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 2011  ottobre 08 Sabato calendario

UN SISTEMA STRETTO DALL’ECCESSO DI REGOLE

«Un sistema bancario che ha una capitalizzazione inferiore al proprio patrimonio netto, come accade oggi nel Regno Unito, è incentivato a contrarsi. Scenario inconciliabile con un’economia ad alto tasso di credito come quella britannica». John Paul Crutchely, co head European bank Research di Ubs, nelle scorse settimane ha polemizzato con il Financial Times sul futuro del sistema bancario del Regno. Lo spunto è in un documento di agosto che gli valse l’accusa d’essere punta estrema della lobby bancaria. «Non è affatto ovvio - sosteneva - che un sistema fuori dall’eurozona, con modesta esposizione diretta al debito sovrano, con più solido patrimonio, miglior accesso al mercato dei capitali, più forti ammortizzatori di liquidità, più alti margini, debba essere scambiato con multipli inferiori dei concorrenti europei». I numeri, mediamente, gli danno ragione visto che per Ubs il multiplo del patrimonio netto tangibile aggregato per le banche europee è 0,69 mentre per Barclays Lloyds Rbs è 0,50 circa (non sono calcolate Standard Chartered e Hsbc per la forte proiezione asiatica) e infatti la risposta, Crutchely, se l’è data da solo. La ragione, per l’analista, sarebbe la smania ultraregolatrice che ammalia Londra, dal credit crunch in poi e che, per il cancelliere Osborne, sarebbe uno dei motivi del downgrading di Moody’s. Un cambio di marcia che punisce un settore - i servizi finanziari sono l’8% del Pil, seduti su 6.000 miliardi di sterline di bilanci bancari aggregati - che sarebbe dettato anche da motivazioni politiche per l’avversione del pubblico verso i bankers.

Nel mirino della lobby è così finita la Indipendent Banking Commission che il 12 settembre ha proposto di dividere le attività retail, commerciale e d’investimento, con il primo settore protetto da ratio di capitali più elevati, il terzo esposto ai venti del business più azzardato e il secondo lasciato all’arbitrio degli istituti, liberi di infilarlo di qua o di là. Una flessibilità apprezzata dalle banche, ma che non basta a tranquillizzarle. Il pressing sui politici continuerà.

In attesa della legge il fiato resta sospeso. Ian Mc Kay, cfo di Hsbc, da quanto risulta al Sole 24 Ore, lo ha detto espressamente in riunioni riservate. Adottare il modello del ringfencing (ovvero separazione e protezione del retail) costringerebbe Hsbc a emettere nuovo debito perché la struttura dell’istituto - holding con sussidiarie - rende complesso e costoso riallocare capitale. Tanto complesso che Lord Myners, ex ministro per la City del governo laburista, ha sostenuto che se lui fosse alla guida del colosso anglo-cinese farebbe business a Londra con Ccf, l’anima francese del gruppo, «importandola» nel Regno grazie alla norma sul passaporto europeo ed «evitando così tutti i vincoli di patrimonio proposti dalla Commissione». L’alternativa resta trasferire la holding, da Londra a Hong Kong. Ipotesi alta nell’agenda dell’istituto anglo-cinese. Molto dipenderà (discorso analogo vale per Standard Chartered e Barclays ma non è applicabile a Lloyds e Royal bank, di fatto nazionalizzate) da che cosa sarà considerato capitale «loss absorbing», rimasto indefinito nei documenti della Commissione, e che dovrà essere a disposizione degli istituti per rinforzarsi. Se si considererà il Tier 1 e il Tier 2 Barclays avrebbe già il 7% che viene richiesto oltre al 10 di core tier one. Hsbc dovrebbe arrivare al 20 e secondo loro stime anche al 22 per cento.

È interesse delle banche, ovviamente, minimizzare il capital requirements anche perché alcuni istituti inglesi sono molto ben capitalizzati. Ad esempio Northern Rock. Chi vuole acquistarla potrebbe aspirare a togliere almeno mezzo miliardo dal capitale, anche se l’authority sui servizi finanziari si oppone. La Fsa si scioglierà presto nelle strutture della Banca d’Inghilterra, ma non basterà per interrompere la stretta crescente -deliberata o solo suggerita - che sta cambiando il volto del banking britannico. Il soft touch è ormai un approccio tanto duro da inanellare passaggi radicali: separazione delle attività di base, maggiori indici di patrimonializzazione rispetto a Basilea 3, tassa sui bilanci e quella sui bonus. Un elenco che prosegue con i continui richiami del Governo a circoscrivere l’azione della City fino all’idea, ora cullata, di mandare inviati nei board delle banche per un «approccio diretto alla regolamentazione».

«Quello a cui assistiamo in Europa - sostiene Antonio Guglielmi, responsabile della ricerca di Mediobanca - è una sorta di arbitraggio sulle regole. All’approccio top down generato dalle disposizioni comuni a tutti, Londra ha aggiunto un approccio bottom up, riempiendo cioè la flessibilità lasciata a livello nazionale con una stretta ulteriore. Non è stata l’unica. Anche Svizzera e Italia hanno adottato quella linea, non Germania e Francia. Ma il Regno Unito è stato radicale e soprattutto ha agito per primo, indicando la strada a tutti». Qualcosa di simile, suggerisce questa ipotesi, dovranno fare gli altri. «Il risultato - dice Justin Bisseker di Schroeders - è che un imprenditore alla ricerca di un istituto per depositi corporate preferirà enti stranieri per sottrarsi alla scelta della protezione variabile inglese. E poi, siamo davvero convinti che se ci dovesse essere un’altra crisi faranno fallire le investment bank?».

Interrogativo che tocca il limite della neo-regolamentazione britannica, ovvero il localismo. L’effetto di sistema continuerà ad esistere, il too big to fail planetario non è stato e non poteva essere risolto dalla Commissione britannica. «Invece - aggiunge Justin Bisseker - di separare le attività, bisognava concentrarsi sui living will, sui testamenti delle banche, per gestirne il fallimento». L’incertezza sulle regole prossime venture basta davvero a spiegare perché le banche inglesi sono scambiate a valori che Crutchley considera ingiustificati? Ian Gordon di Evolution Securities aggiunge una ragione in più: il ciclo delle svalutazioni in uscita dal credit crunch è stato più profondo nel Regno Unito che altrove. Probabile. Ma il dubbio è un altro. Quella di Londra è stata davvero una ipereazione alla crisi del 2008, oppure è stata la messa in sicurezza di un sistema a cui anche altri dovranno adattarsi? La risposta sta già arrivando. Alla City resta l’amarezza di un mondo che si restringe, destinato a pesare sempre meno nell’economia britannica.