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 2011  settembre 28 Mercoledì calendario

Chiara Rapaccini, compagna per più di trent’anni di Mario Monicelli. Poco più che ventenne conobbe il regista nel 1975 a Firenze, dove si girava Amici miei: aveva quarant’anni più di lei ed era sposato

Chiara Rapaccini, compagna per più di trent’anni di Mario Monicelli. Poco più che ventenne conobbe il regista nel 1975 a Firenze, dove si girava Amici miei: aveva quarant’anni più di lei ed era sposato. Fu presa come comparsa e Monicelli sembrava preferirla tra gli altri: «A volte mi provocava. Diceva che guardandomi nella macchina da presa mentre facevo la passante in una scena, si era accorto che avevo lo sguardo stupido e che non avrei mai fatto l’attrice». Una sera, all’improvviso, Monicelli telefonò a casa sua per chiedere alla mamma il permesso di portarla a cena fuori: «Il cuore mi andò in gola e pregai la mamma di inventare una scusa. “Non puoi non andare” mi disse lei tutta agitata, “ricordati che è un signore d’età, non sarebbe educato, ci stiamo lavorando tutti e poi magari vuol parlarti di lavoro... ogni lasciata è persa, amore”». Alla fine accettò: «Il nostro amore bislacco cominciò quella sera in una Firenze gelida al primo quarto di luna. “Sembra il tuo sopracciglio sinistro” disse lui. Amore platonico, si intende, il resto venne molto dopo. Camminavamo di giorno al Forte Belvedere, sul Lungarno degli Acciaioli, in Costa Scarpuccia e si chiacchierava. Io gli davo del lei. Un giorno gli chiesi arrossendo e pentendomi all’istante: “Signor Monicelli, ma lei mi ama?”. “Sì” rispose lui pensieroso». Quando raccontò ai genitori di essersi fidanzata con lui, il papà la cacciò di casa: «In questa casa non c’è posto per le sgualdrine, Monicelli è un porco incosciente». Non volle più vederla per mesi: così lei partì per Parigi. «Uscivamo con Mastroianni, Ferreri, la Deneuve, come se fosse normale. Mi ricordo le corse in taxi sui boulevards a notte alta, inseguiti dai paparazzi. Io mi mettevo una gonna blu a pieghe di terital e una camicetta bianca, come a un saggio di scuola, per cenare nelle brasseries alla moda e nei locali di nouvelle cuisine a Beaubourg mentre, sedute accanto a me, le intellettuali parigine, le attrici e le registe in voga indossavano con la stessa disinvoltura abiti vintage del Marché aux puces e tubini di Lanvin». «Elle est adorable, n’est-ce pas?», diceva Mastroianni alla Deneuve, carezzandole una guancia «come fossi una bimba venuta dal Burundi». A Roma andarono a vivere in due appartamenti separati, uno sopra l’altro. La prima volta che cucinò per Monicelli fece pollo alla diavola schiacciato dai Leoni d’oro di Venezia, in mancanza di altri pesi. Appena lui entrò in cucina: «Lascia fare, usciamo a cena fuori, sentirti tramestare fra pentole e fornelli come una mogliettina mi fa malinconia».