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 2011  ottobre 08 Sabato calendario

STUDIAMO TANTO MA DOBBIAMO IMPARARE DI PIU’

«Aiuto, siamo messi come l’Italia e il Portogallo». Qualche settimana fa il magazine «Newsweek» ha pubblicato un’inchiesta dai toni affranti sul sistema scolastico americano. Analizzando i risultati del programma Pisa (Programme for International Student Assessment), una serie di prove condotte da studenti di 15 anni, il periodico statunitense giungeva a conclusioni sconsolanti: «La nostra scuola è congelata, completamente inadeguata a far fronte alle sfide della modernità. Nel test di matematica ci piazziamo addirittura tra Portogallo e Italia» e così via. Questo solo per dire che cosa pensano di noi gli americani quando si parla di studio e di qualità. La bandiera dell’Italia è un segnale d’allarme, una boa da non oltrepassare.

In Europa, poi, il «caso italiano» non fa più testo da un pezzo. Difficile trovare qualche analista che, come accadeva nei decenni passati, si faccia incantare da etichette ormai sbiadite: «la solidità» delle elementari, «il carattere sperimentale» delle medie; «l’originalità» del liceo classico (o scientifico); la «capillarità» degli istituti tecnici e professionali. E anche la reputazione delle università italiane da tempo langue in posizioni di retroguardia nelle varie classifiche.

Nell’Unione Europea, ormai, si guarda decisamente altrove. Al «modello finlandese», per esempio, cioè a uno stile di insegnamento (dalle elementari alle superiori) fondato su una fitta trama interattiva tra insegnanti, studenti e genitori. E come potrebbe essere diversamente? Basta guardare proprio «le pagelle» delle prove Pisa (condotte nel 2009), uno screening considerato significativo dagli esperti di tutto il mondo, perché offre un confronto omogeneo tra 65 nazioni, grandi e piccole, comprese le 34 dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Noi siamo indietro su tutta la linea. Nel test «comprensione scritta», (la base minima e irrinunciabile della civilizzazione), i nostri studenti hanno chiuso con 486 punti, contro la media Ocse di 493. Gli altri grandi Stati sono nettamente più avanti: Regno Unito, 494; Francia,496; Germania, 497. Ci tiene mestamente compagnia la Spagna (481), mentre l’avanguardia finlandese vola con 536 punti. Gli Usa reggono bene con 500, mentre la sorpresa è Shanghai (Cina) con 556.

Per noi le cose non cambiano se si passa dalle parole ai numeri: «Prova di cultura matematica». L’asticella Ocse è stavolta a 496 punti. Italia 483, Stati Uniti (dolenti) 487, Regno Unito 492. Tutti gli altri partner con cui è onesto confrontarsi sono dall’altra parte: Francia 497; Germania 513; Finlandia 541; Shanghai 600.

Certo la graduatoria si presta a diverse contestazioni ed eccezioni. Una riguarda proprio l’Italia ed è giusto registrarla perché il nostro Paese detiene almeno un primato: il maggior «tasso di variabilità» (43%). Che cosa significa? Che le performance cambiano da una città all’altra, talvolta da un quartiere all’altro, come in nessun altro posto del mondo. Fermo restando che, se si ragiona sulle medie, è facile individuare la frattura di sempre: i ragazzi del Centro-Nord (Lombardia e Veneto in particolare) progrediscono rispetto all’ultima verifica (2006) e ormai toccano livelli sufficienti, con punte di eccellenza; mentre i coetanei del Sud (in generale) arrancano su standard paragonabili a quelli di Uruguay e Thailandia.

Perché? Proviamo ancora a seguire il filo dei numeri, ricorrendo a un altro studio Ocse, «Education at a glance 2011» (Il sistema educativo in uno sguardo). I ragazzi italiani studiano meno degli altri? La risposta è no, almeno fino ai 14 anni. Anzi siamo, a sorpresa, al primo posto: circa 8.300 ore di lezione impartite tra elementari e medie, contro la media Ocse di circa 6.800. Ci può essere allora un problema di «qualità dell’insegnamento?». Domanda che incrocia le proteste degli studenti di questi giorni e chiama in causa l’azione del governo, tra tagli e riforme, investimenti al ribasso e professori malpagati. Prova a dare una risposta (che può essere uno spunto per andare avanti) Roger Abravanel, un consulente (ex McKinsey) interpellato anche dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e che ha dedicato alla «qualità dell’apprendimento» una parte del suo libro «Meritocrazia» (Garzanti, 2008). «In Italia ci sono ottimi insegnanti, come pure di mediocri. Il problema è che non sappiamo dove lavorano gli uni e gli altri. Al di là delle polemiche sui criteri di misurazione, vorrei citare due esempi europei. Nel Regno Unito sono in servizio 1.100 ispettori che girano per le scuole, parlano con i professori, gli studenti, i genitori, si confrontano sui test. Se c’è qualcosa che non va bene, il ministro interviene e, come minimo, cambia il vertice dell’istituto. La stessa cosa fanno i 2.500 ispettori in Francia. In Italia? Ne abbiamo 80 e di fatto si muovono solo per emergenze che non riguardano la qualità dell’insegnamento».
Giuseppe Sarcina

IL CONFRONTO COL MONDO (alcuni dati sul rapporto annuale dell’Ocse 2011):
- PIL (la percentuale del Pil investita nell’istruzione): Italia 4,8%, Media Ocse 6,1%
- GLI STIPENDI (Quanto guadagna un prof delle superiori). A inizio carriera: Italia 31.000$, Media Ocse 33.000$. Dopo 30 anni di lavoro: Italia 48.870$, Media Ocse 53.651$.
- I DIPLOMATI (Studenti che concludono le superiori): Italia 81%, Media Ocse 82%.

LA PREPARAZIONE DEI RAGAZZI (Il livello di apprendimento degli studenti quindicenni rilevato dai test Ocse-Pisa):
- LETTURA (punteggio medio): Shanghai 556, Corea del Sud 539, Finlandia 536, Giappone 520, Stati Uniti 500, Germania 497, Francia 496, Regno Unito 494, Media Ocse 493, Italia 486, Spagna 481, Romania 424, Kirghizistan 314.
- MATEMATICA (punteggio medio): Shangai 600, Corea del Sud 546, Finlandia 541, Giappone 529, Germania 513, Francia 497, Media Ocse 496, Regno Unito 492, Stati Uniti 487, Italia 483, Spagna 483, Romania 427, Kirghizistan 331.

Fonte: rapporto Ocse "Education at a glance" sul 2009