Claudio Strinati, la Repubblica 5/10/2011, 5 ottobre 2011
Alle Scuderie del Quirinale la mostra Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ´400 segna una tappa importante di una politica culturale nuova
Alle Scuderie del Quirinale la mostra Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del ´400 segna una tappa importante di una politica culturale nuova. L´idea è di dedicare gli spazi delle Scuderie alla riscoperta e riesame di una serie di eccellenze della nostra arte, oltre i miti consolidati e talvolta logori, per restituire una immagine più vera della immensa grandezza della tradizione figurativa italiana, dal Quattrocento ad oggi. Filippino Lippi e Botticelli sono dunque protagonisti di uno scavo sul Rinascimento, per portare alla luce della fama figure che, pur collocandosi di fatto ai vertici, non godono di quel rilievo che hanno ogni diritto a pretendere. Il caso è emblematico. Botticelli, infatti, è celebrato anche se non ancora così capillarmente conosciuto al di là di poche opere di universale fascino come la Primavera o la Nascita di Venere. Filippino, addirittura, rientra nel novero di coloro i quali, anche se noti, appaiono come sfuocati nella generale conoscenza. Infatti nella mostra, promossa dalle Scuderie del Quirinale in co-produzione con 24 ORE Cultura-Gruppo 24 Ore che pubblica il bellissimo catalogo, Filippino fa giustamente la parte del leone, grazie a prestiti e a restauri appositamente realizzati, straordinari e irripetibili. L´esposizione (che nasce dall´indirizzo culturale che il presidente Emmanule Emanuele ha voluto dare alle Scuderie ed è curata da Alessandro Cecchi, direttore della Galleria Palatina di Firenze), segue passo passo la storia di Filippino. Del Botticelli egli fu per breve tempo allievo e ne subì l´influsso, ma si era formato accanto al padre, Fra Filippo Lippi che lo aveva avuto da una relazione con la monaca Lucrezia Buti, risoltasi bene grazie al prestigio indiscusso di Filippo. Questi morì quando il figlio era ancora bambino, dopo averlo affidato al suo prediletto allievo Fra Diamante, di cui poco sappiamo. Comunque le doti, anche umane, di Filippino erano tali da garantirgli una posizione invidiabile nell´arte del suo tempo, da quel sommo disegnatore che era, degno del Botticelli stesso e di Leonardo da Vinci, di lui quasi coetaneo essendo Leonardo del 1452 e Filippino del 1457. E in mostra si vedono mirabili disegni di Filippino su carte colorate, capolavori assoluti di eleganza e acume, coerenti con il colto ambiente fecondato dal neoplatonismo di Marsilio Ficino, maestro di generazioni di umanisti. Si comprende come Filippino sia stato immerso in un clima culturale e spirituale ricco di innumerevoli e talora contraddittorie sollecitazioni, tra cui l´incandescente predicazione del frate ferrarese Gerolamo Savonarola, fiero avversario dei Medici e della stessa attività artistica da loro favorita. Filippino assorbì spunti decisivi da quel drammatico dibattito, muovendosi verso una audace apertura mentale, una inarrestabile liberazione della fantasia, una affermazione di esperienze nuove. Con la guida dei massimi studiosi, ognuno dei quali ha dato cospicui contributi al catalogo (soprattutto Alessandro Cecchi, Cristina Acidini, Jonathan K. Nelson, Patrizia Zambrano) comprendiamo i momenti cruciali di Filippino. La sua carriera dura poco più di trent´anni. Lo seguiamo agli esordi sotto la tutela paterna e la mostra, allestita con esemplare chiarezza e sobrietà, fa vedere una serie di importanti documenti d´archivio originali, tra cui la denuncia anonima della nascita illegittima di Filippino, il registro dei pagamenti degli affreschi nel Duomo di Spoleto cui il padre Filippo lavorava quando la morte lo colse nel 1469, e il registro della presenza di Filippino nella bottega botticelliana nel 1472. Ci facciamo, così, un´idea delle collaborazioni tra Botticelli e Filippino con alcune opere bellissime, tra cui le Storie di Ester, dipinte sia dall´uno sia dall´altro, tra cui spicca il sensazionale Mardocheo che piange, popolarmente chiamato "la derelitta" della Collezione Pallavicini in Roma concesso con generosità dalla nobile casata. E subito dopo si vedono opere in cui rifulgono lo spirito arguto, la mano scattante, la suprema raffinatezza di Filippino. Poi lo seguiamo quando entra nella cerchia di Lorenzo il Magnifico, mentre altre opere ci dimostrano il coevo sviluppo glorioso del Botticelli. Vediamo, tra i molti dipinti, la splendida Pala Magrini di Lucca in cui lo stile di Filippino è pienamente formato, alla data del 1481 ca. Massima, qui, è la soddisfazione di contemplare la grande pala dell´Apparizione della Vergine a San Bernardo dalla Badia Fiorentina, dove c´è la quintessenza di Filippino, manifestandovisi la sua impagabile finezza d´animo unita a un gusto misterioso dell´enigma e del mistero che circola nella sublime opera, dove la soavità della Vergine fa da contraltare a inquietanti figure demoniache che premono dall´oscurità e mutano bruscamente il registro espressivo inducendo l´osservatore a una prolungata ispezione visiva. Mentre notiamo la presenza in mostra di altri eletti comprimari del tempo, come Piero di Cosimo, arriva il momento cruciale della carriera di Filippino. Stava espletando l´incarico, delicato e ambito, di completare gli affreschi della cappella Brancacci al Carmine di Firenze dove avevano lavorato Masaccio e Masolino, quando riceve il compito di affrescare a Firenze la Cappella Strozzi in Santa Maria Novella e a Roma la Cappella Carafa alla Minerva. I due lavori si incrociano e lo accompagneranno, soprattutto il primo, fino quasi alla prematura scomparsa nel 1504. La mostra fa vedere disegni e studi per le due cappelle e presenta opere collaterali, ma non certo meno importanti, del periodo come la Pala Casali di Bologna e la Pala dell´Udienza di Prato. È una esplosione di potenza creativa e, nelle due superbe Cappelle, di inquietante proliferazione di immagini tratte, in pari misura, dall´Antichità e da esperienze reali, dalla sapienza teologica e dall´urgenza del sentimento. Apprendiamo come alcune opere siano andate perdute nel corso del tempo ma l´essenza di Filippino Lippi ci arriva integra e compiuta. ANTONIO PINELLI Maestro e allievo: un rapporto intenso e, spesso, anche problematico, come lo è quello tra padre e figlio. In passato, del resto, si veniva «allogati» nella bottega di un artista quando si era ancora fanciulli, con contratti che sancivano un passaggio, di fatto o di diritto, dall´autorità del padre naturale a quella di un padre-padrone, di cui spesso si assumeva anche il patronimico. Nella letteratura artistica del passato il fatto che il rapporto tra maestro e allievo prevalga su quello tra padre e figlio s´intreccia con un altro tema quanto mai dibattuto: se sia preferibile che un giovane segua gli insegnamenti di un solo maestro o se invece non sia meglio per lui guardare a una molteplicità di modelli. La controversia parte da due postulati in parziale conflitto tra loro: il primo è che il maestro conferisce al suo «creato» un´impronta tanto indelebile quanto inevitabile; il secondo è che ciascun artista deve mirare a conseguire una propria cifra stilistica: una «maniera» che lo renderà inconfondibile perché è una sorta di rivelatore identificativo, proprio come l´impronta digitale. Per conseguire questa identità, dunque, sarà meglio seguire le orme di un solo maestro, con il connesso rischio di restare intrappolati in una gabbia da cui è difficile evadere, o le orme di più d´uno, con il pericolo di rimanere paralizzati per incapacità di scelta? La rassegna odierna ci propone un artista, Filippino, la cui maniera individuale si confuse a lungo con quella del maestro Botticelli. Poi, però, una volta affrancatosi, l´allievo raggiunse una fama tale da minacciare quella del pur celebratissimo maestro. Seguendo il filo d´Arianna dei rapporti tra maestro e allievo, la mostra offre un vero e proprio groviglio di spunti. Proviamo a dipanarne qualcuno. Botticelli, ad esempio, fu sì maestro di Filippino, ma era stato a sua volta collaboratore del padre naturale di Filippino, fra Filippo Lippi, che ne utilizzò il già sviluppato talento negli affreschi del Duomo di Prato. È pertanto certo che Filippino, abbia incontrato già da fanciullo il suo futuro maestro sulle impalcature del duomo, ma è altrettanto certo che le diafane e svolazzanti vesti «all´antica» delle ancelle dipinte a Prato da fra Filippo determinarono un imprinting così indelebile in Botticelli da indirizzarne definitivamente la cifra stilistica, fremente di armoniose eleganze lineari. Quella stessa cifra che egli, a sua volta, trasmise al proprio talentuoso «creato» Filippino. E infine, come non accorgersi che in quel fitto intreccio genealogico di cui si è programmaticamente nutrita l´arte fiorentina, uno degli snodi più pregnanti è quando Filippino, ormai pittore affermato, fu chiamato dai frati del Carmine a completare la Cappella Brancacci? Quali sentimenti avranno mosso i pensieri di Filippino, nel dipingere in quel convento in cui il padre era stato rinchiuso a soli otto anni finendo per prendervi i voti? E quali risvolti psicologici ne avranno guidato il pennello, mentre completava quei rivoluzionari affreschi di Masaccio, che il padre aveva visto dipingere da ragazzo, traendone la certezza che la sua insopprimibile vocazione era quella del pittore?