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 2011  ottobre 06 Giovedì calendario

QUANDO IL DOWNGRADE NON SPAVENTA LA BORSA

Perché la riduzione del rating dell’Italia da parte di Moody’s non ha influito sui valori dei BTp e di Piazza Affari?


Il mercato scontava una «bocciatura» del rating di soli due gradini: per cui il declassamento di tre «gradini», da «Aa2» a «A2», non era atteso. È però vero che il mercato, nelle quotazioni dei BTp e delle polizze anti-insolvenza, è da tempo ben più pessimista delle agenzie di rating: le quotazioni sono insomma ben peggiori di quanto il rating, anche tagliato a «A2», giustificherebbe. La bocciatura era, di fatto, più che «prezzata». Ieri, per di più, il mercato si è concentrato su altri temi: per esempio sul fatto che la Germania si è detta disposta a salvare le banche. Questa notizia ha rasserenato gli animi degli investitori, trascinando in alto le azioni bancarie. A giocare a favore c’è stata anche l’attesa che oggi la Bce possa annunciare una nuova operazione di rifinanziamento a 12 mesi: se così fosse, le banche potrebbero avere da Francoforte tutta la liquidità di cui hanno bisogno per un arco di tempo abbastanza lungo. Questo ridurrebbe l’incertezza sulla crisi di liquidità delle banche europee.

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LE MOTIVAZIONI


Perché Moody’s ha deciso di abbassare il giudizio sul nostro Paese?


Tre sono le motivazioni principali alla base della decisione dell’agenzia. In primo luogo l’aumento reale del rischio nella capacità di raccolta di finanziamenti a medio-lungo termine sul mercato, un problema che l’Italia condivide con altri Paesi dell’Eurozona. Il secondo motivo riguarda la crescita economica in rallentamento a causa di carenze strutturali macroeconomiche e di prospettive globali sempre più deboli. Infine Moody’s ha puntato il dito sulle incertezze a livello politico, che potrebbero rallentare il raggiungimento degli obiettivi fissati con l’ultima manovra correttiva.

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IL GIUDIZIO


Cosa significa la sigla «A2»?


Nella classificazione utilizzata da Moody’s, «A2» rappresenta il sesto gradino (su 22) in ordine di affidabilità per un emittente di obbligazioni. Equivale a un giudizio «A» di Standard & Poor’s e Fitch (che però valuta l’Italia due scalini sopra, cioè «AA-»). Indica un debitore di qualità medio-alta e titoli che sono moderatamente sensibili alle circostanze avverse che si possono manifestare nel panorama internazionale. Fra gli altri emittenti sovrani, anche Malta, Cipro, la Polonia e il Botswana hanno rating «A2».

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LA PREVISIONE


Ho letto che Moody’s ha mantenuto l’outlook negativo: cosa vuol dire?


L’agenzia di rating ritiene che esistano ancora rischi tanto sullo scenario italiano quanto sulla situazione europea. Le incertezze presenti sul mercato e il rischio di un’ulteriore deterioramento della fiducia fra gli investitori potrebbe pregiudicare l’accesso del nostro Paese ai mercati finanziari e in definitiva provocare una nuova riduzione di rating da parte di Moody’s. A differenza del «credit watch», che può portare l’agenzia alla variazione del giudizio entro 60-90 giorni, l’«outlook» è un evento che non ha limitazioni temporali: potrebbe dunque restare per lungo tempo, senza necessariamente portare a un nuovo declassamento.



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LE CONSEGUENZE


Cosa succederebbe se l’agenzia di rating dovesse tagliare ancora il giudizio?




Un titolo può essere inserito o meno in un’indice obbligazionario, in un fondo o nel portafoglio di un investitore sulla base del rating assegnato dalle agenzie. Un ulteriore declassamento potrebbe quindi comportare la forzata esclusione delle obbligazioni italiane (BoT, BTp e soci), con conseguenti vendite da parte degli investitori istituzionali e ripercussioni su prezzi e rendimenti. Per esempio, secondo la classificazione adottata da Assogestioni, gli strumenti finanziari detenuti in portafoglio dai fondi di liquidità devono avere un rating non inferiore a «A2» (Moody’s), «A» (S&P) oppure rating equivalente assegnato da altra agenzia indipendente. L’Italia sarebbe quindi al limite, anche se in questo caso si prende come riferimento il giudizio migliore fra le tre agenzie, quindi quello di Fitch («AA-»), che è di due gradini superiore agli altri due.



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LA CRISI DELLE BANCHE UE


Si parla in questi giorni della crisi di liquidità delle banche europee: il rischio è reale?


Per alcune banche, a partire dalla franco-belga Dexia, il rischio sembra essere concreto. Anche le Autorità lo ammettono. Tutto nasce dal fatto che, per effetto della crescente rischiosità dell’Europa, si stanno prosciugando molti canali di finanziamento. Le banche europee trovano oggi minore possibilità di raccogliere capitali in dollari, perché i fondi monetari Usa (che solitamente finanziano le banche Ue in dollari) si sono fatti più cauti: da inizio anno le banche europee hanno «perso» 700 miliardi di dollari di finanziamenti a breve. Si è seccato anche un altro canale di finanziamento: quello dei prestiti obbligazionari venduti agli investitori istituzionali. In Europa, secondo Dealogic, da giugno a settembre il calo è stato del 72% rispetto all’anno scorso. Anche il mercato interbancario in euro si è fatto più difficile: le banche tendono a fidarsi meno le une delle altre, per cui i prestiti tra di loro diventano sempre più brevi e sempre più cari.

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IL RUOLO DELLA BCE


Com’è possibile che ci siano banche a corto di liquidità, se la Banca centrale europea presta a tutte tutti i soldi di cui hanno bisogno?


Questo è difficile a dirsi. Sul mercato si sostiene che alcune banche abbiano scarsità di «collaterale»: cioè di titoli da consegnare in garanzia alla Bce. L’istituto di Francoforte non presta infatti denari alle banche senza ricevere in cambio titoli in garanzia. Attualmente – stima la Bce – esistono in Europa 14mila miliardi di euro di titoli utilizzabili. Ma è possibile che molti di questi siano occupati (ormai ogni operazione, anche con la clientela, è garantita da «collaterale») e che non siano uniformemente distribuiti tra tutte le banche. Insomma: è possibile – ma non esiste alcuna prova – che qualche istituto sia a corto di «collaterale». La Bce oggi dovrebbe comunque annunciare una nuova operazione di rifinanziamento (cioè di immissione di liquidità nel sistema bancario) a quantitativo illimitato di denaro con durata di un anno: questo ha rasserenato ieri gli investitori e ridotto i timori sulla liquidità.

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LE BANCHE ITALIANE


La crisi di liquidità coinvolge anche le banche italiane?


Per ora sembra di no. O, almeno, non le coinvolge in maniera seria. Le principali banche italiane hanno già tutte soddisfatto le necessità finanziarie del 2011 (cioè hanno già raccolto il denaro sufficienti per l’anno). Per di più, essendo banche a vocazione commerciale, hanno una larga base di depositi della clientela: questo garantisce loro molta liquidità. Resta il problema per l’anno prossimo: nel 2012 – calcola Deutsche Bank – Intesa dovrà rifinanziare 22 miliardi di euro di bond in scadenza, UniCredit 31 miliardi, Mps 11, il Banco Popolare 13, Ubi 10 e la Popolare di Milano uno. Se i tassi d’interesse restassero elevati, i problemi potrebbero emergere.