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 2011  ottobre 08 Sabato calendario

PARTIRE DAI CONTI PER CAMBIARE ROTTA

Il declassamento dell’Italia da parte di Moody’s e Fitch erano attesi. Tuttavia sono due ulteriori segnali dello sfibrante logoramento della nostra credibilità a livello internazionale, che rischia di renderci vulnerabili. Quando nel 2007-2008 è scoppiato il crack dei mutui subprime e della bolla immobiliare, rapidamente trasformatosi in recessione con un crollo degli scambi mondiali, gli economisti si trovarono pressoché tutti concordi nell’affermare che si sarebbe dovuto evitare di cadere nell’errore compiuto dopo la crisi del 1929, cioè quello del protezionismo commerciale. Ma stavolta il principale rischio incombente sul mondo, in realtà, era un altro. E cioè che con tutti i debiti privati e successivamente pubblici messi in circolazione si scatenasse una sorta di disordinata corsa al protezionismo finanziario. Proprio a questo pericolo si è recentemente riferito il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, quando ha auspicato che si possa invece «realizzare il necessario deleveraging in modo ordinato, senza che ciascun Paese ripieghi sulla mera difesa dei propri interessi». Purtroppo, però, per il momento sta ancora prevalendo il disordine del "si salvi chi può". E questa è davvero la peggior situazione in cui può venire a trovarsi un Paese pur vitale come il nostro ma che ha l’handicap di un elevato debito pubblico storico.

Da quando all’inizio di quest’estate la crisi ha cambiato passo, con un salto quantico dall’emergenza dei deficit di bilancio a quella dei livelli assoluti degli stock dei debiti pubblici e delle sofferenze bancarie, l’Italia si è trovata di colpo esposta a una caduta verticale di fiducia dei mercati, scossi nel frattempo da una generale e disordinata "fuga dal rischio". Una fiducia di cui l’Italia invece aveva goduto fino all’inizio dell’estate, quasi esclusivamente per l’opera del ministro dell’Economia, per l’autorevolezza e la professionalità dei tecnici del suo ministero (con la Direzione generale, la Ragioneria dello Stato, l’Agenzia delle entrate e i collocatori dei nostri titoli di debito pubblico in primo piano) e per la credibilità, sullo sfondo, di una istituzione come la Banca d’Italia, che è sinonimo in tutto il mondo di serietà e garanzia. Il ministro dell’Economia aveva svolto fino a quel momento un ruolo "supplente" nella guida del Paese per via del carattere eccezionale della crisi economica internazionale. Da un lato tenendo i conti in ordine, rassicurando i mercati e frenando le spinte inerziali di spesa pubblica, e dall’altro lato rappresentando verso l’esterno un’immagine tranquillizzante di un’Italia ben diversa da quella degli scandali che intanto ci sminuivano.

La crescente fragilità della coalizione di Governo, aumentata dopo gli insuccessi delle elezioni amministrative, ha però introdotto un elemento di debolezza nuovo, che ha condizionato pesantemente lo stesso ministro dell’Economia, intento a difendere a oltranza i saldi di un bilancio statale in miglioramento ma ancora non definitivamente guarito. Le vicende della manovra finanziaria estiva, con il suo percorso ondivago e contraddittorio, hanno poi inferto all’immagine internazionale dell’Italia un colpo duro da cui non ci siamo più ripresi. Anche per il lievitare della contrapposizione tra il premier e il ministro dell’Economia, con uno "stallo" che perdura su molte questioni chiave tra cui la stessa nomina del nuovo Governatore della Banca d’Italia. Sicché paghiamo oggi tassi di interesse più alti rispetto a quelli di una Spagna che sta assai peggio di noi.

L’incalzare confuso degli avvenimenti ha finito persino con l’oscurare i numeri finali della manovra: numeri che oggi soltanto l’Italia può vantare in materia di consolidamento dei conti pubblici rispetto agli altri maggiori Paesi avanzati e che sono, a ben vedere, persino troppo severi, perché rischiano di produrre un pesante impatto recessivo sulla nostra economia. Ma tant’è: questo è il prezzo che paghiamo per la nostra perdita di credibilità che ci ha portati anche a subire il diktat della Bce e ad attivare un sovrappiù di rigore.

Siamo così al paradosso. Le agenzie di rating ci declassano. Eppure per il responsabile per l’Europa dell’Fmi, Antonio Borges, che pure ci stimola ad accelerare sulle riforme, lo stato delle finanze pubbliche dell’Italia non è mai stato tanto buono come lo è adesso. Non solo per ciò che è già stato fatto nel 2009-2010 ma anche per le nuove decisioni prese per il futuro. Basti pensare che dal 2011 al 2014 l’Italia genererà un avanzo primario statale cumulato di 262 miliardi di euro secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef).

Secondo il Mef, dopo la manovra il rapporto deficit/Pil si ridurrà dal 4,6% del 2010 al 3,9% nel 2011, all’1,6% nel 2012 e allo 0,1% nel 2013, per poi trasformarsi in un leggero surplus nel 2014 (+0,2%). Il debito pubblico scenderà dal 120,6% del Pil nel 2011 al 112,6% nel 2014. L’Fmi, pur essendo più cauto del Mef sull’obiettivo del raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 (perché più pessimista del Mef sulla crescita e le entrate), ritiene comunque che l’Italia riuscirà a ridurre il rapporto deficit/Pil per quella data all’1,3%: uno dei valori più bassi in assoluto. Secondo l’Fmi, dal 2013 in poi il rapporto debito/Pil dell’Italia inizierà a scendere per toccare il 114% del Pil nel 2016 mentre nel frattempo il debito pubblico degli Stati Uniti sarà salito al 115% del Pil, superando dunque quello italiano.

La nuova rotta è perciò tracciata. L’Italia per la prima volta dovrebbe intraprendere un processo strutturale di riduzione su più anni della spesa della Pubblica amministrazione in termini reali, al netto degli interessi. Mai è accaduto prima d’ora. C’era stato solo il temporaneo calo del 1994-95 che non aveva però interrotto un sentiero di crescita costante nei decenni. Infatti, le uscite correnti della Pubblica amministraizone al netto degli interessi, a prezzi 2010, sono aumentate del 48% tra il 1980 e il 1990; del 15% tra il 1990 e il 2000; e del 19% tra il 2000 e il 2010. Dovranno invece diminuire complessivamente del 2% tra il 2010 e il 2014, principalmente attraverso un calo del 7% delle retribuzioni dei dipendenti pubblici e del 5% dei consumi intermedi, mentre l’aumento delle prestazioni sociali (voce che include le pensioni) sarà del 4%, rispetto al 28% del 1990-2000 e al 20% del 2000-2010. Ciò ci porterà ad avere già nel 2013 un consistente avanzo primario del 5,4% del Pil, secondo il Mef, o nella peggiore delle ipotesi del 4,1%, secondo l’Fmi: in ogni caso si tratterà del miglior avanzo primario del G-7, mentre altri grandi Paesi avanzati, come Francia, Gran Bretagna, Giappone, Stati Uniti e Spagna a quella data saranno ancora in profondo rosso.

Un recupero sostanziale di credibilità ed autorevolezza è però necessario per mantenere ferma la barra del timone lungo la nuova rotta: per concretizzare gli obiettivi di fondo, non scontati nell’attuazione pratica, che il Def indica e che non possono assolutamente essere disattesi o contrastati da veti incrociati di partiti e lobbies. E per chiarire la stessa realizzabilità dei numeri, perché resta aperta la non trascurabile incognita della delega fiscale. Così come credibilità ed autorevolezza sono necessarie per aggredire le principali voci di spesa su cui si può ancora migliorare (come pensioni e sanità), per rilanciare la crescita nel medio-lungo termine, per confrontarsi con gli imprenditori sui 5 punti strategici di politica economica da essi recentemente indicati, per dialogare in modo innovativo con le parti sociali sulle necessarie riforme per accrescere la produttività e la competitività. Infine, solo con più credibilità ed autorevolezza si può ricominciare a tessere anche la tela della comunicazione strategica verso i mercati. Per spiegare meglio agli investitori i punti di forza della nostra economia (non sempre esattamente e completamente noti), per illustrare la nuova rotta della finanza pubblica italiana e che cosa intendiamo fare concretamente per la crescita.