Nicola Gardini, Saturno-il Fatto Quotidiano 7/10/2011, 7 ottobre 2011
SCRITTORI FROCI, VENITE FUORI! -SULL’OMOSESSUALIT
c’è un libro bellissimo, Christopher and His Kind, di Christopher Isherwood, uscito nel 1977, che racconta la giovinezza girovaga dell’autore. La bellezza sta nel tono gioioso, ironico, semplice del racconto; nell’integrità del personaggio, che non conosce compiacimento o senso di colpa; nel saper rappresentare il sesso in rapporto alla realtà storica, dominata dall’imperialismo, dal fascismo, dalle divisioni di classe.
In Italia un libro del genere non si sarebbe neanche potuto concepire. L’omosessualità, nella letteratura italiana, è rappresentata da ben altre narrazioni, oscillanti tra le morbosità agresti del primo Pasolini e le narcisistiche fantasie dell’ultimo Tondelli DI FROCI COME Christopher ne abbiamo avuti e ne abbiamo anche noi. Quello che ci manca ed è mancato è il secondo termine del titolo di Isherwood, quel «Kind», cioè la “razza”, il “gruppo”. Nel suo disarmante, sapiente candore un titolo del genere proclama che l’omosessualità non è un fatto personale, ma sociale. Ci sono io, ma ci sono anche gli altri come me, con i quali entro in rapporto e costruisco un mondo. Insomma, non sono un’eccezione, non sono solo. L’Italia della letteratura, invece, ha sempre mandato avanti l’idea contraria: che l’omosessuale è, appunto, un’eccezione, un eccesso, un isolato anche quando si sente parte di un giro (che titolo rivelatore quello di Camere separate!, tanto più se si pensa che Tondelli si era nutrito di tante letture internazionali). In Isherwood troviamo l’omosessuale scrittore; in Italia lo scrittore omosessuale: in quest’ordine il secondo termine può tranquillamente passare in secondo piano e il primo, lo scrittore, spiccare (Arbasino docet, per quanto i suoi Fratelli d’Italia si avvicinino a tratti a una nozione isherwoodiana di omosessualità; e anche Testori, pur in termini molto diversi). Ma sì, pazienza se ha il vizietto; una nevrosi come tante, si sa che chi scrive è strano. Il magnifico gesto del tener la penna in mano mette in ombra tutto il resto (ecco il lato più perfido del bellettrismo italico); al punto che il resto, cioè quel che la penna scrive o colui stesso che regge la penna, può essere considerato sotto altre etichette o non essere considerato affatto. Tanto la vita è una cosa, la scrittura un’altra, no? Meno male che a un certo punto è arrivato un Pasolini, che, con il suo bulimico autobiografismo, ha imposto un’immagine riepilogativa di omosessuale, il frocio martire, autopunitivo e retorico, e così fornito a tutti la pacificante impressione che il discorso sull’omosessualità fosse ormai aperto, risolto; mentre riguardava solo lui, quel depravato, incasinato catto-comunista, marchettaro svergognato a caccia di redenzione.
Altri scrittori si sono messi in mostra per la loro stranezza sessuale. Sandro Penna, per esempio. Chi più scopertamente frocio di lui? Eppure le sue poesie sono state lette come epigrammi ellenistici; vertici di un lirismo assoluto; istantanee acquarellose di un poetino capace di dire sempre la stessa cosa (irrilevante quale); il solito necessario petrarchista. E Saba? Il silenzio con cui ancora si tenta di nascondere, non senza successo, la sua omosessualità è a dir poco spudorato. Ma se tutto, nel Canzoniere, parla di quello! Basta leggere… E il suo Ernesto, quella spettacolare celebrazione della sodomia? Ah, di una delicatezza!
L’autocensura ha la sua parte. Tanti hanno gettato il sasso e nascosto la mano. Pensiamo a un Palazzeschi. Chi lo metterebbe tra gli omosessuali? Eppure il nostro Aldo ha composto due manifesti come l’Interrogatorio della Contessa Maria (1926) e la Piramide (1926), per non dire delle Sorelle Materassi (1934), un inno al
fascino sessuale del maschio giovane. E poi c’è Comisso. La sua omosessualità oggi non sembra interessare nessuno, ma i suoi amici la conoscevano; la consideravano la sua identità. Andrea Zanzotto mi ha raccontato, anni fa, che Giovanni non aveva vergogna a essere omosessuale. Solo una questione sembrava preoccuparlo: come lo fosse diventato. E incolpava i ciucci di una vecchia tata. Comisso è autore di un libro straordinario, ormai introvabile, Cribol (1964), dove un brav’uomo si dà volenterosamente alla pratica della fellatio per guarire da una certa malattia, finché, come ci si poteva aspettare, il prete guasta tutto. L’autore lo ripubblicò nel 1968 con l’Avvertenza: «È una mia prova narrativa limite, oltre alla quale non assicuro di potere andare. Vi è in essa l’ingenuità dei folli e non mi pento di averlo scritto».
Ma il caso più clamoroso di omosessualità proclamata e non raccolta è quello di Soldati. La sua narrativa è stracolma di riferimenti al coito tra maschi: Il padre degli orfani (1950), La Confessione (1955), La Busta arancione (1966), Lo smeraldo (1974), la Sposa americana (1977). Nel suo giovanile America primo amore (1935) l’autore allude addirittura a certi suoi incontri omosessuali nei bagni pubblici e in certi bar di New York. E, in una pagina da antologia, si sofferma sulla descrizione di un bel conducente di bus col quale si scambiò focose occhiate in presenza della sua stessa ragazza!
Christopher, che cosa dobbiamo fare di tutto questo?