MAURIZIO Ricci, la Repubblica 7/10/2011, 7 ottobre 2011
ROMA - Sorrisi, pacche sulle spalle, visi rilassati. Ma, fuori dalla cornice delle foto ricordo, il direttivo della Banca centrale europea che, ieri, Jean-Claude Trichet ha presieduto per l´ultima volta, è, ormai, un organismo segnato da profonde spaccature, dove il metodo tradizionale di decisione per consenso non funziona più e si vota a colpi di maggioranza e minoranza: così è appena avvenuto per i tassi d´interesse, rimasti invariati, con una delibera che non ha ottenuto l´unanimità
ROMA - Sorrisi, pacche sulle spalle, visi rilassati. Ma, fuori dalla cornice delle foto ricordo, il direttivo della Banca centrale europea che, ieri, Jean-Claude Trichet ha presieduto per l´ultima volta, è, ormai, un organismo segnato da profonde spaccature, dove il metodo tradizionale di decisione per consenso non funziona più e si vota a colpi di maggioranza e minoranza: così è appena avvenuto per i tassi d´interesse, rimasti invariati, con una delibera che non ha ottenuto l´unanimità. Lo stesso successore designato, Mario Draghi, al momento delle foto appariva insolitamente intimidito. Al di là di una naturale e garbata ritrosia, Draghi è probabilmente ben consapevole del fatto che, se il dossier successione fosse stato chiuso - anziché a primavera - questa estate, nel pieno della tempesta sul debito pubblico italiano, difficilmente avrebbe ottenuto l´incarico. Forse, oggi, non se lo augura neppure più: perché, nei prossimi mesi, il nuovo presidente della Bce è destinato a camminare sui carboni ardenti. Nel senso che, ovunque appoggi un piede, rischia di bruciarsi. La tensione che attraversa la Banca centrale europea è il risultato dell´enorme pressione cui è stato sottoposta la massima istituzione monetaria europea negli ultimi 15-20 mesi, durante i quali si è trovata ad essere l´unica autorità dell´area euro a poter intervenire con efficacia su mercati in tempesta, addentrandosi su una strada largamente imprevista. Trichet, francese, era naturalmente nella condizione di fare da ponte fra le richieste di ortodossia dei Paesi forti dell´euro e gli appelli al soccorso di quelli deboli. Ne è uscita, però, un´andatura a zig zag. Da una parte, la pronta apertura di tutti i rubinetti di liquidità e gli acquisti in massa (fino a 160 miliardi di euro, all´ultimo conto) di titoli pubblici dei paesi in difficoltà. Dall´altra, la resistenza, fino all´ultimo, contro ogni ipotesi di ristrutturazione del debito greco (poi travolta), la riluttanza a reclamare una ricapitalizzazione delle banche e la decisione di aumentare, per due volte, nei mesi scorsi, i tassi d´interesse europei per sconfiggere il pericolo, al momento remoto, di una ripresa dell´inflazione. Lo zig zag non ha sedato i mercati, ma non ha neanche spento i timori degli orfani dell´ortodossia in stile Bundesbank. Trichet si è trovato a gestire le dimissioni, in rapida successione, dei due rappresentanti tedeschi nel board della Banca, Axel Weber e Jurgen Stark. E ha avuto un´idea del clima che si è creato nel paese-ancora dell´euro, sfogliandone il giornale più importante, la Bild che, poche settimane fa, dedicava la copertina alla domanda "Dov´è finita la credibilità della Bce?" illustrandola con l´immagine della torre della Banca, a Francoforte, in rovine. La Bce che Trichet lascia in eredità a Draghi è, insomma, in piena crisi d´identità, fra il modello americano della Fed e quello tedesco della Bundesbank. Poiché è l´unico organismo a governare la moneta europea, è anche l´unico che può farsi carico di una politica di espansione dell´economia, in stile Bernanke. Ma non è questo che avevano in testa i tedeschi, quando hanno accettato l´euro. Il conflitto è culturale, prima ancora che ideologico. Per gli uni, l´unico modo di uscire dalla crisi del debito pubblico sono tagli spietati che riportino i bilanci verso il pareggio. Per gli altri, nessuna riduzione del debito è sostenibile, se, accanto ai tagli della spesa, non c´è una crescita dell´economia che aumenti le entrate. Qualcuno l´ha già definita "la battaglia per l´anima della Bce" e toccherà a Draghi gestirla. L´ormai ex governatore della Banca d´Italia ha, sinora, parlato molto poco in Europa. Anche, secondo le indiscrezioni, durante le riunioni del board Bce. A stare ai suoi discorsi italiani degli ultimi mesi, sembra propendere per le ragioni di chi rivendica l´esigenza dello sviluppo. Ma si muove su un terreno minato. Ogni sua mossa - agli occhi, ad esempio, della Bild - sarà pesata sulla base della sua provenienza dal Paese diventato, in questi mesi, simbolo delle mani bucate e del debito galoppante. Il primo assaggio fra un mese, quando Draghi, appena insediato, e il board della Bce si ritroveranno di fronte al dilemma di ieri: abbassare, come molti chiedono in un momento in cui l´Europa sembra scivolare verso la recessione, i tassi d´interesse o lasciarli invariati, come chiedono i guardiani della stabilità dei prezzi. Al contrario di Trichet, il nuovo presidente non potrà contare sul sostegno di un governo, quello italiano, da tempo sparito dalla scena europea. Mario Draghi è, oggi, un uomo molto solo.