Aldo Grasso, Corriere della Sera 7/10/2011, 7 ottobre 2011
Alle «Iene» mancava solo il monologo di Enrico Brignano per gettare definitivamente la maschera. Lui e Luca Argentero non hanno ancora confidenza con le telecamere, e ci sta, siamo alla prima puntata (Italia 1, mercoledì, ore 21
Alle «Iene» mancava solo il monologo di Enrico Brignano per gettare definitivamente la maschera. Lui e Luca Argentero non hanno ancora confidenza con le telecamere, e ci sta, siamo alla prima puntata (Italia 1, mercoledì, ore 21.10). Argentero balla il tango ma non si capisce cosa c’entri con la trasmissione. Brignano si capisce subito che è lì per ragioni di marketing: conquistare il pubblico del Sud. Ma proprio la presenza, finora incongrua, dei due nuovi presentatori (hanno sostituito Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu reduci da Sanremo) ci aiuta a capire meglio la trasmissione. Spesso ci si interroga se le Iene siano veramente cattive o la loro aggressività sia l’espressione di un efferato moralismo, di un ditino continuamente alzato spesso a spese della verità. Verità? La verità testuale, l’unica nel cui nome siamo autorizzati a parlare, è che le inchieste delle Iene sono reportage di genere: possono toccare temi drammatici come il racket della camorra sulle pompe funebri a Casoria, possono mettere in crisi il tg di Italia 1 perché non fa mai inchieste come le loro, possono avviare una campagna contro la sabbiatura del jeans e scontrarsi con gli energumeni di Dolce&Gabbana, possono dimostrare che la bonifica della Protezione civile alla Maddalena era una bufala. Insomma, possono apparire come i paladini della giustizia mondiale e svolgere un ruolo di supplenza nei confronti degli inquirenti, ma il loro è e resta un genere televisivo, con le sue regole, le sue aggressività e le sue civetterie. Tutto questo lo si capisce con chiarezza quando Brignano, il corpo estraneo, inizia il suo monologo, del tutto avulso dal contesto. Enrico Lucci, invece, merita un discorso a parte. Non c’entra nulla con le Iene, la sua intervista a Piero Marrazzo o il suo tour a Ibiza sono squarci d’intelligenza, piccoli saggi d’antropologia sociale. A quando un’antologia lucciana, svincolata dal duo Argentero-Brignano?