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 2011  ottobre 05 Mercoledì calendario

PRIVILEGI E IMMUNITÀ I DEPUTATI SON NATI COSÌ


Ah, la politica, eterna spirale di cicli, ricicli e riciclati. «Ero un girandolone della Camera. Impresi il mio lavoro per distrarmi dalle noie delle sedute. Il mestiere di deputato, a farlo con coscienza, è un mestiere a rendere cheto l’uomo lo più svegliato, a capo di tre anni!»... Così, tra sbuffi da flaneur e nobili propositi, il primo cronista-parlamentare italiano, Ferdinando Petruccelli della Gattina, penetrato il 18 febbraio 1861 nei meandri del torinese Palazzo Carignano, Montecitorio del nuovo Regno d’Italia, viene invaso dall’ansia del reportagista. E prende a descrivere la nuova classe politica italiana. Una “Casta” agli albori della vita pubblica, che rispetto a quella odierna cambia solo nomi e facce. I suoi resoconti al fulmicotone titolati I moribondi del palazzo Carignano, finora inediti, escono per Mursia (pp. 156, euro 15) a cura di Beppe Benvenuto. L’operella è deliziosa, cadenzata con stile satirico. Benvenuto cita i salotti e i matrimoni dell’Adalgisa di Gadda, ma siamo più dalle parti di Rizzo & Stella che hanno letto Mark Twain o di Soldi rubati di Nunzia Penelope; e vi si ritrova tutta la cifra stilistica della politica. Una brutta cifra.
Sostiene Petruccelli: «Il Parlamento italiano componesi di 443 membri: ciò che su una popolazione di 23 milioni di abitanti dà quasi un deputato per sessantamila anime. Su questi 438 vi sono: 2 principi; 3 duchi: 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci; 117 cavalieri di cui 3 della Legion d’Onore; 52 professori ex professori o dantisti come tali; 13 colonnelli: 19 ex-ministri; 5 consiglieri di Stato; 4 letterati; un bey dell’Impero ottomano, il signor Paternostro; 2 prodittatori; 2 dittatori; 7 dimissionari; 6 o 7 milionari; 5 morti che non contano più, ben inteso; 25 nobili senza specifico di titolo; e Verdi! Il maestro Verdi. Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento democratico! Vi è di tutto, il popolo eccetto». Il popolo, appunto.
Petruccelli, franco-lucano, pur essendo un barone ricercato per anti-bonapartismo e inviato nella terza Guerra d’Indipendenza per le Journal des débats e molto altro («Il solo repubblicano della Camera che non ha idolo – né Mazzini, né Cavour né Garibaldi»), era un uomo di sinistra, qualunque cosa fosse la sinistra. E nei suoi viaggi registrava i dialoghi del popolo contro i propri rappresentanti: «Voi andate ai balli di corte. Voi viaggiate gratuitamente. Voi non pagate spesa di posta. Voi non potere esser giudicati per tutto il tempo che dura la sessione. Voi potete far dei debiti, si fa un credito a un deputato!».
Ed ecco avanzare le trappole di cortesia e perfidia degli iter legislativi; e «le ballerine del Teatro Regio ghiotte di deputati. Voi potete persino accomodarvi a un ricco matrimonio, facendo valere la possibilità d’essere un giorno ministro, o di godere del favore di un ministro. In una parola siete una forza, un favorito, una gloria!». In pratica Tarantini e Lavitola. Petruccelli fotografa il Parlamento più come «completa riunione d’idioti» che come una «Navicella». Minghetti, ministro dell’Interno, farà strada, è un proto-Udc, «è largamente liberale, egli è tutto con tutti... cattolico a doppia fodera». Il mitico generale Della Rovere fa l’addetto alla redenzione della Patria; il ministro dei Lavori pubblici Peruzzi canna le privatizzazioni, specie quella della rete ferroviaria; Cassinis, il Guardasigilli, è avvocato amabile, sorride sempre, ma non ha potere, ricorda l’Alfano di qualche mese fa. Tra i veterani c’è anche il voltagabbana stile Scilipoti, Paternostro, deputato siculo passato dalle destra alla sinistra.
Tra gli emergenti Francesco Crispi «brilla per sé e non riflette né Garibaldi né Mazzini...»; Bettino Ricasoli è pugno di ferro senza iniziativa; Francesco De Sanctis «sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era preso per dare nella Camera un individuo di Napoli»; Urbano Rattazzi, presidente della Camera, è calmo «atleta delle discussione» come Gianfranco Fini ed è contrapposto a Cavour. E di Cavour, primo ministro della destra, Petrucelli è affascinato, nonostante la pochezza dei suoi “colonnelli” (straordinaria attinenza col Pdl d’oggi).
Di Cavour apprezza la conoscenza degli uomini, l’abilità in politica estera («La sua forza non è nei principi; egli non ne ha alcuno di inesorabilmente determinato»), e la conoscenza degli affari: idee larghe e liberali, per niente complicate. Cavour è l’ipnotizzatore, il Mesmer della politica, dopo di lui il diluvio. Sicuramente meglio dei leader della sinistra, «esercito senza soldati», votata alla diaspora; il cui vero leader, Garibaldi, è spesso «non presente», e, oltre ad avere «una capacità parlamentare molto discutibile», «non è uomo da imporre la disciplina »; e il pensiero corre a Bersani. Eppoi ecco la descrizione del “terzo partito” (o “terzo polo”) di Depretis: «Una frazione della sinistra, frazionato in quattro gradazioni di colore diverso», che vuole «tenersi pronto a tutti gli avvenimenti». Casini era in mente Dei...

Francesco Specchia