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 2011  ottobre 06 Giovedì calendario

NUOVA RAINBOW L’AMMIRAGLIA DI GREENPEACE HA ELIPORTO, IMPIANTO SATELLITARE, LABORATORIO SCIENTIFICO E SARÀ SEMPRE ONLINE CON GLI 11 MILIONI DI SOSTENITORI SPARSI NEL MONDO. IN ALTO MARE DARÀ LA CACCIA A

PESCATORI DI FRODO E CARICHI DI LEGNA ILLEGALE O DI CARBONE. E I VIP VANNO ALL’ASTA PER PAGARE I CONTI


L’attrice Patricia Arquette offre un picnic a Los Angeles. Laura Pausini si spoglia della sua giacca di pelle viola da concerto. Giovanni Soldini lascia la cerata con cui ha traversato l’oceano in solitaria. Beppe Grillo rinuncia, chissà quanto a malincuore, al suo Telegatto. E scende in campo perfino Lionel Messi, pronto al tête-à-tête con il fan più generoso, allo stadio di Barcellona. Vips dal cuore verde e dall’istinto eco-guerriero. Grazie a loro - e all’aiuto discreto di un paio di litografie di Picasso, una stampa di Damien Hirst e altre memorabilia di star internazionali - l’asta online di Greenpeace International ha raccolto finora (al momento in cui Sette andava in stampa erano ancora aperti alcuni item) circa 100mila dollari (75mila euro). Finiranno, come i 100mila euro già raccolti con la colletta tra i sostenitori italiani e i molti altri donati intorno al mondo, nella cassa destinata a pagare le fatture dell’ultima, supertecnologica, ammiraglia della flotta Greenpeace: circa 20 milioni di euro per una Rainbow Warrior nuova di zecca, la numero III. Prenderà il largo il 14 ottobre dal porto di Brema, in Germania, per un tour che celebrerà anche i 40 anni dalla nascita di Greenpeace e in dicembre la porterà fino al porto di Genova. E visto che i “puri” dell’organizzazione ambientalista si ostinano a rifiutare fondi governativi o aziendali, l’invito ai privati è di continuare a donare (http://anewwarrior.greenpeace.org).

RIVOLUZIONARIO SISTEMA DI VELE
Vele al vento, dunque. La Rainbow Warrior III promuoverà l’energia pulita, bloccando i trasporti di carbone via mare. Difenderà le ultime foreste primarie, rintracciando in mare i carichi di legno illegale. Proteggerà gli oceani, sorvegliando con il suo elicottero le operazioni di pesca illegale. Lunga 57,92 metri e dotata di un rivoluzionario sistema di velatura (5 vele per una superficie totale di 1.290 m2) che le permetterà di contenere al minimo l’utilizzo di carburanti, la nuova “Guerriera arcobaleno” entra in un’avventura che è già mito, tra i fan dell’ecologia combattente. Una storia cominciata il 15 settembre 1971 quando un manipolo di cappelloni hippies, ecologisti, pacifisti, qualche quacchero e un paio di giornalisti si imbarcarono, novella Armata Brancaleone dei mari, su un vecchio peschereccio, il Phyllis Cormack. Obiettivo, l’isola di Amchitka, in Alaska, per fermare i test nucleari degli Stati Uniti. Ne è passata di acqua sotto gli scafi di questi pirati verdi. Tante facce sono cambiate, da allora. Non sono più su questa terra i due stravaganti fondatori, Bob Hunter e David McTaggart. Qualcun altro ha cambiato rotta, come il “pentito” Patrick Moore, che oggi firma il saggio L’ambientalista ragionevole. Molti, la maggioranza, sono ancora lì. A combattere, armati ormai più di Twitter che di gommoni d’assalto, con la stessa foga di sempre. Pete Willcox, per esempio, non è più il giovane capitano che guidava la Rainbow Warrior II sfidando i servizi segreti francesi nel Pacifico, una ventina di anni fa. Ha 58 anni e il suo viso, oggi, è solcato di rughe e pensieri. Per qualche anno è rimasto “spiaggiato” nel suo Connecticut, a far da padre, single e a tempo pieno, alle due figlie adolescenti. Ora che son cresciute, è pronto a ripartire al timone della Rainbow Warrior III, con il cuore pieno di ricordi. «La missione più importante che abbiamo fatto, per me, è stata l’evacuazione di Rongalap: abbiamo trasferito 350 persone da un atollo che era stato pesantemente irradiato durante i test atomici statunitensi verso un altro atollo più sicuro», racconta. «Non fu una tipica azione di Greenpeace, ma da un certo punto di vista fu molto più appagante. Non è mai stato provato che quelle persone siano state esposte intenzionalmente alle scorie radioattive, ma vennero comunque trattate come cavie. Una macchia nella storia americana». Altrettanto duro il giudizio sul governo francese che nel 1985 diede ordine ai servizi segreti di affondare la Rainbow Warrior I nel porto di Auckland, per evitare le proteste contro i test nucleari in Polinesia. «La cosa peggiore è stato perdere Fernando Pereira (il fotografo che morì nell’affondamento, ndr). Eravamo scioccati dal fatto che la Francia, ai suoi massimi livelli, avesse deciso di far saltare in aria la nostra barca. Ma se erano così spaventati, significava che eravamo nel giusto. Non dovevamo mollare».
Qualcosa di più di un semplice idealismo giovanile, se oggi Greenpeace conta 11 milioni di sostenitori online e sedi in oltre quaranta Paesi. «Non ero pronto a morire allora, e non lo sono oggi. Ma sono pronto a lavorare il più duramente possibile, e ad assumermi il rischio, per il futuro del pianeta e dei miei figli. Non è idealismo essere spaventati da ciò che stiamo facendo al luogo che abitiamo. È pragmatismo», conferma Capitan Willcox.

GLI HIPPIES SI SON FATTI GRANDI
Greenpeace è assai cambiata in questi quarant’anni. Gli eco-guerrieri che sfidano gli oceani in tempesta e interpongono i propri corpi tra le balene e gli arpioni dei giapponesi non sono più soli. Alle loro spalle c’è una robusta organizzazione con un supermanagement nella sede centrale di Amsterdam. E alla guida di tutto ciò non sta un hippy barbuto ma un sudafricano cresciuto nel movimento per i diritti civili, Kumi Naidoo, che partecipa ai sit-in ma siede a suo agio anche tra dirigenti d’azienda e politici ai convegni internazionali (“senza mai prender soldi, però, per aver la libertà di denunciarli se necessario”). Sviluppo positivo, per chi è rimasto: «Greenpeace è diventata molto più grande e ha aggiunto molti più livelli di management», conferma Willcox. «Trent’anni fa pensavo che avremmo dovuto essere disciplinati e organizzati come l’Ibm: forse ci siamo riusciti. Le tattiche possono cambiare, lo spirito è lo stesso».
Indipendenza, nonviolenza, creatività. Forti di queste armi, gli attivisti di Greenpeace hanno dimostrato di non essere soltanto un manipolo di “matti ecologisti”. Per venticinque anni hanno combattuto tra gli atolli più sperduti del Pacifico contro i test nucleari, finché Francia, Regno Unito, Usa, Russia e Cina si sono impegnati a fermarli, nel 1996. In Antartide si sono accampati in una base permanente per cinque anni finché, nel 1991, è stato firmato il Trattato contro lo sfruttamento commerciale dell’area. Ma hanno anche convinto la multinazionale Nestlé a non distruggere più le foreste per estrarre l’olio di palma. Hanno spinto diverse aziende hi-tech a eliminare le sostanze tossiche dai propri prodotti. Ancora quest’anno la Rainbow Warrior II ha sfidato i suoi acciacchi per veleggiare fino al Giappone e misurare la contaminazione radioattiva in mare (altissima) dopo il terremoto e l’esplosione nella centrale nucleare di Fukushima. Ora la vecchia ammiraglia va in pensione: è stata donata a una Ong del Bangladesh che la convertirà in un ospedale mobile.
La sfida di Greenpeace andrà avanti con mezzi tecnologici ultravanzati e sfruttando anche la Rete, attraverso “muri di protesta” via Twitter e altri tamtam online. Gli eco-guerrieri, però, promettono di tenere d’occhio pure la rapida crescita dell’impatto ambientale dell’Information technology e l’“impronta sul clima” delle sue aziende più cool. Fustigandole, se necessario, come hanno già fatto con Apple e Facebook. Milioni di sostenitori sono pronti a rispondere all’appello. Anche il velista Giovanni Soldini. «Sono cambiati? Forse, ma è giusto. Le battaglie evolvono, perché evolvono i nemici. Se uno rimane a fare il marinaio guerriero, non vince più». –
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