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 2011  ottobre 06 Giovedì calendario

I PERSEGUITATI DAI CONTROLLI

Ieri un imprenditore di Barletta, la città che ha visto cinque don­ne morire in un laboratorio abusi­vo, sotto le macerie di un crollo, ci ha scritto una lettera che fa pensa­re.
«Un mese fa-scrive G.C-sono ar­rivati da me quelli dell’ispettorato del lavoro. Mi hanno frugato dap­pertutto. La mia azienda è fuori Barletta, ho otto dipendenti e sono nel settore manifatturiero. Alla fi­ne della mattinata mi hanno fatto circa 4mila euro di multa perché la cintura di sicurezza del mio mulet­to, che c’era,non era conforme alle ultime norme europee. Io per fare quattromila euro di utili, quando va bene, e ora non va bene, ci impie­go una settimana. Prima degli ispettori del lavoro erano arrivati quelli dell’Asl e ovviamente, ogni due anni, ho un verifica fiscale. E lì son guai: si chiudono nel mio unico ufficio in azienda, mi fanno comunque un verbale (in genere di rettifica dei ricavi) e io prendo la mia macchinetta e me ne vado a Bari a trattare (sareb­be meglio dire contrattare) il quantum con l’uomo del Fisco.So­no riusciti a rompermi le scatole perché in calce al mio sito internet non era indicata la partita Iva. E scopro (cosa che so benissimo) che a dieci chilometri da casa mia, questi avevano un opificio tutto in nero. Ma i controlli vengono sem­pre a farli da me? Gli stessi ispetto­ri del lavoro, la stessa Usl, gli uomi­ni del fisco, per quale diavolo di motivo fanno le pulci con regolari­tà alla mia aziendina e non si ac­corgono che in giro è un disastro? Mi viene da piangere per quelle povere donne che sono morte in città. Ma mi creda mi viene da piangere quando quattro dipen­denti pubblici vengono in azien­da da me con l’unico scopo di fare cassa». Sentite cosa ci scrive S.M. da Milano. «Siamo una pmi con circa 35 collaboratori e le energie e il tempo spesi in adempimenti complicati, talvolta anche contra­stanti tra loro, al solo fine di accon­tentare questo o quell’ufficio del­la pubblica amministrazione, so­no infiniti. Black list, Sistri, traccia­bilità delle fatture oltre tremila eu­ro (per noi tutte), rinnovo del Cpi (Certificato prevenzione incen­di), la trasmissione telematica al­l’agenzia delle dogane anche per la produzione del nostro impian­to fotovoltaico (chissà poi cosa c’entra anche l’Agenzia delle Do­gane, essendoci già l’obbligo del­la dichiarazione mensile alla Gse?) etc. Queste sono solo alcu­ne delle novità degli ultimi mesi... L’aspetto ancora più drammatico è che ogni mese le incombenze amministrative/burocratiche, in­vece di diminuire, aumentano. Sì, Tremonti è riuscito in un’impresa che i più ritenevano impossibile: peggiorare ed aggravare una situa­zione che sembrava aver già rag­giunto un livello di inefficienza in­superabile. E qualcuno si chiede ancora perché il Paese non cresce e gli imprenditori cercano oppor­t­unità di investimento oltre confi­ne... Ma in quale altro Paese per ri­scuotere una somma ingiusta­mente pretesa dal Fisco bisogna presentarsi con il cosiddetto certi­ficato di vigenza? Esso, esattamen­te come la normale visura camera­le, attesta semplicemente che l’azienda tuttora «vige», cioè esi­ste. La differenza è che la visura ca­merale standard costa «solo» cin­que Euro e può essere acquistata online. Il certificato di vigenza in­vece costa quarantotto euro e biso­gna per forza andare di persona a fare la coda allo sportello della Cciaa».
Due testimonianze, ma ne po­tremmo pubblicare cento. La poli­tica ha la gigantesca presunzione di risolvere i problemi per legge. Scrive le norme più belle del mon­do, con il piccolo difetto di essere semplicemente inapplicabili o co­stosissime. Il sottofondo è quello di una gigantesca macchina stata­le che non si fida delle imprese e degli imprenditori, che conside­ra, pur non ammettendolo, il pro­fitto come un furto. Che non capi­sce come l’interesse del padrone e quello dei suoi dipendenti, so­prattutto nelle botteghe, coincida­no. E farne le spese sono le cinque donne morte nonostante le leggi, e le imprese regolari soffocate gra­zie alle stesse inutili norme.