Giovanni Belardelli, Corriere della Sera 6/10/2011, 6 ottobre 2011
In termini di calorie disponibili siamo oggi secondi solo agli abitanti degli Stati Uniti. Ecco qual era invece — secondo uno studio dell’epoca — il pasto tipico di un contadino lombardo negli anni Sessanta dell’Ottocento: «Pane di granturco malcotto, umido e rancido, e minestra nella quale si ammanniscono le materie più scadenti quando non siano anche nocive»
In termini di calorie disponibili siamo oggi secondi solo agli abitanti degli Stati Uniti. Ecco qual era invece — secondo uno studio dell’epoca — il pasto tipico di un contadino lombardo negli anni Sessanta dell’Ottocento: «Pane di granturco malcotto, umido e rancido, e minestra nella quale si ammanniscono le materie più scadenti quando non siano anche nocive». Nel 1861 in Italia l’aspettativa media di vita era di poco inferiore ai trent’anni (analoga, dunque, a quella dei romani di duemila anni prima); oggi il nostro Paese, con un’aspettativa media arrivata (per chi è nato nel 2011) a 82 anni, viene al quarto posto nel mondo dopo Giappone, Svizzera e Australia. In 150 anni il reddito medio degli italiani è aumentato di tredici volte. Nello stesso periodo la loro altezza (per i maschi misurati alla visita di leva) è passata in media dai 163 centimetri dei nati nel 1861, ai quasi 175 dei nati nel 1981. Questi sono soltanto alcuni dei dati che si ricavano dalla mole imponente di informazioni contenute in una raccolta di saggi di grande interesse, curata da Giovanni Vecchi (che è anche coautore di ciascun contributo): In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi (Il Mulino, pp. 495, € 40). Naturalmente, l’interesse del volume non consiste soltanto nell’illustrare, spesso con serie statistiche costruite ex novo, l’enorme progresso compiuto dal Paese in un secolo e mezzo. Nello stesso periodo è l’intero mondo occidentale (e non solo) ad aver compiuto progressi enormi dal punto di vista della nutrizione, della tutela della salute, dell’istruzione, del reddito prodotto, eccetera. Dunque si tratta anche di valutare quanto, nel caso dell’Italia, ciò che è avvenuto in questi campi sia stato il frutto della maggior ricchezza del Paese in termini di Pil o delle politiche perseguite dai governi, o sia stato invece la conseguenza di fenomeni che andavano ben oltre i confini nazionali. Si prenda il caso della salute, uno dei campi nei quali il cammino compiuto dall’Italia in 150 anni è stato senz’altro maggiore. Nel 1881 la causa prevalente di morte era rappresentata dalle malattie infettive: una categoria che comprende anche patologie come vaiolo, difterite, malaria, tubercolosi, oggi quasi scomparse dal nostro Paese (nonostante l’episodio recente dei casi di tbc all’ospedale romano Gemelli). Gli autori mostrano come la sostanziale scomparsa della mortalità dovuta a questo tipo di malattie si verificasse prima degli anni del cosiddetto miracolo economico italiano, come fosse cioè indipendente dalla maggior ricchezza del Paese e fosse invece legata agli sviluppi generali della medicina e della farmacologia (questo è anche il motivo per cui nel mondo di oggi non vi è alcun Paese, neanche il più povero, che abbia una speranza di vita tanto bassa quanto quella dell’Italia del 1861). Secondo gli autori del libro la diffusione del benessere fu in alcuni campi troppo lenta rispetto a quanto si sarebbe potuto fare. Ci volle un intero secolo, ad esempio, perché l’alfabetizzazione raggiungesse il 90 per cento della popolazione adulta. Ed è stato lentissimo, anzi si è sostanzialmente risolto in un fallimento, il superamento delle disparità territoriali relative al Pil per abitante: una riduzione di queste disparità si sarebbe verificata solo nel decennio 1951-1971, l’unico periodo dunque che ha visto un provvisorio riavvicinamento tra Nord e Sud del Paese. Ma non sono le ombre, i limiti, le battute d’arresto (quale processo storico che giudichiamo complessivamente positivo può esserne mai privo?) a rappresentare il vero dato preoccupante per chi ripercorra oggi la lunga marcia degli italiani verso il benessere. Il dato più serio, gravido di conseguenze chissà per quanto tempo ancora, è quello relativo al costo effettivo che, a partire dagli anni Settanta, quel benessere è venuto ad avere. Alle tensioni sociali di quel decennio, notano gli autori dell’introduzione (lo stesso Vecchi, insieme a Nicola Rossi e Gianni Toniolo), «una guida politica debole e miope rispose dapprima con l’inflazione, poi con la spesa pubblica in disavanzo». Molto di ciò che da allora si è fatto, dalla sanità al sistema pensionistico, è stato pagato insomma attraverso la «soluzione facile» del ricorso al debito pubblico, scaricandone cioè il costo sulle generazioni future. È anche per questo che l’Italia di oggi, dopo un cammino sulla via del benessere per molti aspetti straordinario, si trova però ad avere un tasso di crescita di poco superiore allo zero.