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 2011  ottobre 07 Venerdì calendario

WASHINGTON — «E’

stata ed è ancora una guerra giusta, a differenza di quella dell’Iraq: protetta dai talebani, la rete di Al Qaeda aveva attaccato l’America e si doveva reagire con le armi. Ma è una guerra che non si può più vincere e che quando ce ne andremo, anche se forse noi non ce ne andremo mai del tutto, lascerà l’Afghanistan nel caos. Dieci anni fa, io la appoggiai. Ma non mi sarei mai aspettato uno sbocco del genere. Credevo che avremmo vinto subito, e che l’Afghanistan si sarebbe stabilizzato e democratizzato. Invece è un Paese in preda alla corruzione, al tribalismo, alla guerriglia, alla droga, e di cui non si può prevedere il futuro a lungo termine. E’ desolante. E’ un nostro tragico fiasco. Ed è una lezione per i nostri leader: non si interviene in un Paese straniero se non si hanno mezzi adeguati, non si ha un piano per il dopo, e non si hanno gli uomini per attuarlo».

Michael Walzer, il più grande filosofo politico americano vivente, l’autore di Guerre giuste e ingiuste, trae un bilancio negativo dei dieci anni del conflitto afghano. A suo giudizio, l’America ha ottenuto un solo successo: «Ha sottratto ad Al Qaeda la sua base territoriale e l’ha quasi smantellata, oggi i covi del terrorismo sono in Pakistan, nello Yemen e in Somalia». Ma lo ha pagato a caro prezzo, i suoi caduti, le troppe vittime civili, l’alienazione di parte del popolo afghano, l’esodo dei terroristi nei Paesi suddetti. Di chi è la responsabilità? «Dell’amministrazione Bush, che inizialmente ha rifiutato l’aiuto della Nato, che non è andata a fondo del conflitto, che non ha catturato Bin Laden, che ha sguarnito il Paese per combattere in Iraq, che più tardi ha sbagliato strategia, e che ha consegnato all’amministrazione Obama una eredità insostenibile».

Se pensiamo che l’Afghanistan poteva diventare un esempio di pacifica coesistenza tra forze diverse per l’Asia centrale e per il mondo dell’Islam, dice Walzer, ci rendiamo conto dei nostri errori. «Oggi è un focolaio di tensione attorno a cui giostrano il Pakistan e l’Iran, e che nel migliore dei casi si spezzetterà in varie parti, alcune sotto i talebani, altre sotto i signori della guerra, altre ancora sotto i signori dell’oppio, con isole di relativa e instabile democrazia nelle metropoli. Anche se riprenderanno i negoziati tra il governo Karzai e i talebani la situazione non migliorerà». A breve termine l’Afghanistan può evitare una guerra civile ma è condannato a gravi sbandamenti.

Il filoso politico rifiuta tuttavia il paragone con il Vietnam. «Quando lo abbandonammo, una precipitosa ritirata, il Vietnam divenne una dittatura, un monolite comunista. Questa volta invece il disimpegno sarà graduale, e non penso che si ristabilirà un feroce regime talebano». Ma l’America avrà lo stesso obbligo morale che ebbe in Vietnam: «Dovrà portare con sé gli afghani che hanno lavorato con noi all’edificazione di una società civile per evitare che divengano oggetto di sanguinose rappresaglie, gli insegnanti, i sindacalisti, le femministe». E insieme con l’intera comunità internazionale dovrà adoprarsi per risollevare economicamente il Paese e per impedire che destabilizzi il continente. La diplomazia dovrà valersi delle potenze regionali e della Russia e della Cina, «che hanno interesse a controllare l’Asia centrale».

Secondo Michael Walzer, l’uscita dell’America dall’Afghanistan non danneggerà Obama alle elezioni. «La exit strategy del presidente è sostenuta dalla maggioranza degli elettori e Obama ha segnato un grosso punto a proprio favore con l’uccisione di Bin Laden».

Le vicende afghane secondo Walzer non incideranno molto sulla lotta al terrorismo. «Non si può abbassare la guardia, perché è meno coordinato ma più diffuso di prima, e non ha soltanto l’America e l’Europa come bersaglio, ma anche l’India e altri Paesi. Bin Laden è morto ma il terrorismo è vivo». Il bilancio di questa lotta è però più positivo di quello della guerra dell’Afghanistan: «Il terrorismo sta ripiegando, ha perso molti leader. Obama è più efficace di quanto sia stato Bush, si serve di più delle nostre alleanze e delle nostre tecnologie e non ha la distrazione della guerra dell’Iraq».

L’Afghanistan ha segnato l’inizio del declino americano? Walzer ritiene di no. «Ci ha insegnato che non possiamo essere il gendarme del mondo, che non possiamo svolgere più missioni di pace simultaneamente, come chiamiamo anche le nostre guerre. Dobbiamo imparare a usare di più il nostro soft power, la politica, la diplomazia, la cultura, e di meno le armi. La Cina c’incalza da vicino, ma per ora restiamo l’unica superpotenza. Una superpotenza, tuttavia, che deve risanarsi socialmente ed economicamente se vuole mantenere la leadership mondiale».