché stavolta, come spiega un vecchio leghista varesino «questo schifo che è successo ha compattato tutti, anche quelli che sembravano più tiepidi». Beninteso: non è solo una lotta di potere, o di strapuntino. Sullo sfondo rimangono le differenze tra chi pensa che con Berlusconi si debba andate avanti perinde ac cadaver e chi crede sia venuto il momento di mollarlo. Grosso modo.
Succede anche nel Veneto, ieri pomeriggio a Padova riunione fiume del parlamentino della Liga Veneta. Il tam tam era ossessivo: il segretario Gian Paolo Gobbo vuole commissariare il "provinciale" di Verona, retto da Paolo Paternoster un fedelissimo del maroniano di ferro Flavio Tosi. Non se n´è fatto niente, anche se il tentativo c´è stato: l´eco del disastro di Varese era arrivata, meglio non gettare altra benzina sul fuoco.
MARCO BRESOLIN SULLA STAMPA
Caro Umberto, una cosa è l’autorevolezza, che tu hai e hai sempre avuto. Un’altra cosa è l’autoritarismo, con cui purtroppo hai gestito questa situazione». Il primo delegato a intervenire al congresso provinciale di Varese utilizza parole dure verso il Capo. Lo fa con una lettera a lui indirizzata, anche se il ministro ancora non si vede. E dalla platea parte un’ovazione. Soltanto pochi minuti prima, davanti ai flash e alle telecamere, Marco Reguzzoni aveva stretto a sé il segretario della Lega Lombarda Giancarlo Giorgetti (maroniano) per un abbraccio distensivo e il candidato unico Maurilio Canton aveva parlato di «unitarietà del movimento, un movimento democratico». Poi la porta tagliafuoco (sic) si era chiusa e i giornalisti allontanati. Via libera al lancio di coltelli.
Nelle oltre quattro ore di congresso, i trecento delegati se ne dicono tra di loro di tutti i colori nella sala «Arc de Triomphe» dell’Atahotel di Varese. Per quattro ore scandiscono più volte la loro richiesta «voto, voto», ma il voto non arriva. Maurilio Canton, il candidato bossiano, viene «proclamato» segretario senza essere votato. Nessuna acclamazione (semmai il contrario), nessun applauso. Al segretario uscente, il maroniano Stefano Candiani, viene addirittura impedito di fare la relazione di fine mandato («Provo grande amarezza perché c’è stata una forte mancanza di rispetto nei confronti della base» dirà poi all’uscita). Dall’alto hanno deciso così e il grosso dell’assemblea alla fine se ne va urlando che «questo congresso è una farsa», che «oggi la Lega è finita» e che «quello non è il mio segretario perché io non l’ho votato».
«Canton doveva accettare un confronto democratico. Perché non ha voluto affrontare la prova del voto?» chiede un delegato nel suo intervento. La platea si spella le mani e guarda a Leonardo Tarantino e a Donato Castiglioni, i due candidati «invitati» a farsi da parte dopo le cinque ore di riunione di venerdì in via Bellerio. Andrea Gibelli, vicepresidente della Regione Lombardia e presidente del congresso, cerca di stoppare l’intervento con la scusa che sono finiti i cinque minuti a disposizione. La sala insorge. «Voto, voto». E allora via con gli sfoghi dal palco: «Non è questa la Lega che vogliamo. Non vogliamo né nepotismo né amici degli amici». Applausi.
Qualcuno si gira e indica Marco Reguzzoni, in piedi in fondo alla sala. Roberto Maroni è seduto in prima fila. Ascolta immobile e in silenzio. Dentro di sé, forse, scuote la testa. Alla fine se ne andrà da un’uscita secondaria per evitare i giornalisti.
Proseguono gli interventi e un delegato ricorda che per fare politica «ci vogliono tre “c”. Cervello, cuore e coglioni. Qui qualcuno non li ha. Vedo lobby interne al partito che portano avanti interessi personali». Intanto è arrivato il Senatùr, ma viene lasciato in una stanza nascosta. Lontana dalla rabbia dei militanti. «Bossi ha attorno a sé troppi capetti» scandisce un altro delegato. Una signora cotonata si gira e con lo sguardo cerca Marco Reguzzoni. Non c’è. Forse è andato ad accogliere Bossi. E dal palco c’è chi nel suo intervento cita addirittura Jim Morrison: «È meglio alzare la testa e morire piuttosto che vivere strisciando». Ovazione.
Andrea Gibelli prova a prendere in mano la situazione e ricorda: «Oggi rappresentate molto più di quanto crediate. Questo congresso – ammette – non riguarda solo Varese, ma la Padania intera. Laviamoci i panni sporchi in casa. Avete visto cosa dicono i giornali?». Quindi fa la sua proposta: niente voto per il segretario. Il rischio è di ritrovarsi con una montagna di schede bianche o di protesta. I militanti insorgono, ma Gibelli non arretra. Si vota, ma solo per il direttivo. Poi entra Umberto Bossi. Il Senatùr denuncia il fallimento della vecchia segreteria, li accusa di aver ostacolato il tesseramento dei suoi figli e insiste nel dire che «Canton è aria nuova». La platea ascolta allibita. Bossi esce dalla sala e il segretario uscente Candiani prende il microfono, ma Gibelli glielo toglie e proclama Canton nuovo segretario. I militanti, inferociti, lasciano la sala. Restano in pochi a stringere le mani al «tagliagole» Canton, avvolto in una bandiera con la croce di San Giorgio. Per Reguzzoni «il movimento è unito con Bossi» e il Senatùr promette che la Lega «bastonerà» i dissidenti. Le contestazioni? Solo di «un paio di fascisti, ex Msi, in seconda o terza fila». E poi via, a festeggiare nella sala ristorante dell’hotel. Al tavolo ci sono Bossi, il figlio Renzo, il neosegretario Canton, Reguzzoni e Rosi Mauro. In cerchio.
FRANCESCO MOSCATELLI SULLA STAMPA
La versione ufficiale è che dopo quattro ore di confronto sia finita a tramezzini e spritz. «È stata una riunione lunga ma piacevole - ha commentato l’onorevole vicentina Manuela Dal Lago -. La prossima volta andremo anche a cena assieme alla fine della riunione tanto è disteso il rapporto tra di noi».
In realtà, al termine dell’irrituale vertice convocato ieri a Padova per sedare i contrasti interni al Carroccio veneto, gli animi sono tutt’altro che rasserenati. Nonostante le rassicurazioni dei due sfidanti. Da una parte il sindaco di Verona, l’«eretico» Flavio Tosi, dall’altra il segretario regionale («nazionale» secondo le gerarchie padane) nonché primo cittadino di Treviso Gian Paolo Gobbo, che a quanto si dice voleva dare una lezione a Tosi tagliando la testa a qualcuno dei suoi uomini. Entrambi hanno scelto il minimalismo verbale. «Noi la politica la facciamo tra di noi e non attraverso i giornali. Non c’è nessuna tensione nè altro all’interno della Lega» ha dichiarato Gobbo. «Il nostro partito è unito. Non ci sono tensioni» ha ribadito a stretto giro Tosi. Bocche cucite anche da parte del resto della nomenklatura leghista presente alla riunione, fra gli altri il capogruppo al Senato Federico Bricolo, il sottosegretario alla Salute Francesca Martini e il deputato Stefano Stefani. E chissà quanto ha influito l’esito del congresso lombardo di Varese, terminato poche ore prima, su questa ennesima pace armata all’interno del Carroccio...
Le ipotesi della vigilia, un siluramento del responsabile provinciale di Verona Paolo Paternoster (un uomo di Tosi eletto nel maggio scorso con percentuali quasi bulgare), il commissariamento della segreteria (circolava il nome della stessa Manuela Dal Lago) e a cascata la «normalizzazione» di tutti i colpi di mano effettuati da Tosi ai danni del suo antagonista locale l’onorevole Alessandro Montagnoli -, non si sono verificate. Tecnicamente, insomma, è finita con un pareggio. Ma politicamente, come confessano con soddisfazione gli uomini del sindaco di Verona «è come se Flavio avesse portato a casa un punto giocando fuori casa». Tosi, infatti, è riuscito ad impedire il commissariamento della segreteria scaligera, respingendo al mittente tutte le accuse e contrattaccando. «Ci hanno provato di brutto - racconta un amministratore veronese vicino al sindaco “ribelle” - ma ce l’abbiamo fatta, anche se la discussione è stata molto accesa».
Tutto risolto, dunque? Più o meno. Perché la base di fronte a tutte queste prove di forza comincia a dare i primi segni di stanchezza. «Non so neanch’io cosa sta succedendo - ammette candidamente Luca Ceolaro, uno di quelli che ha pagato sulla sua pelle l’opposizione a Tosi (eletto segretario di circoscrizione a Oppeano, nella bassa veronese, è stato costretto alle dimissioni dal ricorso di un segretario di sezione) - . Noi qui nella bassa stiamo con l’onorevole Montagnoli e non posso nascondere che il malumore sta crescendo. Tosi? Il sindaco di Verona è sempre stato un punto di riferimento ma dopo il congresso provinciale è come se qualcosa si fosse rotto. La riunione di Padova? Spero che abbiano trovato una soluzione a questa guerra fratricida».