Valerio Cappelli, Corriere della Sera 7/10/2011, 7 ottobre 2011
ROMA —
Paolo Sorrentino annuncia che This must be the place è stato venduto in tutto il mondo eccetto la Cina, conferma che ai fratelli Coen è piaciuto, svela che in Usa si stanno dando da fare per la corsa agli Oscar (girato in inglese, può concorrere in tutte le candidature). Tante attese e pressioni, il cast di stelle, il budget generoso, il suo primo film in America. A caldo ci fu amarezza dopo che tornò a mani vuote dal Festival di Cannes. Adesso, se ci ripensa, «non è importante». Sorrentino, il regista innovativo che mancava all’Italia, sguardo visionario e toni psichedelici, il napoletano cosmopolita che tutti aspettavano al varco dopo l’exploit de Il divo. «L’obiettivo a Cannes è andarci, poi i premi sono un capitolo molto misterioso, mi è capitato di essere nelle giurie, a volte ci si dimentica di un film. In ogni caso la mia carriera è stata determinata da Cannes». Incassati premi e applausi per il film su Andreotti, «volevo prendermi una vacanza lussuosa quanto faticosa dai fatti italiani».
Ed eccoci a Cheyenne, il rocker in pensione fragile e ironico, annoiato e depresso, uno Sean Penn con rimmel e rossetto, i capelli a nido d’uccello, look dark alla Robert Smith. Da anni non ha rapporti col padre. Ma quando muore, il passato lo sommerge come un’onda anomala e decide di andare a stanare l’aguzzino nazista di quel padre che non vedeva da anni, da cui non ha mai avuto una carezza, una parola. E nella seconda parte diventa un film on the road. Esce il 14 in 300 copie. Operazione da 30 milioni di dollari che associa Indigo, Lucky Red, Medusa e (per il tax credit) Intesa Sanpaolo. «Ora che il film esce, sento il peso dei soldi. Durante le riprese non me ne rendevo conto. In fondo non giravo un film di fantascienza, avevo gli stessi collaboratori, solo che costava di più».
Sorrentino racconta piccoli segreti, le inquadrature, che racchiudono l’originalità e la libertà del suo sguardo, nascono dalle foto che scatta nei sopralluoghi; retroscena divertenti, domani ne parlerà a Che tempo che fa su Raitre. Ecco come andò la prima volta che parlò del suo progetto a Sean Penn e a David Byrne, l’ex leader dei Talking Heads che al film ha dato il titolo (è una sua canzone) e un cameo. «Con Sean ci fu una telefonata breve, non parlavo una parola di inglese. Mi disse: "Bello, lo faccio, vieni qua, però non so ballare". Sean ha dato molte idee, il falsetto, che nel doppiaggio italiano abbiamo attenuato, è una sua invenzione; così come il modo di camminare e la lentezza del parlare che ha preso da Gus Van Sant. David Byrne andai a trovarlo prima di un suo concerto. Si capiva che stava pensando: "Questo è un pazzo, come faccio a togliermelo di torno?". Faccio un film con Sean Penn. E lui: "Sì certo come no"». Le donne: Frances McDormand interpreta la moglie di Cheyenne: «Le dissi, se non accetti cambio il copione e faccio il protagonista vedovo. O te o nessuna». Eve Hewson, la 16enne amica del rocker suonato, è la figlia di Bono degli U2. Questo romanzo di formazione gioca su più temi, quello centrale è il rapporto padre-figlio o meglio l’assenza di un rapporto, la vendetta invece «ha il fiato corto, è un meccanismo di causa-effetto, è lo strumento che usi quando non riesci a decifrare le cose nella loro complessità, tu fai questo e io reagisco così».
Chi lo tira per la giacca sull’Olocausto va fuori strada, è un fondale, nobile ma resta là: «Racconto cose relative a quel periodo in modo non completo, com’è normale che sia, è un argomento talmente inedito che trovare una spiegazione univoca è difficile. L’Olocausto è il più grande ventaglio di osservazione sul comportamento umano e le sue degenerazioni. Ho cercato un equilibrio tra levità e dolore, la commedia e il dramma. Volete chiamarla commedia drammatica? Ma sì, forse è giusto».
Valerio Cappelli