Gilles Kepel, la Repubblica 6/10/2011, 6 ottobre 2011
L´Islam come rivendicazione sociale, religiosa e politica: nel 1985 fu il tema di una prima inchiesta, Les banlieues de l´Islam
L´Islam come rivendicazione sociale, religiosa e politica: nel 1985 fu il tema di una prima inchiesta, Les banlieues de l´Islam. Un quarto di secolo dopo, la situazione è molto cambiata e per questo abbiamo voluto indagare a Clichy-sous-Bois e Montfermeil, epicentro delle sommosse dell´autunno 2005. L´estrema ghettizzazione di questa borgata, il sentimento di relegazione che domina fra i suoi abitanti ha avuto come effetto di compensazione, in un certo modo, l´affermarsi di un´identità religiosa più forte. I valori religiosi sono un vettore di coesione sociale, nell´Islam come nel cristianesimo o il giudaismo. Ma quando si ha l´impressione che le istituzioni siano inadempienti, quando manca il lavoro, la dimensione religiosa tende a sostituirsi alle istituzioni, ma questo è anche un modo per chiedere di essere integrati nella società. I protagonisti della nostra inchiesta sono diversi da quelli del 1985. Allora si trattava di lavoratori immigrati, che in grande maggioranza non erano francesi, e di confessione musulmana. Oggi, in gran parte dei casi, hanno lasciato il posto a una giovane generazione, nata qui, di nazionalità francese: non è più l´Islam in Francia, ma l´Islam della Francia. Questo fenomeno si è sviluppato mentre al tempo stesso si osservava una progressione notevole della disoccupazione e la crescente difficoltà della scuola a educare questi giovani per consentire loro di avere accesso ai nuovi impieghi, in particolare nel terziario. La deficienza dell´istruzione ha messo in difficoltà la logica dell´integrazione, non solo sociale ma anche culturale. In questo contesto che si sono prodotti gli avvenimenti dell´autunno 2005, le sommosse scoppiate a Clichy e Montfermeil. Esplose nonostante ci fosse stato un importante coinvolgimento dello Stato nelle borgate popolari, contrariamente a quel che si è potuto vedere in Gran Bretagna, negli Stati Uniti o altrove, in particolare grazie alla politica di rinnovamento urbano, che consisteva a distruggere gli enormi edifici vetusti per rimpiazzarli con costruzioni più moderne e piacevoli. Ciò nonostante, il problema è adesso quello di entrare in una nuova fase, passare, dal rinnovamento dell´habitat al rinnovamento sociale e culturale. La principale posta in gioco è l´istruzione, che deve permettere l´accesso all´occupazione. Non è solo una questione qualitativa, perché questa occupazione può anche consentire alla Francia di mantenere la sua competitività economica internazionale. Ma è anche la promessa di un´integrazione culturale migliore, che possa permettere anche a chi vede nell´Islam la propria identità di negoziarla nel quadro della Repubblica e dell´ordine repubblicano. Oggi, nei quartieri in cui la République e le sue istituzioni sono meno presenti c´è la tendenza ad avere, soprattutto nelle borgate più isolate, un´auto-organizzazione, modi di resistenza che si riferiscono sempre più alla cultura musulmana. Lo si vede con lo sviluppo dell´alimentazione halal, con i matrimoni contratti soprattutto all´interno della comunità, mentre il modello francese d´integrazione si è appoggiato molto, per esempio, sui matrimoni misti. E´ un fenomeno che riguarda soprattutto i quartieri isolati e non si ritrova allo stesso modo altrove, ma oggi è un fenomeno preoccupante. Tutto ciò per dire che le forme prese dallo sviluppo dell´Islam in Francia, assai diversificate, indicano le difficoltà incontrate dalle borgate popolari e le sfide che aspettano il prossimo presidente della Repubblica: la questione delle banlieue centrale per la coesione sociale, per il dinamismo e la prosperità della Francia di domani. Reintegrare le borgate popolari nel tessuto sociale è un obiettivo essenziale e Clichy-Montfeermeil è la Francia, non è qualcosa di nascosto dietro i muri anti-rumore delle autostrade, di cui non si parla mai o che è oggetto di strumentalizzazioni demagogiche. La situazione è invece molto diversa nei paesi che avevano una forte dimensione comunitaria, come la Gran Bretagna, l´Olanda, la Germania, dove si pensava che gli individui potessero vivere ripiegati su loro stessi e dove non c´è una cultura di integrazione o di assimilazione come quella francese. Le logiche multiculturali presenti in quei paesi sono state profondamente minate dallo sviluppo di movimenti terroristi islamici: gli attentati di Madrid nel 2004, quelli di Londra nel 2005, l´assassinio di Theo Van Gogh in Olanda e poi l´affare delle vignette in Danimarca. O tutto ciò ha suscitato una reazione contraria e quei paesi multiculturali sono forse oggi i più chiusi alla diversità sociale. La Francia non è mai stata multiculturale e mi sembra meglio attrezzata per affrontare una questione essenziale: rinnovare e rifondare una politica di integrazione sociale e culturale, basata sul postulato che chiunque arriva in Francia, si integra socialmente e culturalmente, è francese come chi è nato da sempre in questo paese. Si è francesi per cultura come si è greci per la palestra e il liceo. Credo sia qualcosa che non si è stati abbastanza capaci di mettere in opera nelle banlieue, ma che mi pare realizzabile. Nella nostra inchiesta colpisce una cosa: al di là dell´azione dello Stato, ci sono fenomeni di successo individuale che vengono da imprenditori di origine immigrata e che sono fra i migliori vettori dell´integrazione. La società è pronta, tutti i francesi, tranne forse in alcune zone rurali, sono abituati a vivere con persone di origine straniera, è una tradizione antica. Si tratta di sapere se le culture devono convivere in una logica antagonista o comunitaria oppure se nelle diverse tradizioni culturali quel che è comune deve prendere il sopravvento su quel che è diverso. è questa l´integrazione: occorre un´azione pubblica, ma ci vogliono anche campagne di sensibilizzazione, perché quel che abbiamo in comune abbia il sopravvento nel progetto sociale.