Varie, 10 ottobre 2011
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 10 OTTOBRE 2011
La crisi del debito sovrano si sta trasformando in una crisi bancaria e dopo il il temuto crac della Grecia un nuovo spettro si aggira per l’Europa: la bancarotta pilotata del gruppo bancario franco-belga Dexia. [1] Andrea Greco: «“Qui non si arriva a Natale. Forse neanche a Ognissanti”. A Londra, Parigi, Francoforte, Milano, gli investitori in banche europee paiono rassegnati. Vedono tutti i rischi rotolare sul tavolo: rischio liquidità perché gli istituti non si fidano a prestarsi denaro tra loro, rischio sovrano perché sono ripieni di bond pubblici in virtuale rapido deprezzamento, rischio di dover ricapitalizzare in massa, e subire un calo strutturale della redditività bancaria. Non vedono - finora - il briciolo di una soluzione, e tanto meno una linea d’azione comune dei governanti comunitari». [2]
Nazionalizzata nel 2008 dopo il crollo di Lehman Brothers, Dexia attraversa una crisi di liquidità che l’ha portata a un passo dal crac: 21 miliardi di titoli dei Piigs (i paesi europei a rischio), potrebbe passare alla storia come la prima vittima del caos greco. [3] Il crollo non era stato previsto né dagli esperti pubblici né da quelli privati: meno di tre mesi fa la banca franco-belga aveva superato gli stress test del Committee of European Banking Supervisors, fino a mercoledì gli analisti di Goldman Sachs la tenevano nella loro “buy list”. [4] Goldman si è svegliata dopo che martedì Dexia ha perso in Borsa il 22% (in mattinata era a -37). Giovanni Stringa: «A dare il “la” alla giornata è stato il consiglio di amministrazione dell’istituto, convocato d’urgenza la sera precedente, che ha ammesso l’esistenza di “problemi strutturali” e ha chiesto all’’amministratore delegato Pierre Mariani nuove misure per risolverli. Il board ha poi aggiunto che le dimensioni del portafoglio non strategico pesano strutturalmente sul gruppo. Un invito alle dismissioni? L’anticamera dello “spezzatino”?». [5]
La situazione è complicata dalle lite tra Parigi e Bruxelles. Moussanet: «Il Belgio non vuole infatti pagare quanto la Francia per il salvataggio di una banca che di fatto finanziava soprattutto gli enti locali francesi basandosi sulle garanzie fornite dai depositi dei belgi». [1] Per le conclusioni cui sta arrivando il Financial stability board (l’organismo internazionale che da Basilea monitora il sistema finanziario mondiale) quello della Dexia è un caso di scuola sugli istituti «too big to fail» («troppo grandi per fallire»). Tonia Mastrobuoni: «Secondo analisti interpellati da Reuters le mancano ben 5 miliardi di capitale per mettere a segno il 9 per cento di Tier 1 richiesto da Basilea 3, insomma per avere gli standard patrimoniali a posto. E la prospettiva del crac, oggi, fa tremare due Paesi e dunque l’Europa intera, afflitta dalla crisi dei debiti». [6]
Il futuro di Dexia dovrebbe consistere in una “bad bank”, con le attività “problematiche” garantite da Parigi e Bruxelles, più altri rami tra loro separati. Tra le ipotesi allo studio ci sarebbe la vendita dell’ingente portafoglio di crediti verso gli enti locali francesi e belgi, 70 miliardi di euro circa, a una nuova società comune costituita da Caisse des depots et des consignations e le Poste francesi. [7] Ciononostante i piccoli risparmiatori belgi, preoccupati per la sorte dei loro depositi bancari, avrebbero già ritirato oltre 300 milioni di euro, senza calcolare le operazioni online. Dexia si limita a dire che «alcuni clienti ritirano del denaro», ma «non troppo», per frenare la fuga il ministro delle finanze belga Didier Reynders ha ribadito che in Francia e Belgio «i depositanti sono coperti fino a centomila euro». [8]
Il timore legato al “caso Dexia” si chiama “effetto valanga”: il suo crollo potrebbe innescare una serie di fallimenti bancari a catena. [9] Greco: «Le banche europee sono le prime compratrici del debito sovrano europeo. I governi, con norme di favore e con la moral suasion, da anni le stimolano ad assiepare le aste di titoli pubblici. Ora i test di resistenza di luglio (che si limitano a 91 istituti, il 65% degli asset europei) hanno censito 465 miliardi di euro di bond emessi dai paesi cosiddetti Piigs. Italia, Spagna e Grecia sono i maggiori emittenti titoli, e de relato le banche dei loro Paesi sono le più esposte. I bond greci finora sono gli unici svalutati dalle banche (il 21% del valore nominale), presto si teme un loro dimezzamento. E un deprezzamento del 10-15% del valore di Btp e Bonos porterebbe a perdite plurimiliardarie. Preludio a ricapitalizzazioni di entità simile». [2]
Tra tutte le banche europee, l’istituto più esposto al rischio-Atene è Landesbank Berlin, piccola banca promossa a pieni voti dagli stress test europei dello scorso luglio che detiene bond greci per 16,4 miliardi di euro. Sempre in Germania, Commerzbank, già “salvata” dai contribuenti, ha oltre 3 miliardi di esposizione verso i titoli di Stato greci e oltre 17 miliardi di esposizione complessiva verso i “Piigs”; Hypo Re (contribuenti) ha esposizione zero verso la Grecia ma oltre 11 miliardi complessivi verso i Piigs. La francese Bnp Paribas aveva in portafoglio al 20 giugno 5 miliardi di bond di Atene e altri 3,5 miliardi di impieghi verso istituzioni, cittadini o aziende greche; Credit Agricole ha comprato nel 2006 la Emporiki Bank e ha impieghi per oltre 25 miliardi. [9]
Tra le britanniche, c’è il caso di Royal Bank of Scotland. Fornovo & Paolucci: «Ha ricevuto una montagna di fondi pubblici, è controllata dal Tesoro britannico, ma rischia di nuovo di dover essere salvata dai contribuenti. Il ministro del Tesoro, George Osborne, si è precipitato ad affermare che le banche del Regno Unito sono in una “situazione diversa” rispetto a quelle dell’area euro. Dipende dai punti di vista: ha in pancia 1,1 miliardi di bond greci. E impieghi complessivi per 92 miliardi verso i Piigs. Forte di una rete commerciale solida in Italia e Spagna, Barclays ha invece impegni per 77 miliardi nei Piigs. Oltre a 10 miliardi di bond sovrani di questi Paesi». [9]
L’olandese Ing ha nel suo portafoglio 8,9 miliardi di euro di titoli dei “periferici”. Italiane e spagnole, grandi e piccole, scontano la forte esposizione “domestica” a fronte di posizioni molto basse o nulle di esposizione verso i grandi malati dell’Eurozona, Grecia in primis ma anche Irlanda e Portogallo. Fornovo & Paolucci: «E magari colgono per tempo i segnali giusti. Al 30 giugno Intesa Sanpaolo risultava “compratore netto” di Cds legati al rischio sovrano sull’Italia per 55 milioni. Si “proteggeva” contro un aumento della tensione sui Btp. Scelta, col senno di poi, azzeccata». [9]
Altro problema: con la crisi di liquidità che ha colpito l’Europa, sempre più banche piuttosto che prestarsi soldi a vicenda preferiscono parcheggiarli alla Bce, anche se l’Eurotower li paga meno del mercato. Fornovo: «Ora la Bce potrebbe tornare a offrire alle banche prestiti illimitati a sei e 12 mesi, un’arma utilizzata dopo il crac di Lehman Brothers». [10] In totale per stabilizzare gli istituti di credito continentali dovrebbe servire una somma tra i 100 e i 200 miliardi di euro. [11] Greco: «Chiedersi se i debiti sovrani dei cadetti d’Europa trascineranno a fondo le banche continentali, o piuttosto saranno loro a rovinare l’eurozona, sembra ormai un quesito ozioso, da storici». [2]
Le banche saltano quasi sempre perché non riescono a procurarsi i fondi necessari per finanziare l’attività (Lehman, Northern Rock). Greco: «Da metà luglio sono sorte le prime avvisaglie di difficoltà nel finanziamento sull’interbancario, un mercato continentale dove gli istituti prendono e prestano miliardi ogni giorno. Dapprima si è raffreddato il flusso dei fondi a medio lungo termine, poi anche il breve, poi ancora è congelato l’interbancario in dollari, perché gli investitori americani stavano abbandonando il “rischio Europa”. Queste dinamiche in due mesi hanno triplicato (da 30 a 90 punti base) il premio al rischio interbancario, misurato dallo scarto tra il tasso Euribor e l’overnight. Quindi più cara la raccolta, e più rara, per le banche. Con l’effetto che tutti gli istituti si dovranno rivalere su clienti e imprese». [2]
La vicenda Dexia dimostra ancora una volta «che la fragilità di alcune grandi banche continua a rappresentare il tallone d’Achille dell’area euro interagendo in maniera perversa con la crisi dei debiti sovrani». Secondo Paolo Guerrieri, economista della Sapienza e del College of Europe di Bruges, è un problema «che si può risolvere solo con un deciso rafforzamento dei poteri di vigilanza e intervento a livello europeo, su temi chiave quali la capitalizzazione delle banche e la trasparenza dei bilanci». Mario Draghi, governatore in pectore della Bce, ha confermato la settimana scorsa che dal 2016 alle banche sarà chiesto di accantonare un’ulteriore quota di capitale - tra l’1 e il 2,5 per cento dei propri asset complessivi - per evitare che loro default trascinino nel baratro interi Paesi. [6]
Il caso Dexia insegna che le crisi di fiducia delle banche nascono quando è in dubbio la solvibilità, a prescindere dalla dotazione di capitale di rischio. Donato Masciandaro: «Dexia è una banca che aveva pesantemente sofferto i colpi della crisi finanziaria del 2008: è stata salvata, grazie all’intervento congiunto dei governi di Belgio, Francia e Lussemburgo nella sua ricapitalizzazione. Dunque siamo di fronte ad una banca pubblica dotata di capitale di rischio; sembra il massimo della sicurezza, se si segue la (cattiva) vulgata delle regole di controllo. Peccato che quello che conta sia la qualità dell’attivo». [12]
Note: [1] Marco Moussanet, Il Sole 24 Ore 7/10; [2] a. gr., la Repubblica 5/10; [3] Hugo Dixon, La Stampa 6/10; Luca Fornovo, La Stampa 5/10; V. Co., la Repubblica 5/10; [4] Fa. P., Il Sole 6/10; [5] Giovanni Stringa, Corriere della Sera 4-5/10; [6] Tonia Mastrobuoni, La Stampa 4/10; [7] Giovanni Stringa, Corriere della Sera 5/10; [8] Giovanni Stringa, Corriere della Sera 4/10; Luca Fornovo, La Stampa 6/8; [9] Luca Fornovo, Gianluca Paolucci, La Stampa 8/10; [10] Luca Fornovo, La Stampa 6/10; [11] Marco Zatterin, La Stampa 8/10; [12] Donato Masciandaro, Il Sole 24 Ore 5/10.