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 2011  ottobre 06 Giovedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 208 - IN MARCIA SU NAPOLI

Garibaldi ha conquistato tutta la Sicilia, sta per passare sul continente e Cavour non sa che fare.

Nigra gli consigliò di riunire la Camera e far approvare: a) il plebiscito per l’annessione della Sicilia; b) Parlamento e libere elezioni a Napoli. Cavour spiegò che la cosa era di suo gusto, ma non si poteva fare, non era ancora possibile mettersi pubblicamente contro Garibaldi. Anche i contrasti col re: pochissimi ne erano a conoscenza. Aveva sempre coperto Vittorio Emanuele, avrebbe coperto finché fosse stato possibile Garibaldi.

«Caro Nigra, io ve lo dichiaro senza enfasi, io preferisco perdere tutta la mia popolarità, la mia reputazione, ma vedere l’Italia compiuta. Per fare l’Italia, adesso come adesso, non bisogna mettersi né contro Vittorio Emanuele né contro Garibaldi.

«Garibaldi ha un grande ascendente morale, gode di un enorme prestigio non solo in Italia, ma soprattutto in Europa. Secondo me avete torto nel dire che noi ci troviamo tra Garibaldi e l’Europa. Se io mi mettessi a lottare con Garibaldi, avrei dalla mia, probabilmete, i vecchi diplomatici.

«Ma l’opinione pubblica europea mi sarebbe contraria e l’opinione pubblica avrebbe ragione, perché Garibaldi ha reso all’Italia i più grandi servizi che un uomo potesse renderle. Ha dato agli italiani fiducia in se stessi, ha provato all’Europa che gli italiani sanno battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistare la loro patria. Noi non potremmo entrare in lizza con Garibaldi che in due casi: «1˚ Se volesse trascinarci a una guerra con la Francia; «2˚ Se rinnegasse il suo programma proclamando un sistema politico diverso dalla monarchia con Vittorio Emanuele. Finché resta fedele alla bandiera, bisogna marciare d’accordo con lui».

Il programma di Garibaldi “Italia e Vittorio Emanuele”.

Appunto. Il conte stava pensando di far scoppiare una rivoluzione a Napoli. Una rivoluzione moderata. Dopo, si sarebbe proclamata l’annessione al Piemonte. Bisognava anticipare Garibaldi. Bisognava ritardare il passaggio sul continente delle camicie rosse. Cavour si rivolse al re. Vittorio Emanuele acconsentì a scrivere una lettera al generale per fermarlo.

« ...Per cessare la guerra fra Italiani e Italiani io la consiglio a rinunziare all’idea di passare colla sua valorosa truppa sul continente Napoletano, purché il Re di Napoli si impegni a sgombrare tutta l’isola e lasciar liberi i Siciliani di deliberare e disporre delle loro sorti ...».

Ma, insieme a questo, allegò un altro biglietto.

« Ora, dopo avere scritto da re, V.E. le suggerisce di rispondere presso a poco in questo senso. Dire che il Generale è pieno di devozione e riverenza pel Re, che vorrebbe poter seguire i suoi consigli ma che i suoi doveri verso l’Italia non li permettono di impegnarsi a non soccorrere i napoletani quando questi facessero appello al suo braccio per liberarli da un Governo nel quale gli uomini leali ed i buoni italiani non possono avere fiducia. Non potere dunque aderire ai desideri del Re volendosi riservare tutta la sua libertà d’azione ».

Ah, un doppio gioco. Alle spalle di Cavour.

Di questo doppio gioco era informata un mucchio di gente e molto presto dovette saperlo anche Cavour. In ogni caso, non creda che il comportamento di Vittorio Emanuele fosse così solidale con Garibaldi come si voleva far credere. A guardar bene, tra maggio e settembre, aveva sostenuto tutte le decisioni del ministero, pur fingendo complicità col Generale (gli scriveva: Cavour « è assai ligio alla diplomazia », è necessario « non fidarsi che di me e di nessun altro », ecc.).

Il doppio gioco del re consisteva in questo: sostenere il ministero senza darlo a vedere, perché i repubblicani che circondavano Garibaldi gli facevano paura. Nello stesso tempo coltivare in Garibaldi l’odio per Cavour, molto utile nella battaglia personale del sovrano contro il conte.

Garibaldi non s’accorgeva di niente?

La fiducia di Garibaldi in Vittorio Emanuele II era incrollabile. Teneva tra l’altro segreti i suoi discorsi col re, sicché gli amici più avvertiti non avevano modo di mostrargli le ambiguità del sovrano, di cui s’erano comunque accorti, Pianciani un giorno sostenne che il re aveva « disertata la causa comune ».

Garibaldi aveva poi una «speciale soggezione», come scrisse Romeo, per i capi di stato, nei confronti dei quali il suo atteggiamento «si alimentava di un impasto di semplicità e di vanità personale».

Quindi il Generale alla fine passò lo Stretto.

In tre giorni, fra il 18 e il 21 agosto. Dopo la presa dei forti di Altamura, Torre Cavallo e Scilla l’esercito borbonico si sfasciò, fino al punto che il generale Ghio, che stava a Soveria Mannelli, consegnò senza colpo ferire i suoi diecimila uomini. Allora cominciò l’ultima parte dell’avanzata, quella verso Napoli.

Fu tumultuosa, rapida. E, s’intende, in questa manovra c’era stata la solita grande abilità del Generale, ma anche fellonia borbonica, corruzione e tradimento del povero Francesco II, che non poteva credere a quanto stava facendo il cosiddetto don Peppino.