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 2011  ottobre 06 Giovedì calendario

Una volta - solo quindici anni fa - a Barletta e dintorni nel tessile-calzaturiero lavoravano almeno 10 mila persone

Una volta - solo quindici anni fa - a Barletta e dintorni nel tessile-calzaturiero lavoravano almeno 10 mila persone. Aziende con alti e bassi, ma medio-grandi; che pagavano stipendi regolari. Adesso, nel 2011, se va bene nelle poche ditte che non hanno chiuso i battenti ci saranno un migliaio di lavoratrici. Altre mille sono impiegate nelle aziende «irregolari-regolari», quelle che magari pagano in ritardo o tagliano di un terzo la busta paga. E poi, c’è il mondo dei sottoscala e degli scantinati, imprese che non esistono per la legge. «Saranno cinquanta in città, forse di più - spiega Luigi Antonucci, segretario della Cgil della provincia -, le scopriamo per puro caso, magari passando davanti a una porta da cui escono dei rumori. Strutture improvvisate, malsane, pericolose. Dove non riusciamo ad entrare». Oggi l’Istat stima circa tre milioni di lavoratori irregolari. «Ma il fenomeno dei laboratori clandestini - chiarisce Clemente Tartaglione, economista del centro studi Ares 2.0 - è relativamente limitato e marginale. Il grosso del lavoro irregolare, dove non si rispettano regole, leggi e contratti, oggi è nei servizi. Ed è praticamente scomparso dall’industria manifatturiera. Con un’eccezione». L’eccezione è il tessile. Su circa 500 mila addetti, si stimano in circa 60 mila quelli non in regola. Una realtà che ha molte cause: ci sono addirittura 80 mila imprese, con il 30% degli occupati concentrati in ditte con meno di dieci dipendenti. Il tessile è particolarmente esposto alla congiuntura e alla concorrenza internazionale; è in «ristrutturazione permanente». Soprattutto, è un settore in gravissima crisi: negli ultimi tre anni sono stati espulsi ben 140 mila dipendenti, il 20% dell’occupazione totale. Spesso lavoratrici di una certa età, che non trovano - specie al Sud - alternative all’impiego in laboratori clandestini. Diffusissimi, oltre che in Puglia, in Campania, da Napoli all’hinterland al Vesuviano fino a Salerno. Nel Centro-Nord del paese, dove le imprese sono più solide e le produzioni di migliore qualità, il tessile clandestino è quasi sempre faccenda che chiama in causa i cinesi. Il caso principe è quello di Prato, dove alla Camera di Commercio sono registrate addirittura 3000 aziende (molte resistono pochi mesi, subito altre ne sorgono) con proprietari cinesi che danno lavoro a circa 30-40 mila connazionali. Numeri certi non ce ne sono. L’iscrizione alla Camera di Commercio è l’unico elemento «regolare»: non si pagano tasse di nessun tipo né contributi, e si lavora in condizioni bestiali. Il 5 aprile a Prato sono stati scoperti due cadaveri di operai, morti a causa di stimolanti assunti per poter reggere turni anche di 16 ore di lavoro continuo. Laboratori lager, in cui si dorme al termine della giornata su materassi luridi. La paga? «O a cottimo, ad esempio 1,86 euro per ogni pantalone racconta Giovanni Piras, operatore sindacale della FilctemCgil - oppure un “fisso” mensile di 800 euro più vitto e “alloggio”, con la garanzia di prenderlo anche quando non c’è lavoro. Ma l’obbligo di andare ad oltranza quando c’è da completare una commessa. Migliaia di capi in un weekend». Ovviamente, italiani sono i proprietari dei capannoni, i consulenti, e i compratori dei prodotti. A Prato i cinesi controllano il segmento meno pregiato della filiera dell’abbigliamento; a Ferrara, invece, cominciano a produrre direttamente anche per i grandi marchi del sistema moda, dice Marco Corazzari, segretario della Filctem locale. «Accade sempre più spesso - afferma - che le piccole aziende italiane che facevano queste lavorazioni vengano bypassate a favore delle ditte cinesi, che offrono prezzi irrisori e irraggiungibili». Anche per questo i piccoli laboratori di una volta sono quasi tutti chiusi: «In quelli sopravvissuti ci sono 400 lavoratrici, ma tutte in cassa integrazione in deroga». Le grandi firme nazionali hanno responsabilità? «Non c’è dubbio che se c’è un’offerta c’è anche una domanda - replica Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia di Confindustria - ma di fronte a disgrazie come quella di Barletta dobbiamo sapere che ci siamo dentro tutti». Per Tronconi, tra i tanti «peccati di omissione» c’è una disattenzione generale al manifatturiero e ai suoi problemi. E per uscirne, è molto più utile pensare «a una fiscalità diversa, che pesi meno sull’impresa e sul lavoro», piuttosto che a nuovi giri di vite «con sanzioni esagerate e poi non rispettate». Valeria Fedeli, leader storica dei tessili Cgil, ammonisce: «Non possiamo pensare a rincorrere la Cina sui costi, e accettare “qualunque” lavoro, anche quello dei sottoscala». «Fa male al cuore vedere quello che è accaduto a Barletta - dice amareggiato Luigi Rossi, presidente di Federmoda Cna -, dobbiamo metterci in testa che serve una cultura della legalità. Anche noi imprenditori dobbiamo capire che non si va da nessuna parte con la logica del ribasso a prescindere. Abbiamo leggi buone, allora applichiamole con controlli severissimi. E inaspriamo le sanzioni».