Davide Paolini, Il Sole 24 Ore 3/10/2011, 3 ottobre 2011
AL CENTRO DELLE SORPRESE IN BOTTIGLIA DAL LAMBRUSCO AL TREBBIANO UN TOUR A PREZZI BASSI TRA I VIGNETI SIMBOLO DEL TERRITORIO
Nel Centro Italia ci sono vini che sono legati indissolubilmente all’immaginario collettivo di una particolare regione. Prendi l’Emilia Romagna: difficile pensare alla sua cucina senza automaticamente abbinarla a un Lambrusco. A Modena, ad esempio, nella Trattoria dell’artigliere, Cleto Chiarli ne produceva uno che commercializzava solamente all’interno del suo locale. Con il passare del tempo il suo vino fu sempre più apprezzato e fu così che si convinse a mettere su un’azienda vera e propria. Della linea Cleto Chiarli fa parte il Nivola, Lambrusco scuro. L’invitante spuma violacea nasconde un vino rosso rubino dai profumi vivaci e fruttati. Fresco al palato, non si può resistere alla tentazione di provarlo con un buon salame.
Recandosi nelle Terre matildiche se ne potrà degustare un altro, quello de Le Barbaterre, i cui vitigni sono irrigati solo dalla pioggia e trattati naturalmente seguendo le procedure della coltura biologica. Le Barbaterre vinificano utilizzando come strumenti solo temperature controllate e tempi lunghi. I vini non sono filtrati e vengono imbottigliati dopo un’adeguata maturazione e una lenta sedimentazione.
Sempre di impronta naturale è il Gutturnio Tournesol di Lusenti, il cui motto è «una cantina senza finzioni». Da loro il lavoro dell’uomo interviene il meno possibile sull’uva, in modo da non accelerare i processi naturali di trasformazione in vino. Come nella più tipica tradizione della Val Tidone, la Lusenti continua a vendere anche il vino in damigiana.
Altra regione che si vede unita simbolicamente a un vino è la Toscana, culla del Chianti Classico. Quello della Fattoria Sant’Appiano, situata nella valle dell’Elsa, è il Domenico Cappelli che profuma di viola e ha un sapore rotondo e sapido. Quello della Fattoria di Poggiopiano, a qualche chilometro da Firenze, proviene da agricoltura biologica e non è soggetto a operazioni di filtrazione eccessivamente stretta. Ma c’è anche chi con le migliori uve Sangiovese ha deciso di farci un Rosato, il Castello di Ama. È un vino la cui grande beva, tipica dei vini ottenuti da questo vitigno ben maturo, e l’eleganza dei profumi gli permettono di essere apprezzato fin dai primi mesi di bottiglia.
Nella più selvaggia Maremma ci si può imbattere in un gioiello enologico dalle grandi vetrate e dall’affascinante copertura a forma di vela progettato dalla designer Cini Boeri e dall’architetto Enrico Sartori: la Cantina Pieve Vecchia di Campagnatico. I suoi vini sono figli di un territorio affascinante e introverso, come quello della Doc Montecucco, una denominazione nata nel 1998, che qui porta il nome di Albatrello. Fresco al palato, fruttato e con una leggera nota di tannini è adatto a primi piatti di carne e con la brace.
Se si parla di vino in Lazio è d’obbligo farsi un giro ai Castelli Romani, il cui microclima favorevole e un territorio di origine vulcanica hanno permesso alla Colle Picchioni di creare prodotti dalla forte personalità. Il Marino Donna Paola è ottenuto dalla vinificazione di Malvasia Puntinata, Trebbiano e Semmilon e ha una profumazione fresca di mela.
Sempre nella zona dei Castelli, ma anche nella zona di Aprilia, opera l’azienda Donato Giangirolami che, con il suo Propizio (di buon auspicio), ci propone un Grechetto di Todi da agricoltura biologica.
In Abruzzo, terra stretta tra il mare e le montagne, la tradizione vitivinicola non è mai venuta meno, le sorprese a costi accessibili sono molte. Ne sanno qualcosa alla Cantina Tollo dove il clima è particolarmente favorevole e le montagne tengono le viti al riparo dai venti. Un ruolo d’eccezione lo ricoprono i vitigni autoctoni come Montepulciano, Pecorino e Trebbiano d’Abruzzo. Anche se io preferisco menzionare la Cococciola, un bianco, da vitigno omonimo, sapido, di buon equilibrio e finale ammandorlato. Anche a La Valentina, posta sulle colline di Pescara, la voglia di valorizzare le Doc abruzzesi ha preso il sopravvento. Da tale passione nasce un Trebbiano d’Abruzzo capace di prolungare sul palato piacevoli sensazioni mediterranee. Per concludere un salto nelle Marche, alla Collepaglia, per parlare di Verdicchio. Negli anni 50 Francesco Angelini, nonno dell’attuale proprietario dell’azienda, svolse un ruolo fondamentale nel successo di questo vino sui mercati internazionali. Il suo Classico superiore dei Castelli di Jesi è da assaporare con piatti a base di funghi e tartufi.
(ha collaborato Elena Maccone)