Gilberto Oneto, Libero 6/10/2011, 8/10/2011, 9/10/2011, 11/10/2011, 6 ottobre 2011
TUTTE LE BALLE CHE CI RACCONTANO SUGLI IMMIGRATI
In queste settimane il dibattito si infuoca attorno alla manovra economica e tutti hanno suggerimenti su dove e come ridurre le spese. Nessuno però dice mai di intervenire su una delle voragini che si inghiottono i soldi della comunità: l’immigrazione. È stata abilmente fatta passare l’idea che gli immigrati siano una risorsa, una ricchezza, che siano quasi i soli a contribuire in positivo alle dissestate casse comuni. Sull’im - migrazione è stata fatta una colossale opera di disinformazione. I principali gruppi di motivazioni che vengono solitamente tirati fuori per giustificare l’im - migrazione sono: 1) che i nuovi cittadini pagheranno le nostre pensioni, 2) che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, 3) che gli immigrati sono una risorsa economica, 4) che sono una ricchezza sociale, 5) che pongono rimedio alla nostra denatalità, 6) che abbiamo il dovere della solidarietà. Vediamo di esaminare soprattutto i punti aventi incidenza economica, non senza avere prima fatto una indispensabile premessa. Il fenomeno è cruciale ma le informazioni per conoscerlo e governarlo sono approssimative. I soli dati ufficiali che si hanno a disposizione sono quelli che riguardano i regolarizzati. Restano vaghi i numeri di quelli appena arrivati o che vivono nel mondo dell’illegalità. Ci si deve perciò affidare principalmente alle informazioni della Caritas-Migrantes che, pur ricevendo finanziamenti pubblici, è una struttura privata che svolge i compiti che toccherebbero allo Stato, ma è anche e soprattutto una organizzazione di parte e questo non la aiuta a fornire le garanzie di imparzialità che la struttura pubblica, pur nelle sue lentezze e inefficienze, dovrebbe invece garantire. La Caritas è anche condizionata dalle sue scelte ideologiche, dal suo evidente schieramento a favore dell’immigrazione e dell’accoglienza a qualsiasi costo e condizione, oltre che dal non trascurabile dettaglio che proprio dall’ambaradan dell’immi - grazione trae sostanziosi finanziamenti. Secondo il Dossier statistico 2010 della Caritas-Migrantes, ci sarebbero in Italia all’inizio del 2010 4.235.000 stranieri residenti, o 4.919.000 considerando quelli non ancora iscritti all’ana - grafe. Gli stranieri sono triplicati in un decennio e aumentati di quasi un milione nell’ultimo biennio. I clandestini sono stimatifra i 500 e i 700 mila, manon è certo scorretto pensare che siano almeno il doppio. Si arriva perciò a una cifra di più di 6 milioni di persone (quasi l’11% della popolazione residente, uno straniero ogni 9 italiani), cui vanno aggiunti circa 500 mila naturalizzati italiani negli ultimi anni. Metà circa degli immigrati sono donne. Nel 2007 gli stranieri erano 3.690.000, il 5,6% della popolazione. PAGANO LE PENSIONI? Grande risalto è stato dato al fatto che i contributi degli immigrati hanno aiutato l’Inps a rimettere un po’ a posto i conti. In effetti l’arrivo di tanti nuovi contribuenti che non percepiranno pensioni per un po’ di tempo è salutare. Si tratta però di una situazione temporanea perché, a partire da 20 anni da oggi (quando a maturare pensioni di vecchiaia o anzianità cominceranno a esserci moltitudini diimmigrati), si riproporrà anche nella comunità foresta lo stesso schema attuale di un rapporto fra lavoratori e pensionati sbilanciato a favore di questi ultimi, a meno che non si conti su un continuo afflusso di immigrati giovani paganti. In tale caso si tornerebbe in qualche modoal sistema a ripartizione su cui in anni di boom demografico si era basato il sistema pensionistico, facendo saltare ogni buona intenzione di trasformarlo in un sistema a capitalizzazione. Insomma gli immigrati non risolvono i problemi del sistema pensionistico italiano ma lo spostano solo un po’ più in là nel tempo. Oggi il rapporto fra pensionati e abitanti è di circa 1 a 5 per gli italiani e di 1 a 25 per gli stranieri: il divario diminuirà costantemente fino a stabilizzarsi sullo stesso rapporto amenoche - come detto - il numero degli immigranti non continui a crescere in misura esponenziale. Dai dati Inps più recenti e completi disponibili (III Rapporto su immigrati e previdenza), risulta che nel 2004 gli stranieri iscritti ai ruolini pensionistici erano 1.537.380, e cioè meno dellametàdel totale degli immigrati di allora. Non cambia la situazione nel 2010, quando - secondo la Caritas - gli iscritti all’Inps sarebbero circa due milioni, e cioè circa il 40% dei regolari. Questi versano un totale di 7,5 miliardi in contributi previdenziali; nel 2007 le pensioni erogate erano 294.025 con una spesa annua di 2 miliardi e 564 milioni. Oltre a queste c’è una cifra imprecisata ma piuttosto alta per prestazioni sociali d’altro genere. Ci sarebbe così un saldo attivo di qualche miliardo. Occorre notare che il bilancio è migliorato da quando èstata soppressa la facoltàprima concessa agli immigrati di farsi rimborsare i contributi versati in caso di rimpatrio, rafforzando la tendenza a permanere in Italia. I DATI NON TORNANO Per essere un gruppo sociale la cui presenza viene giustificata come “forza lavoro”, occorre notare come la percentuale di stranieri che pagano i contributi previdenziali sia sospettosamente bassa. Questo significa che la più parte di loro non paga i contributi sociali perché lavora in nero, o evade, o non lavora affatto, o fa “lavori” (criminalità, droga e prostituzione) che non hanno vocazione né possibilità di essere assoggettati a contributi. I numeri non tornano. Comprendendo anche gli irregolari, meno di un terzo degli stranieri versa contributi previdenziali: una percentuale inferiore a quella del totale degli italiani al di sotto dei 65 anni (39.318.000 nel 2010) che sono regolarmente occupati (più di 21 milioni), e cioè il 54,7%. Risulta perciò piuttosto evidente (e preoccupante) che l’at - tuale attivo del bilancio previdenziale degli stranieri sia rapidamente destinato a esaurirsi (salvo una crescita esponenziale degli immigrati e una irrealistica dilatazione del mercato del lavoro) e che perciò la presenza degli stranieri non risolverà ma aggraverà i problemi pensionistici. É del tutto falso affermare che gli stranieri pagheranno le nostre pensioni: lo fanno in parte marginale oggi per la loro età media più bassa, ma impoveriranno ulteriormente in avvenire le sempre più esigue risorse del paese.
UN REATO SU TRE IN ITALIA È COMMESSO DA IMMIGRATI (3ª puntata, 8/10/2011) –
Oltre ai costi in denaro, più o meno facilmente quantificabili, l’immigrazione porta una serie di svantaggi sociali di dimensioni infinitamente più grandi degli eventuali vantaggi. Si comincia con i fastidi della difficile convivenza fra culture, dalle piccole noie della forzata coabitazione ai drammi dolorosi della degenerazione dei rapporti interpersonali. Non è evidentemente solo un problema di orari, afrori di cucina, rumori, maleducazione o arroganza – che nella quasi totalità dei casi coinvolgono i ceti più deboli e poveri della popolazione italiana – ma si arriva molto spesso ad attriti duraturi anche violenti, o a dolorose esperienze.
Fra il 1996 e il 2008 ci sono stati 240 mila matrimoni misti, 32.000 solo nel 2009. Si calcola che le coppie miste, sia sposate sia di fatto, siano state in tutto 590 mila. Tre unioni su quattro si concludono secondo l’Ami (Associazione Matrimonialisti Italiani) con una separazione. Negli ultimi anni i matrimoni misti sono diminuiti grazie alla nuova normativa che richiede per i contraenti il permesso di soggiorno. Il matrimonio era sovente impiegato come un mezzo per ottenerlo. Spesso è una scorciatoia anche per l’acquisizione della cittadinanza (circa metà dei 500 mila nuovi cittadini lo sono diventati sposando un italiano) o per accedere alla pensione di reversibilità. I casi accertati di matrimoni fra giovani straniere e anziani italiani sono circa 3.000: neppure pochi se si considera che il fenomeno è solo agli inizi e che comunque ogni giovane vedova (o vedovo) percepirà la pensione per 30-50 anni: un’altra ventina di milioni che vanno in un sussidio molto “creativo” all’immigrazione. Un fatto ignobile se si considera che la metà dei pensionati italiani vive con meno di 500 Euro al mese.
Spesso sono le appartenenze religiose a costituire un problema di rapporti non sempre facili o pacifici: se il contrasto non esiste con stranieri di fede cristiana (cattolica, ortodossa o altro) e neppure per indù e buddisti, esso si pone quasi sempre in termini duri con i musulmani, che non accettano valori e sistemi di vita diversi dai loro: la parità dei sessi, il rispetto per gli animali, la libertà dei figli. Il fatto che tendano ad aggregarsi in comunità chiuse non fa che incrementare la loro aggressività e intolleranza.
La propensione a costruire ghetti etnici, frequentata con sistematicità anche dai cinesi, non aiuta certo l’integrazione: non c’è gente che aspira al ruolo – come sostiene certa retorica – di “nuovi italiani”, ma solo gruppi che vogliono restare quello che sono, spesso anche con atteggiamento di sfida e contrapposizione.
Uno degli aspetti più truci si ha con la criminalità. Alcune anime belle dicono e scrivono che la propensione a delinquere di italiani e stranieri sia la stessa. I numeri raccontano un’altra storia: nel maggio 2011, secondo i dati del Ministero della Giustizia, su 67.174 detenuti nelle patrie galere, ben 24.404 erano stranieri: il 36,3%. A meno di pensare che i tribunali siano pieni di razzisti che infieriscono sui foresti, questo significa che più di un terzo dei delitti sono commessi da stranieri. Considerando che il 74% dei reati denunziati resta impunito, e che una quantità imprecisata non viene neppure denunciato, viene facile pensare che gli stranieri – per la tipologia dei reati e per la loro estraneità alle comunità dove vengono commessi – siano meno facilmente smascherati dei malviventi indigeni. Questo porta a pensare che l’incidenza straniera sulla malavita sia molto superiore a quella indicata dai numeri. Solo basandosi sui dati ufficiali, c’è un galeotto ogni 1.310 italiani, e uno ogni 250 stranieri, clandestini compresi: più di cinque volte tanto.
Quanti sono perciò gli italiani (ma anche gli stessi stranieri) che sono stati vittime della criminalità di importazione? Quanti cittadini sono stati uccisi, intenzionalmente o accidentalmente? Quanti sono stati feriti, stuprati, aggrediti, rapinati da stranieri? Quante sofferenze sono state causate da delitti e reati commessi da stranieri? È impossibile quantificare i costi umani ed economici causati da malavitosi, bande e criminalità organizzata di origine foresta. Quante spese mediche, costi di infermità, ma anche solo valori rubati, investimenti in sistemi di difesa, assicurazioni o impianti contro i furti di auto o nelle case vanno imputati alla voce “immigrazione”? Si dirà che delitti e reati sono anche opera di cittadini italiani, che anche i “nostri” delinquono e procurano danni ingenti alla comunità. È vero, ma proprio per questo non si capisce perché si debbano importare delinquenti dall’estero, o perché si debba subire un incremento del 36,3% di detenuti e presumibilmente di reati. Senza l’immigrazione straniera, detenuti e reati diminuirebbero di (almeno) più di un terzo.
Assistiamo poi a un generale degrado dei rapporti umani, alla comparsa di comportamenti che sembravano spariti o marginalizzati nelle nostre comunità: l’imposizione di condizioni subordinate per le donne, le mutilazioni, i matrimoni imposti, la segregazione, la riduzione in schiavitù di lavoratori e prostitute, il lavoro minorile, l’obbligo dell’accattonaggio eccetera.
C’è il degrado della qualità dell’istruzione scolastica in classi appesantite da troppi alunni stranieri che rallentano inevitabilmente il passo dell’apprendimento.
C’è poi il ritorno di malattie che erano state debellate e che vengono importate da terre in cui sono ancora endemiche, che prosperano grazie ai mancati controlli sanitari, alle scarse norme igieniche e a condizioni di promiscuità che ripropongono antiche paure.
Come può essere poi dimensionato l’immenso danno che l’immigrazione porta alle condizioni di lavoro delle fasce più deboli della nostra società, per la concorrenza al ribasso per costi e comportamenti antisindacali, per gente che si offre per qualsiasi lavoro a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione? Come si possono quantificare i posti persi, i guadagni mancati di tanti lavoratori che si vedono sostituiti da gente che lavora tante ore in condizioni subumane? Quanto è il danno che crea il degrado nei rapporti di lavoro senza che i sindacati muovano un dito?
È infine incommensurabile il danno che l’immigrazione porta alla coesione sociale delle nostre comunità e ai loro caratteri identitari, alle culture locali già rese fragili delle migrazioni interne, dalla globalizzazione e dall’inurbamento di grandi masse umane.
ALZANO LA NATALITÀ? NO, CI INVADONO (4ª puntata, 9/10/2011) –
La penisola è affollata. In alcune parti la soglia di preoccupazione è stata superata. Oggi i livelli di popolamento della Padania, area in cui si concentra più del 61% dell’immigrazione extracomunitaria, sono altissimi: ci sono 254 abitanti regolarmente censiti per chilometro quadrato, contro i 158 del resto d’Italia.
In Europa ne hanno di più solo Olanda e Belgio senza nessun territorio montuoso, neppure una collinetta.
In Lombardia ci sono 382 persone (esclusi ospiti e clandestini) al chilometro quadrato: al mondo sono messi peggio soltanto il Libano, la Corea del Sud e il Bangladesh. Nella provincia di Monza e Brianza ci sono ben 2.033 persone per chilometro quadrato, numero inferiore al mondo solo a Monaco, Singapore e alla striscia di Gaza. L’affollamento si ripercuote drammaticamente sulla qualità della vita, sull’inquinamento, sul traffico, sulla produzione di rifiuti e sui livelli dei servizi.
È del tutto comprensibile che, in una situazione del genere, la nostra gente cerchi spontaneamente di diminuire la concentrazione, “sfollando” quando possibile verso aree meno costipate di campagna o collina, oppure – più semplicemente – facendo meno figli. Se abbiamo deciso di diminuire di numero è una scelta libera e responsabile: abbiamo il tasso di natalità più basso del mondo e sono fatti nostri. Se abbiamo deciso di restare più larghi è per nostro vantaggio e non per fare posto ad altri. La denatalità è strettamente collegata con il rifiuto dell’affollamento eccessivo, ma anche con l’insicurezza, con le difficoltà economiche e con la mancanza di prospettive di libertà.
Negli anni ’60 il Sud Tirolo sembrava avviato verso quella che veniva chiamata “la marcia della morte” della comunità autoctona: con l’acquisizione di larghe autonomie, la provincia di Bolzano è balzata ai vertici dei tassi di rinnovata natalità.
Il giorno in cui le nostre comunità dovessero disporre di maggiori autonomie e libertà si riprodurrebbe inevitabilmente lo stesso andamento.
Oggi l’immigrazione crea ulteriore insicurezza e quindi minore natalità fra i padani e non ha neppure senso spingere verso tassi più alti per evitare la formazione di vuoti e l’arrivo di foresti: non avremmo alcuna possibilità di vincere la devastante guerra dello spermatozoo.
Il tasso di natalità delle donne italiane è di 1,2 contro il 2,4 delle immigrate.
Nel terzo mondo i livelli sono da tre a cinque volte superiori ai nostri: è un confronto dagli esiti scontati. La nostra gente deve essere libera di scegliere i propri tassi demografici, di pilotare la propria crescita o decrescita, senza che lo Stato si intrometta con incentivi economici che finiscono per implementare ulteriormente l’altrui natalità a spese nostre.
Un popolo libero deve potersi regolare senza paura di intromissioni esterne. Quello che sta succedendo da noi ha, invece, assunto caratteri davvero preoccupanti.
Oggi gli abitanti della penisola (fra residenti regolari e clandestini) sono circa 62-63 milioni.
Confrontando gli attuali tassi di natalità, sommando il numero di ingressi clandestini e regolari, e gli effetti delle norme sui ricongiungimenti famigliari, si arriva a ipotizzare che nel 2075 circa gli stranieri saranno la maggioranza assoluta degli abitanti.
Nel 2100 essi saranno circa il 68% del totale. In termini numerici assoluti, ci potrebbero essere 73 milioni di abitanti nel 2050 e 118 milioni nel 2100.
La Padania presa separatamente potrebbe trovarsi in una situazione ancora più drammatica. Dei 27 milioni di abitanti attuali, attorno a 4 milioni (il 15 per cento circa) sono extracomunitari. Nel 2030 gli stranieri potrebbero essere un terzo del totale.
Nel 2045 i foresti potrebbero già essere la maggioranza dei probabili 30 milioni di abitanti; nel 2060 il 60%, nel 2080 il 70% e nel 2100 l’80% dei probabili 50 milioni di abitanti della Padania del tempo.
L’immigrazione non costituisce un correttivo alla denatalità italiana ma un vero e proprio processo di sostituzione.
LA SOLIDARIETÀ È UNA TASSA DA 4 MILIARDI (5ª e ultima puntata) –
La solidarietà e l’amore per il prossimo rientrano sicuramente fra i doveri cristiani che sono parte essenziale della nostra cultura, ma che meritano alcune considerazioni: innanzitutto il prossimo (lo dice la parola) è chi ci è prossimo, vicino, parente, famigliare.
Noi non possiamo farci carico di tutti i diseredati del mondo che sono centinaia di milioni. Ogni anno la popolazione del mondo aumenta di circa 80 milioni di persone, se aprissimo indiscriminatamente le porte potremmo ovviare alla altrui esuberanza testosteronica per non più di tre o quattro mesi e poi verremmo annientati.
Lo stesso vale per i rifugiati, per le vittime di guerre e carestie, e di persecuzioni politiche. Lo status di esule politico viene concesso con troppa facilità. L’art. 10 della Costituzione stabilisce che sia concesso diritto di asilo «allo straniero al quale sia impedito di esercitare le libertà democratiche».
Oggi il mondo pullula di guerre e di regimi poco democratici: è perciò estremamente facile essere (o farsi passare per) un perseguitato politico, profugo o vittima di qualche carestia o sciagura ambientale.
IL PESO DEI RIFUGIATI
Nel 2006 le richieste di asilo sono state 10.348, nel 2008 sono salite fino a 30.324. Non tutte vengono accolte: in ogni caso c’erano nel 2010 circa 55 mila rifugiati politici riconosciuti. Ogni rifugiato riceve al suo arrivo un contributo di 976,15 euro per i primi 35 giorni (che si riducono a 557,80 in caso di respingimento della domanda d’asilo). In seguito, secondo la Fondazione Leone Moressa, lo Stato affronta una spesa diretta di 14.600 euro l’anno (40 euro al giorno) per persona e altrettanti in prestazioni indirette (spese sanitarie e servizi generali): quindi allo Stato ogni rifugiato politico costa circa 29.200 euro ogni anno.
Per i 55 mila rifugiati del 2010, la spesa dovrebbe essere stata di un miliardo e 600 milioni di euro. Un decreto legislativo del novembre 2007 stabilisce, infatti, che i rifugiati godano di tutti i privilegi dell’assistenza sanitaria, del sostegno allo studio e dell’integrazione all’attività lavorativa.
Se i rifugiati che hanno un lavoro non arrivano, con tre figli a carico, a un reddito di 23.200, 30 euro annui, viene loro concesso un sussidio integrativo.
L’ASILO POLITICO
Oltre a tutto questo si devono aggiungere gli stanziamenti che vanno dai corsi di italiano agli sconti sui mezzi pubblici in molti comuni, dal sostegno assistenziale e culturale fino all’assistenza legale e molto altro.
Il costo complessivo dell’asilo politico è praticamente impossibile da quantificare ma non è certo inferiore ai 2 miliardi. La cifra è inoltre destinata a crescere esponenzialmente con gli ultimi massicci arrivi.
L’immigrazione è un pessimo affare in termini economici ed è disastrosa in termini sociali.
Essa porta effimeri vantaggi a datori di lavoro troppo disinvolti e attenti soltanto al loro immediato tornaconto scaricando i costi sociali sulla comunità.
Sono gli stessi che non esitano a delocalizzare la produzione quando anche la delocalizzazione della mano d’opera non è sufficiente a mantenerli sul mercato.
Essa è inoltre sostenuta da chi è interessato, in nome dell’ideologia o della conservazione di privilegi settoriali a disgregare le nostre comunità indebolendone la capacità di reazione e di coesione politica.
In particolare l’immigrazione è favorita da chi – a sinistra – non trova più sufficienti ragioni di scontro sociale nella lotta di classe e di chi – a destra – spera invece di ricompattare un senso di nazionalità messo in pericolo dalle istanze localiste creando così un nuovo nemico comune: uno più diverso delle diversità interne.
CARA ACCOGLIENZA
Essa è incoscientemente sostenuta da chi confonde – anche in totale buona fede – l’accoglienza indiscriminata con la solidarietà, la resa con il buonismo, di chi non si rende conto che favorendo il prossimo meno prossimo danneggia quello più prossimo, toglie di fatto ai più poveri e deboli dei nostri cittadini ogni occasione di emancipazione.
Spesso sono proprio le anime pie dell’accoglienza i peggiori nemici degli ultimi dei nostri.
Gilberto Oneto