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 2011  settembre 30 Venerdì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 202 - INCORONARE GARIBALDI?


Mentre Garibaldi stava in mezzo al mare e Cavour si prodigava per impedirgli d’attaccare il papa, il resto del mondo stava zitto?

No, da tutta Europa piovevano proteste. « Le prince Gortchakoff a stigmatisé avec moi... », « Un fatto della più selvaggia pirateria si è consumato da un’orda di briganti... », « Je viens apprendre avec plus de regrette que de surprise... ». Eccetera. I più indignati erano i russi. Che alla fine però volevano l’intervento della Francia. L’Austria non aveva ancora ristabilito le relazioni con Torino. Gli inglesi, sotto sotto... Purché l’eventuale conquista italiana della Sicilia, o magari del Sud, non fornisse alla Francia il pretesto per chiedere altri ingrandimenti. Palmerston e Russel non avevano mandato giù la storia di Nizza e Savoia. Cavour non credeva che, per il momento, la mossa di Garibaldi potesse sfociare in un conflitto generale.

Poteva magari esserci un attacco austriaco.

Gli austriaci avevano in Italia meno di 70 mila uomini. Troppo pochi. E comunque, nel momento in cui ci troviamo, era ancora tutto troppo incerto. Fino al 9 maggio, niente da segnalare. Il 10 Carignano fece sapere che Garibaldi aveva fatto sosta in Toscana e s’era fatto consegnare dal comandante militare di Orbetello armi e munizioni. Carignano voleva sapere se il comandante di Orbetello fosse da processare o no. Cavour rispose che non sottraessero il predetto all’applicazione rigorosa della legge militare. Sei ore dopo Carignano mandò altre notizie. Garibaldi era passato per Santo Stefano, aveva imbarcato carbone, era ripartito alle tre del pomeriggio, rotta est, aveva sbarcato a Talamone 200 volontari che avevano puntato subito su Marciano, al confine con lo Stato pontificio. «Ecco! Ecco! Nord e Sud!». Ricasoli, con un altro dispaccio, precisò: i volontari erano ottanta e li guidava Zambianchi, il socialista. Cavour ordinò che si piazzasse un reggimento ad Arezzo, un altro a Siena, un altro ancora a Orbetello. Bisognava controllare il confine del papa. Spostò Albini a Porto Santo Stefano, casomai avessero tentato un nuovo sbarco. A Genova facevano ronde continue per prevenire altre partenze. Gli chiesero se, avvistando i due vapori in alto mare, avrebbero dovuto prenderli. «No, solo se entrano in un porto».

Perché no?

Ma allora lei non si rende conto della popolarità del generale. Arrestarlo avrebbe significato mettersi contro il movimento nazionale, perdere ogni credibilità di fronte ai patrioti e anche di fronte all’opinione pubblica mondiale. Glielo dico con le parole di Cavour (è una lettera del 16 maggio): « Che Garibaldi faccia guerra al Re di Napoli, non si può impedire. Sarà un bene, sarà un male, ma era inevitabile. Garibaldi trattenuto violentemente sarebbe diventato pericoloso all’interno. E noi? Il secondarlo apertamente non si può, il comprimere gli sforzi individuali in suo favore nemmeno. Abbiamo deciso di [...] non impedire l’invio di armi e munizioni, purché si eseguiscano con una certa prudenza. Non disconosco tutti gli inconvenienti della linea mal definita che seguiamo, ma pure non saprei segnalarne un’altra che non ne presenti dei più gravi e pericolosi ». Anche Talleyrand, l’uomo di Napoleone a Torino, dopo aver presentato la sua nota di protesta, aveva spiegato al Quai d’Orsay che Cavour non avrebbe mai potuto fermare il generale. Se l’avesse fatto sarebbe scoppiata la rivoluzione. Bisognava trovarsi a Genova in quei giorni per capire.

Pensandoci meglio, che problema c’era invece a lasciar andare Garibaldi per la sua strada, limitandosi solo a far finta di niente? Il generale marciava al grido «Italia e Vittorio Emanuele», quindi avrebbe consegnato il Sud alla monarchia. Dov’era il problema?

Beh, c’è un’altra lettera di Cavour che glielo spiega, scritta all’inizio di agosto quando Garibaldi stava per passare sul continente e il conte tempestava Persano perché glielo impedisse. «Se Garibaldi passa sul continente e s’impadronisce del Regno di Napoli e della sua capitale come ha fatto della Sicilia e di Palermo, diventa padrone assoluto della situazione. Il Re Vittorio Emanuele perderà quasi tutto il suo prestigio. Agli occhi della maggioranza degli italiani egli non sarà che l’amico di Garibaldi. Conserverà probabilmente la corona, ma questa corona brillerà solo grazie al riflesso della luce emanata da un eroico avventuriero. Garibaldi non proclamerà la repubblica una volta giunto a Napoli. Ma, disponendo delle risorse di un reame di nove milioni d’abitanti, circondato da un prestigio popolare irresistibile... noi non potremo lottare con lui. Sarà più forte di noi. Il re non potrà tenere in capo la sua corona se non grazie a lui: ma questa corona vacillerà assai sulla sua testa». C’è poi un altro punto.

Quale?

Il Sud sarebbe diventato italiano non grazie ai moderati di Cavour - in gloria fino a quel momento - ma attraverso la resurrezione del popolo, il movimento democratico, i mazziniani. In definitiva la Rivoluzione. Per il conte, che da una vita si batteva in nome della ragione contro il tumulto irrazionale dei sentimenti e le illusioni della bellezza, una sconfitta bruciante.