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 2011  ottobre 04 Martedì calendario

E INVADEMMO LA LIBIA

Il primo colpo lo spara la corazzata Benedetto Brin, alle 3 e mezzo del pomeriggio del 3 ottobre 1911. Mira al molo del porto di Tripoli ed è il la delle operazioni militari che porteranno, due giorni più tardi, allo sbarco sul “bel suol d’amore” di un contingente di 1700 marinai al comando di Umberto Cagni.
Era da un bel po’ che da Roma si guardava con bramosia all’altra sponda del Mediterraneo. A fine Ottocento Italia e Francia sono divise da interessi contrastanti sul Nordafrica: Roma aspira alla Tunisia, dove vivono moltissimi italiani, ma Parigi è più lesta a impadronirsene e nel maggio 1881 vi stabilisce il protettorato. Lo “schiaffo di Tunisi” costa il posto al presidente del Consiglio di allora, Benedetto Cairoli, che si dimette. L’Italia comunque non rinuncia alle sue mire coloniali; l’occasione arriverà trent’anni più tardi, quando muoverà guerra all’Impero ottomano, di cui la Libia fa parte. Ecco perché ai primi dell’ottobre 1911 la squadra navale italiana si troverà a incrociare nelle acque di Tripoli e il 3 comincia a bombardarne i forti. Le truppe ottomane si erano già ritirate nell’oasi di ‘Ain Zara, a una decina di chilometri verso sud (proprio lì alcuni giorni più tardi, il 1° novembre, sarà effettuato il primo bombardamento aereo della storia, il tenente Giulio Gavotti scaglierà dal suo velivolo alcune bombe sulle truppe accampate. “Per la prima volta al mondo un aeroplano da guerra ha attaccato il nemico”, scriverà Luigi Barzini nel Corriere della Sera del 3 novembre. L’oasi sarà poi occupata il 4 dicembre).
MA TORNIAMO al bombardamento navale. Le unità italiane mettono fuori uso i forti e le poche artiglierie turche. Il 4 ottobre prende terra una pattuglia per verificare lo stato delle fortificazioni e il giorno successivo avviene lo sbarco vero e proprio. “Sullo spigolo più avanzato del castello dei pascià, dove la bandiera della mezzaluna era stata abbassata, si sollevava un tricolore smisurato, il suggello definitivo della presa della Tripolitania : l’irrevocabile si compiva. Ora abbiamo sposato questa provincia, essa è terra d’Italia, come il Piemonte, come la Sicilia, come Roma: fino all’ultimo centesimo e all’ultimo uomo dovremo sacrificare con fermo onore perché nessuno ce la riprenda più”, scrive Giuseppe Bevione nella sua lunghissima corrispondenza pubblicata nella Stampa alcuni giorni dopo gli avvenimenti, il 10 ottobre.
Le popolazioni locali, arabe, sembravano assistere con una certa indifferenza alla sconfitta dei loro dominatori turchi. “La grandi caserme nuove, che fiancheggiano la piazza, furono visitate da un ufficiale e trovate in ordine perfetto. Molti arabi stazionavano sulla piazza e osservavano le operazioni di sbarco. Nessuno fece manifestazioni ostili: al contrario tutti diedero ai marinai un benvenuto cordiale, e distribuirono strette di mano dicendo che amavano l’Italia ed erano contenti che gli italiani fossero venuti”, contiua Bevione. Nel periodo di vuoto compreso tra la partenza dei soldati turchi e l’arrivo degli italiani era successo quel che sempre succede in questi casi: il saccheggio, tanto che il console tedesco era andato a bordo delle navi italiane chiedendo di accelerare le operazioni di sbarco. “Gli arabi diedero il sacco al castello, ai posti di polizia, alle caserme, ai forti. Gli effetti di questo saccheggio sono spettacolari e si riassumono nel vuoto completo: in nessun ufficio governativo è rimasto uno spillo. Gli armadi, le sedie, le finestre, i letti, le biancherie, i tappeti, i vestiti, i candelabri, le porte, tutto fu portato via; anche i calamai e le penne furono rubate. Solo i libri, le carte e i registri furono lasciati, lacerati e sparsi sui pavimenti. Le tracce del saccheggio sono visibili ancora. Per le strade bambini laceri portano fieramente fez fiammanti troppo grandi per le loro teste, rubati nei depositi militari; straccioni neri appaiono per la prima volta alla luce in bei vestiti nuovi di tela: sono le uniformi estive della fanteria, che si vendono in piazza per pochi soldi, gente che andò sempre scalza ha messo per la prima volta le scarpe, belle scarpe chiodate da truppa”.
LE COMUNICAZIONI a inizio Novecento erano lente e il giornale pubblicava i dispacci inviati dalla Libia alcuni giorni prima, talvolta senza rispettare un preciso ordine cronologico, semplicemente mandandoli in tipografia a mano a mano che arrivavano.
L’ammiraglio comandante, Paolo Thaon di Revel, era sembrato prendersela con calma, anche perché i forti ottomani non disponevano di cannoni potenti come quelli delle navi italiane. Naturalmente è tutto un sottolineare che gli italiani non vogliono colpire le case e le moschee, ma solo gli edifici governativi, e non intendono mietere vittime tra la popolazione civile. Il che non impedirà di reprimere nel sangue un’insurrezione araba un paio di settimane dopo lo sbarco a Tripoli. In città viveva anche una numerosa colonia europea e, sempre il solerte console tedesco , si affretta a far conoscere agli italiani che “durante il bombardamento non è stato procurato alcun danno agli europei né alle proprietà degli europei”, come riferisce il New York Times. Il quotidiano americano scrive anche che “migliaia di razioni alimentari sono state distribuite ai cittadini affamati, molti dei quali hanno baciato le mani degli ufficiali italiani, invocando su di loro la benedizione di Allah”. Sempre la solita storia: i bianchi buoni vanno a portare la civiltà e il benessere ai poveri indigeni che non aspettano altro.