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 2011  ottobre 03 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 205 - MACERIE DI SICILIA

Garibaldi è a Palermo e ha il titolo di dittatore. Suo braccio destro è Crispi, col titolo di pro-dittatore. Cavour ci mette lo zampino, mandando a Palermo il suo uomo, Giuseppe La Farina. La Farina si trovò circondato da un’ostilità formidabile. Garibaldi lo aveva inquadrato subito tra quelli che avevano votato per la cessione di Nizza. Cavour sbagliò a mandare La Farina, che oltre tutto odiava Crispi. La Farina aveva un baule pieno di manifesti contro Crispi. In ventiquattr’ore stavano sui muri di tutta Palermo. La guerra di Crispi contro La Farina e di La Farina contro Crispi era totale. Erano siciliani tutti e due.

Guerra intorno a che cosa? Specialmente intorno all’annessione. Cavour aveva istruito La Farina perché si procedesse al più presto al plebiscito e quindi all’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna. Garibaldi aveva spiegato subito che di annessioni non si sarebbe parlato che quando fosse arrivato a Roma. L’annessione avrebbe tolto l’isola dalle mani di Garibaldi e l’avrebbe messa in quelle di Cavour. I siciliani, che s’erano tanto battuti per liberarsi di Napoli, adesso erano pronti a mettersi sotto Torino? In Sicilia c’era un forte partito autonomista. Ma le autorità civili erano scomparse, disciolte o in fuga, la polizia non esisteva più, i tribunali nemmeno, il governo di Crispi, benché avesse un’aria giacobina, era debolissimo. Giravano quindi bande armate dedite al saccheggio e alle stragi, per fini propri malavitosi, questi briganti privi ormai di qualunque freno ammazzavano intere famiglie, saccheggiavano città e casolari. Palermo era autonomista, ma adesso chiedeva un qualunque governo che garantisse un minimo di sicurezza. E le proprietà. Bertani, che venne in Sicilia ad agosto, scrisse a Depretis: « Vogliono l’annessione per avere un governo regolare, dicono: “Coll’annessione avremmo un governo regolare che così non abbiamo” ». La Farina aveva dunque un certo buon gioco a tirare anche gli autonomisti dalla sua. La Farina era abbastanza antipatico, assai presuntuoso, ma non è che Crispi fosse affascinante.

In che senso? Sono quegli uomini pieni di se stessi, gli dèi di Tomasi di Lampedusa, gente che ha l’aria di saper sempre come andrà a finire. Però nella gara di simpatia Crispi era destinato a perdere perché era troppo democratico per i salotti palermitani, troppo povero. Lo sfottevano per via della moglie, la Rosalia Montmasson, una savoiarda dall’inconfondibile aspetto di serva. Le dame palermitane, al vederla, si davan di gomito. «Ma quand’è che madame Crispi inviterà?».

Un po’ razzisti però, no? La Farina rovesciò una valanga di accuse sul governo Crispi, come se fosse responsabile di tutti i mali della Sicilia e come se fosse vero che il Piemonte, appena fatta l’annessione, li avrebbe risolti. La Sicilia era davvero in sfacelo, tutto era crollato e il generale pensava solo alla guerra, si viveva tra macerie, ammazzamenti, picciotti che adesso si imboscavano per non essere arruolati, sciacallaggi, proprietari schioppettati. La leva obbligatoria imposta da Crispi s’era rivelata un’illusione. Non riuscirono ad arruolarne neanche il 2 per cento. La Farina scrisse a Cavour: « Più di un quarto della città è convertito in un mucchio di rovine: i conventi e le chiese di S. Caterina degli Angeli, della Martorana, e delle Grazie, i magnifici e splendidi palazzi Carini, De Riso ecc., l’intero quartiere di Porta di Castro, non sono più che sassi e cenere: in alcuni punti non v’è più traccia delle antiche vie; e da quelle macerie informi esala un puzzo cadaverico che ammorba. I cadaveri estratti fin’ora da quelle rovine sorpassano il numero di 600 ». Sulla situazione politica: « Garibaldi è amatissimo, e la riconoscenza del popolo siciliano per lui è immensa: ma non v’è alcuno che lo creda capace di governare lo Stato. Dopo 15 giorni i siciliani conoscono Garibaldi come se già lo avessero in pratica da quindici anni. Nessuno vorrebbe fargli cosa sgradita, ma nessuno è disposto a tollerare un governo ch’è la negazione di ogni governo. In un paese in cui è ignota la coscrizione, si pensava sul serio di fare una levata di 300.000 uomini, e ci vollero tutti gli sforzi di Orsini per ridurla a 40.000! Si decreta che da’ Consigli civici siano esclusi gli antichi impiegati regii, che in certi municipi sono i soli che sappiano leggere e scrivere. Si sminuzzano le provincie, che sono 7, creando governatori in tutti i distretti, che sono 25. Si fa governatore di Palermo un giovinetto di Mancilepre, che nessuno conosce. Si assegna per paga agli uomini delle bande 4 tarì al giorno, e agli officiali 3 tarì... Tra’ governanti il più sgradito è Crispi... ». Annunciava manifestazioni di municipi per l’annessione. In un’altra lettera sostenne che la nomina dei 24 governatori aveva sollevato una tempesta. « Quello di Aci ha dovuto dimettersi per non essere preso a sassate, quello di Alcamo è stato respinto, e Garibaldi dovette destituirlo; quello di Palermo non ha osato mettersi in possesso, e già si annuncia ch’è revocato. Oggi parte per Messina come governatore un tal Pancaldi, il quale dovrebbe fissare la sua residenza a Barcellona, e che probabilmente sarà ricevuto a fucilate... ».