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 2011  ottobre 07 Venerdì calendario

ROMA —

Come nella migliore tradizione, nel Pd ufficialmente negano tutti divisioni e difficoltà. Ma è dalla riunione di direzione del 3 ottobre scorso che qualcosa è cambiato. E che la maggioranza su cui poteva fare affidamento Bersani si è andata assottigliando. Enrico Letta si è sfilato in nome della linea dettata dalla Bce. Franceschini ha marcato le distanze sul referendum e sugli scenari futuri: lui è favorevole a un governo di transizione, il leader continua a dire che quello «non è il progetto del Pd».

Non è un caso, dunque, che Letta e Franceschini abbiano deciso di partecipare all’assemblea nazionale dei Modem, che si terrà a Roma lunedì prossimo. Su Bce ed esecutivo d’emergenza Veltroni, Fioroni e Gentiloni — i tre «big» della minoranza interna — la pensano esattamente come il vicesegretario e il capogruppo.

I movimenti dentro il suo partito non sfuggono a Bersani. Del resto, Veltroni non ha fatto niente per nascondere il suo pranzo, martedì, con Franceschini, né i suoi frequenti «pour parler» con Letta. Com’era sotto gli occhi di tutti la battaglia dell’altro giorno all’Anci, dove il candidato ufficiale del segretario, Michele Emiliano, è stato impallinato dai sindaci delle due regioni rosse per eccellenza. Ossia l’Emilia Romagna (che, peraltro, è la «patria» di Bersani) e la Toscana.

Con il segretario, in questo momento, c’è solo la maggioranza dura e pura composta da bersaniani e dalemiani. E neanche da tutti, perché i quarantenni mostrano una certa inquietudine. Ma anche se in questa fase Bersani può contare su numeri risicati, e se mai come in questi giorni appare in difficoltà, le porte per lui sono tutt’altro che chiuse. Ci sono due elementi che giocano in suo favore.

Innanzitutto il tempo. Per mandare in porto l’operazione che hanno in mente, infatti, i leader della minoranza interna hanno bisogno di arrivare alle elezioni nel 2013. Altrimenti, come ha ammesso Fioroni, «salta tutto». E quel che dovrebbe saltare è il tentativo sia di evitare un’alleanza stretta con Idv e Sel che di sostituire a Bersani un altro candidato premier. Il nome su cui si punta è quello di Matteo Renzi. Veltroni, infatti, non nutre più mire su quel ruolo. Piuttosto, vuole ritagliarsi uno spazio da «king maker». Anche Rosy Bindi, del resto, un’altra che punta a candidarsi come premier, ha bisogno di un orizzonte che non si fermi al 2012. Ma il tempo rischia di essere ben più esiguo. Il governo di transizione, infatti, sembra un’ipotesi più che mai tramontata: se cade Berlusconi, ci sono solo le elezioni. Così è stato interpretato al Pd il riferimento di Napolitano a Pella: il suo governo è stato quanto di più lontano dall’esecutivo di transizione guidato da Mario Monti di cui si è parlato ultimamente. E con il voto a breve termine il segretario diventa il candidato premier più probabile, benché Gentiloni continui a dire che «non è detto che sia Bersani nemmeno nel 2012».

L’altro elemento in favore del segretario è costituito dalla sponda dell’Udc: anche Pier Ferdinando Casini preferisce le elezioni anticipate. All’indomani del voto, infatti, il leader centrista diventerebbe determinante, con un esecutivo di transizione, invece, perderebbe quasi ogni margine di manovra. E Bersani ha già detto che in caso di vittoria elettorale, dopo chiederebbe comunque la «collaborazione con l’Udc». Il cui gran capo, potrebbe ottenere in cambio il Quirinale.