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 2011  ottobre 07 Venerdì calendario

Marcegaglia fa la morale in pubblico e patteggia sulle mazzette in privato - Accordi pubblici e scritture pri­vate

Marcegaglia fa la morale in pubblico e patteggia sulle mazzette in privato - Accordi pubblici e scritture pri­vate. Ci sono i manifesti pro­grammatici che la presi­dente di Confindustria Emma Marcegaglia co­struisce con gli impren­ditori e i banchieri met­tendo in fila regole rigidissi­me, parametri europei, stan­dard di trasparenza e qualità. E c’è il patto riservato di cui il Giornale è venuto in possesso che l’azien­da di famiglia, il colosso mantova­no dell’acciaio, ha stipulato con l’Eni lontano,il più lon­t­ano possibile dai rifletto­ri, il 17 luglio 2007. Un ac­cordo un tantino imba­razzante perché immagi­nato per chiudere i conti e i contenziosi di un passato non proprio limpido, anzi piuttosto limaccioso: la Mar­cegaglia spa aveva provato a olia­re le tasche giuste per facilitare una commessa da parte di Eni­power. E così, per mettere una pie­tra su quelle mazzette, il gruppo corrisponde a Eni e a Enipower la somma complessiva di 4 milioni di euro, «a soddisfazione - così re­cita la formuletta tutta in giuridi­chese - di ogni e qualsiasi danno patrimoniale e non patrimoniale, incluso, senza limitazione, il dan­no all’immagine». Si leggono proprio queste edifi­c­anti parole nel testo messo a pun­to dagli avvocati, non da qualche economista, e che oggi il Giornale è in grado di rendere noto. Per evi­tare di avere i legali del cane a sei zampe alla calcagna, l’impresa dei Marcegaglia preferisce versa­re il sostanzioso obolo. Un tesoret­to che va nelle casse di quello che oggi, dopo la brusca uscita di Fiat, è senz’altro il nome di maggior pe­so all’interno di Confindustria. Alle spalle c’è naturalmente una storia di mazzette, scoper­chiate da un’indagine della Procu­ra di Milano non ai tempi di Mani pulite, ma dieci anni più tardi, nel 2003. All’epoca Emma e il fratello Antonio sono amministratori de­legati dell’azienda: gli investigato­ri scoprono che la società ha paga­to, utilizzando la solita provvista in nero, cifre ingenti per mettere le mani sul ricco piatto del busi­ness targato Enipower. In partico­lare sp­unta un versamento illega­le di 1 milione e 158mila euro arri­vato proprio nel 2003 a un mana­ger di Enipower per sbaragliare la concorrenza e portare a casa un appalto di caldaie del valore di 127 milioni. Emma rimane estra­nea all’inchiesta, il fratello Anto­nio qualche anno dopo patteggia 11 mesi. La Procura porta a galla un sistema di conti svizzeri, dicias­sette per la precisione, e Repubbli­ca , non il Giornale , stima in 400 mi­lioni i fondi disponibili nei caveau esteri. Insomma, siamo alle solite: la Marcegaglia passa oggi le sue gior­nate fra un convegno con buffet e l’altro,stila manifesti che gronda­no decaloghi etici e inviti alla sana concorrenza, fa la moralista con­tro il governo, e non solo quello, lancia ultimatum su ultimatum al­le forze politiche, alza un grido di dolore, alla Vittorio Emanuele, contro l’arroganza,la superficiali­tà, la corruzione della nostra casta politica; in casa, però, la ramazza dev’esserle sfuggita di mano.Non vedeva, non sapeva, non sentiva. E sì che l’azienda è saldamente in mano alla famiglia, lei ha sempre ricoperto posizioni, come si dice, apicali, a Gazoldo degli Ippoliti dovrebbe rientrare nei prossimi mesi,finita l’avventura in Confin­dustria, salvo immaginare uno sconfinamento nel Palazzo. La maestrina spiega quotidianamen­te come favorire la crescita e la competizione leale fra le imprese. Strano: era intestato a lei, e al pa­dre Steno, il conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano. E il fratello Antonio, in un verbale di interro­gatorio del 2004, interpreta così i milioni sparpagliati in Svizzera: «Si tratta di risorse riservate che abbiamo sempre utilizzato nel­l’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili». Ci mancherebbe, le esigenze docu­mentabili vanno bene per i conve­gni, i lunch e le riunioni dei giova­ni imprenditori nella cornice az­zurra di Santa Margherita. Per il resto meglio accordarsi con Eni nella penombra e cautelar­si a colpi di tabelle, allegati, firme di illustri luminari del diritto. Una ricetta liberale che più liberale non si può: «Eni e Enipower dichia­rano che, a seguito del pagamento delle somme di cui al punto 1.1», ovvero 4 milioni di euro, «sono sta­te integralmente risarcite». La signora predica e s’indigna, l’azienda difamiglia fa come tutte le altre. E come tutte le altre cerca di limitare i danni imbarcandosi in una scrittura privata. Col fisco, invece, la strada è quella, classica, del condono: 9,5 milioni di euro versati nel 2002, casualmente qualche mese dopo aver ricevuto la visita del fisco che, c’è da scom­metterci, avrebbe sintetizzato il proprio lavoro in una bella «bro­chure » di contestazione. Anche in quel caso la moralista non ha avu­to niente da dire.