Carmelo Lo Papa La Repubblica 10/10/2011, 10 ottobre 2011
LA POLITICA DI OGGI
CARMELO LO PAPA SU REPUBBLICA
Si è convinto che «una regia esterna stia provando a mettere insieme i pezzi, ad approfittare dei malumori interni per farmi fuori». E si dice altrettanto certo che «falliranno anche stavolta». È appena rientrato ad Arcore dal piacevole weekend in dacia tra San Pietroburgo e Mosca. «Ritemprato, tonico e motivato» come racconta un uomo di governo che lo ha sentito.
E il Cavaliere offre già nel pomeriggio ad alcuni dei suoi al telefono la sua lettura di quanto sta maturando negli ultimi giorni a Roma. «Io mi occupo di cose serie, sono già al lavoro sul decreto sviluppo» lascia trapelare ostentando sicurezza. I malpancisti «non hanno dove andare», insomma, lo sfiducino se ne sono capaci. Confida nel fatto che il fortino delle Camere reggerà come avvenuto il 14 dicembre, come sempre. Il fatto è che i «frondisti» (che detestano essere definiti tali) sono pronti ad andare fino in fondo, come mai in passato: «Non hanno capito che facciamo sul serio» raccontano in anonimato. La promessa di un faccia a faccia Alfano-Scajola per metà settimana, forse mercoledì, non avrebbe sortito gli effetti sperati. Anche perché l´ambasciata informale è già avvenuta, l´offerta si concretizzerebbe in «ruoli di peso» nel partito, negli organismi dirigenti locali che si stanno formando, addirittura un posto da ministro per lo stesso Scajola. Magari, azzarda un berlusconiano della cerchia ristretta, dopo uno spacchettamento del ministero dell´Economia e la concessione a Tremonti del governatore di Bankitalia Vittorio Grilli. Paolo Romani si sposterebbe e lascerebbe così vacante il ponto da restituire all´ex ministro ligure due anni dopo. Ma né Scajola né i suoi mangiano la foglia, per lo spacchettamento occorrerebbe modificare la legge Bassanini, ragionano, un decreto non basterebbe, non ci sono i tempi, ammesso che bastasse. Il gruppo dei dissenzienti tra Camera e Senato resta compatto e acquista peso. Deputati e senatori si vedranno martedì sera, e all´incontro, con i due big Pisanu e Scajola, dovrebbe partecipare anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno che con i suoi ha confermato ieri la propria disponibilità ad andare a «vedere le carte». È la conferma di quanto la partita si faccia complicata per Berlusconi. Quanto sia diventato concreto il rischio di una crisi al buio.
Il premier ha perciò deciso di rimettere in pista l´artiglieria pesante. In una riedizione della campagna acquisti in stile 14 dicembre. Il segretario Pdl è l´ambasciatore ufficiale con Scajola, ma le trattative, quelle «vere», il Cavaliere le ha delegate a Denis Verdini. Il coordinatore, destinato a indossare i panni del Mr. Wolf di Pulp Fiction («Risolvo problemi») è stato lanciato in una sorta di «caccia all´uomo». Nel mirino, uno per uno, gli scajoliani. Alcuni sarebbero stati già avvicinati. Altri lo saranno a Montecitorio. L´obiettivo è fare terra bruciata attorno all´ex ministro: l´unico big dissidente che nel radar di via dell´Umiltà è considerato davvero «pericoloso» perché dotato di «truppe». Si va dalla proposta della ricandidatura, all´invito a desistere da documenti di rottura o sfiducia, se non si vorrà vedere compromessa appunto la rielezione. Loro non desistono, per ora: «Nuovo governo e nuovo programma». Anche se a Palazzo Chigi smorzano. «Si tratta solo di un dibattito interno, che non darà luogo ad alcuna frattura - sostiene il portavoce del presidente, Paolo Bonaiuti - L´unità del Pdl è sempre prevalsa e sarà così anche questa volta». Qualcun altro, come il sottosegretario Daniela Santanchè, ricorda che «siamo alla vigilia dei congressi, posizionamenti e dibattiti sono fisiologici: Scajola e Formigoni non lasceranno. Di più: è imminente un ulteriore allargamento della maggioranza». Tatticismi e guerra di posizione. Molto interna al partito, in cui ieri non è passato inosservato l´ennesimo giuramento di fedeltà di Angelino Alfano («Berlusconi non si accantona»), dopo che il segretario era finito in un cono d´ombra per aver alluso in un intervento a Milano alla debolezza del premier. L´ex Guardasigilli resta dunque al suo fianco nel bunker, chiudendo le porte a Casini, a Formigoni e a chi nel Pdl chiede una svolta.
In questo clima, non proprio dei migliori per la maggioranza, si apre la settimana cruciale del ddl intercettazioni alla Camera. Ma il governo è atteso al varco soprattutto sul decreto sviluppo, rimasto finora una scatola vuota a dispetto della «scossa» invocata da Scajola. Anche oggi da Arcore il premier sentirà alcuni esperti di economia per lavorare alle misure, che difficilmente vedranno la luce entro metà ottobre come promesso, e sembra invece abbia deciso per adesso di congelare l´opzione condono. Non solo per i veti di Tremonti, ma anche per quelli di Bossi. Meglio rinviarlo a un prossimo provvedimento. Anche se in via XX Settembre già tremano al calcolo delle ricadute che lo stop and go sul ventilato colpo di spugna potrà avere già sull´acconto Irpef dei lavoratori autonomi a novembre.
***
AMEDEO LA MATTINA SULLA STAMPA
Il mastino Verdini è in azione per fare terra bruciata attorno a Scajola e smontargli il giocattolo. Il Pdl non si preoccupata di Pisanu (è considerato «irrecuperabile») perché non ha truppe parlamentari. Teme invece che attorno all’ex ministro delle Attività produttive si possano coagulare i tanti malcontenti della maggioranza che andrebbero a sommarsi con la pattuglia di 15 deputati scajoliani. L’operazione Verdini sarà parallela a quella di Alfano. Mentre Angelino toccherà le corde più politiche del suo interlocutore (i due dovrebbero vedersi nei prossimi giorni e non escluso che poi ci sarà un incontro con il premier), Denis lavorerà ai fianchi i deputati della fronda. Il coordinatore vuole ripetere con successo la manovra del 14 dicembre quando fallì l’agguato di Fini e Casini. Gli amici di Scajola verranno blanditi con ogni mezzo e verrà loro promessa la ricandidatura.
Come rendere credibile tutto questo è da vedere; una cosa poi è la ricandidatura, un’altra la rielezione visto che i consensi del partito sono in caduta libera. Ma qui subentra il ragionamento che Alfano farà a Scajola: fuori dal Pdl non hai spazio; non puoi fidarti di Casini e Fini; verrai usato e scaricato; il Pdl, male che vada, rimarrà sempre attorno al 25%; un governo di transizione si può fare solo contro Berlusconi e con il sostegno della sinistra: un mondo con il quale non hai nulla a che fare. Poi Alfano potrebbe usare altre leve: un ruolo attivo per Scajola nel partito e il coinvolgimento nel progetto della costituente italiana dei moderati. Ma non si parli passo indietro di Berlusconi, perché questa è «una condizione impraticabile». Il messaggio di Alfano, più che all’Udc, è rivolto a tutti quelli che nel suo partito (Formigoni, Alemanno, Scajola, etc) vorrebbero che ciò accadesse. O che comunque il premier annunciasse formalmente che non si ricandiderà più alla guida del centrodestra.
In queste ore si moltiplicano le ipotesi di trattativa più fantasiose. Ieri per esempio è circolata pure quella di spacchettare il ministero dell’Economia. Romani potrebbe lasciare il ministero delle Attività produttive, facendo rientrare Scajola nel posto che aveva abbandonato dopo le dimissioni, e occupare il dicastero delle Finanze. In questo caso però Berlusconi dovrebbe cedere sulla nomina del governatore di Bankitalia e mandare a via Nazionale Grilli. Insomma anche queste voci messe in circolazione danno il senso dell’affanno che sta vivendo la maggioranza. L’unica cosa sicura è che la tenaglia Verdini-Alfano è al lavoro su mandato di Berlusconi, che è tornato molto rilassato dalla Russia e «per niente preoccupato» di queste manovre di Palazzo. «E’ sereno», dicono i suoi collaboratori che descrivono il Cavaliere di nuovo impegnato, dopo il Putin-party, sul decreto sviluppo. In privato però il presidente del Consiglio dice ben altro. «C’è una regia esterna al Parlamento che sta cercando di mettere insieme i pezzi per disarcionarmi. Ma ancora una volta falliranno».
Si tratterebbe dei soliti poteri forti e della magistratura, senza escludere che qualcosa si muova al Quirinale. Quel riferimento di Napolitano al governo di tregua formato nel 1953 da Giuseppe Pella continua a ronzare nelle orecchie del Cavaliere. Nonostante il capo dello Stato abbia precisato che il suo riferimento era soltanto una notazione storica, e niente più. Ma nei giorni dei sospetti e dei veleni, Berlusconi mette tutto e tutti nel calderone. E sfida gli avversari a sfiduciarlo in Parlamento, sicuro che le manovre di Scajola, Pisanu e di chiunque altro si scioglieranno, o verranno sciolte, come un gelato sotto il solleone. Motivo? Nessuno ha la forza di tirare su un’alternativa politica. Al premier sono piaciute le parole nette pronunciate ieri da Alfano. Il quale non si lascia trascinare da chi nel Pdl lo spingono a volare con le proprie ali, a staccarsi dall’«abbraccio mortale» del Cavaliere e veleggiare verso un’alleanza con l’area centrista di Casini. Marcello Pera gli ha consigliato di commettere il parricidio. In un incontro riservato ha ricordato che Sarkozy uccise Chirac e la Merkel fece fuori Khol: così nasce un leader politico. Alfano ha un’altra idea su come uscire dal berlusconismo: una transizione morbida, senza parricidi.